L’accordo tra Luciano Lama e Gianni Agnelli del 1975 rappresenta uno dei passaggi più significativi nella storia delle relazioni industriali italiane degli anni Settanta. Per comprenderne il valore storico occorre partire dalle difficili trattative avviate già nel 1974, in un contesto profondamente segnato dalla crisi economica internazionale e dalle tensioni sociali che attraversavano il Paese. Dopo la grande stagione di lotte dell'autunno caldo, il movimento operaio aveva conquistato nuovi diritti, aumenti salariali e un ruolo più forte dentro le fabbriche. Tuttavia, proprio mentre il sindacato consolidava la propria forza, l’economia italiana entrava in una fase di grave difficoltà.
La crisi petrolifera del 1973 aveva provocato inflazione, rallentamento produttivo e un aumento dei costi industriali. La FIAT, simbolo del capitalismo italiano e cuore dell’industria manifatturiera nazionale, si trovava di fronte a una situazione complessa: calo della domanda, tensioni interne e necessità di riorganizzare la produzione. Nel 1974 quando Gianni Agnelli diventa presidente di Confindustria si convinse immediatamente che fosse necessario un patto con le forze confederali per gestire la crisi.
Appena insediato in viale dell’Astronomia, riunì i segretari confederali Luciano Lama per la Cgil, Pierre Carniti per la Cisl e Giorgio Benvenuto per la Uil. L’accordo del 1975 è dunque il tassello fondamentale di una stagione complessa, attraversata da una grande conflittualità sociale e sindacale, ma anche dalla volontà della Cgil e della Federazione unitaria di governare virtuosamente rivendicazioni e compatibilità insieme ad istituzioni e associazioni datoriali.
Uno dei punti centrali riguarda il tema della scala mobile e della tutela salariale contro l’inflazione. Il sindacato ottiene il riconoscimento di meccanismi più equi di adeguamento automatico dei salari, mentre l’impresa cerca di garantire una maggiore prevedibilità dei costi industriali. Parallelamente, si rafforza il ruolo della contrattazione e delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro. Ma l’aspetto più importante dell’accordo fu probabilmente di natura politica e culturale.
Per la prima volta in modo così esplicito, il sindacato confederale si propone come interlocutore generale del sistema economico nazionale, non soltanto come soggetto rivendicativo. La filosofia complessiva che ispirò l’accordo fu quella dell’egualitarismo salariale affermatosi a partire dal ciclo di lotte del ’68. Gli aumenti salariali uguali per tutti furono una delle rivendicazioni più importanti di quegli anni, capace di una straordinaria potenzialità di mobilitazione ma anche, come si sarebbe visto in futuro, di intrinseche debolezze e contraddizioni.
Pur riconoscendo l’inestimabile valore unificante per le lotte, la Cgil fu però capace di cogliere anche limiti e contraddizioni delle declinazioni più massimaliste della questione egualitaria, intravedendo chiaramente i rischi, come emergerà nel 1980 alla Fiat, di un eccessivo appiattimento delle retribuzioni non rispettoso delle diverse professionalità.





