Il referendum sul divorzio del 1974 rappresenta uno dei passaggi più importanti della storia repubblicana italiana. Per la prima volta, attraverso lo strumento referendario, il Paese fu chiamato a pronunciarsi su una questione che intreccia diritti civili, cultura politica, ruolo della Chiesa e trasformazioni sociali profonde. Il contesto storico è segnato da grandi cambiamenti. Nel 1970, viene approvata la legge sul divorzio.

La norma introduce per la prima volta nell’ordinamento italiano la possibilità di sciogliere il matrimonio civile. Contro quella legge si mobilita un ampio fronte conservatore e cattolico. La Democrazia Cristiana, sostenuta dal Movimento Sociale Italiano e da gran parte delle organizzazioni del mondo cattolico, promuove il referendum abrogativo con l’obiettivo di cancellare il divorzio.

Dall’altra parte si schiera un fronte eterogeneo composto da sinistra politica, movimenti laici, associazioni femminili e organizzazioni sindacali. Anche la CGIL partecipa attivamente alla campagna, assumendo una posizione netta a favore della laicità dello Stato e della libertà di scelta delle persone. Per il sindacato, il referendum non era una questione estranea al mondo del lavoro. Luciano Lama e il gruppo dirigente della CGIL ritengono che i diritti civili fossero parte integrante del processo di emancipazione dei lavoratori.

La CGIL partecipa alla campagna referendaria attraverso assemblee nei luoghi di lavoro, manifestazioni pubbliche, volantini e momenti di discussione collettiva. Nelle fabbriche e nelle camere del lavoro il confronto è spesso intenso, perché il referendum attraversava convinzioni religiose, culture politiche e vissuti personali. Il voto del 12 e 13 maggio 1974 segna una svolta storica. Quasi il 60% degli italiani respinse l’abrogazione della legge sul divorzio. Fu una vittoria del fronte laico e progressista, ma soprattutto il segnale di un Paese profondamente cambiato rispetto al passato.

La società italiana mostrava di non voler più essere governata esclusivamente da principi religiosi tradotti in norme statali. Per la CGIL, la vittoria ha un significato che va oltre il singolo tema referendario. Essa conferma l’idea che la democrazia deve estendersi non soltanto nei luoghi di lavoro, ma anche nella vita civile e nei diritti delle persone.

La partecipazione alla campagna per il divorzio segna così una tappa importante nella storia del sindacato confederale, sempre più impegnato a coniugare le rivendicazioni sociali con la difesa delle libertà civili e dei principi democratici sanciti dalla Costituzione.