Nel febbraio del 1976, mentre a Bruxelles la Comunità economica europea approvava una direttiva sulla parità salariale, in molte fabbriche italiane le donne continuavano a essere escluse da interi reparti, pagate meno dei colleghi uomini o considerate manodopera “secondaria”. La strada verso la legge 903 del 1977 nasce dentro a una contraddizione. Da una parte la Costituzione repubblicana, che già prometteva uguaglianza e pari dignità nel lavoro. Dall’altra un sistema costruito per tenere le donne ai margini dell’occupazione stabile e qualificata. Per decenni la legislazione sul lavoro femminile aveva avuto un carattere “protettivo”, vietando alle donne i lavori ritenuti pesanti, insalubri o inadatti, ma, nei fatti, limitandone l’accesso e le possibilità di carriera. Durante il fascismo quella protezione divenne un’aperta espulsione dagli impieghi, nel nome della famiglia e della maternità obbligatoria.
Anche dopo la guerra, servirono anni per aprire alle donne professioni pubbliche, magistratura e carriere fino ad allora precluse. Fu principalmente la pressione europea a cambiare il quadro. Le direttive approvate tra il 1975 e il 1976 obbligarono gli Stati membri a intervenire su accesso al lavoro e parità salariale. In Italia il governo presentò il progetto che sarebbe diventato la legge 903 del 20 dicembre 1977. L’approvazione arrivò rapidamente e quasi senza conflitti parlamentari, accompagnata però da un consenso più formale che reale. La nuova legge cancellava infatti molte norme discriminatorie e introduceva il principio della parità di trattamento tra uomini e donne nel lavoro, ma la distanza tra diritti scritti e realtà rimase enorme. Le lavoratrici conoscevano poco gli strumenti per difendersi, i ricorsi erano rarissimi e il sindacato non aveva la possibilità di intervenire autonomamente davanti ai tribunali. Mancavano organismi pubblici capaci di controllare e far rispettare davvero la legge.
Così, a due anni dall’entrata in vigore, il paradosso era evidente: mentre la disoccupazione maschile diminuiva, quella femminile continuava a crescere. Segno che le discriminazioni non erano scomparse, ma si erano spostate nell’accesso al lavoro, nell’orientamento professionale e nelle opportunità di formazione. La legge del ’77 aprì una strada decisiva, ma rese anche chiaro che la parità salariale non si conquista una volta per tutte: va difesa, applicata e resa concreta ogni giorno.





