Il 20 maggio 1970 entra in vigore una legge destinata a cambiare per sempre i rapporti di forza nelle fabbriche italiane: lo Statuto dei lavoratori. Nasce al termine di una stagione lunga e turbolenta: il boom economico ha moltiplicato produzione e occupazione, ma anche ritmi, disuguaglianze e tensioni. Nelle grandi fabbriche del Nord si concentrano migliaia di operai, molti arrivati dal Sud; la crescita della meccanizzazione e del lavoro a cottimo non fanno che aumentare il divario tra i lavoratori. È in questo scenario che, tra il 1968 e il 1969, esplode l’autunno caldo: scioperi, assemblee, nuove forme di partecipazione che mettono in discussione non solo l’organizzazione del lavoro, ma l’idea stessa di cittadinanza dentro l’impresa.

La Cgil si misura con questa spinta dal basso cercando di darle forma e direzione. Lo Statuto, elaborato anche grazie al lavoro di giuristi come Gino Giugni e all’impegno politico di Giacomo Brodolini, si presenta come un ponte tra Costituzione e realtà quotidiana. Nei suoi sei titoli prende forma un’idea semplice e radicale: il lavoratore non perde i propri diritti entrando in fabbrica. Viene tutelata la libertà di opinione, viene riconosciuto il ruolo del sindacato nei luoghi di lavoro, si introducono strumenti di partecipazione come assemblee e rappresentanze aziendali.

Tra le norme più incisive c’è quella che interviene sui licenziamenti illegittimi, imponendo la reintegrazione nel posto di lavoro. Ma il significato dello Statuto va oltre i singoli articoli. Per la prima volta si stabilisce che l’impresa non è uno spazio separato dalla democrazia, bensì uno dei luoghi in cui essa si esercita. Nient’altro che lo spirito dell’articolo 3 della nostra Costituzione.

Gli anni successivi sono quelli della difesa e dell’attuazione di quei diritti, mentre il quadro economico comincia a cambiare. La crisi petrolifera, l’inflazione, la ristrutturazione industriale aprono una nuova fase, segnata da conflitti diversi e da un progressivo mutamento del lavoro. La grande fabbrica perde centralità, crescono le piccole imprese, si affacciano forme di occupazione più frammentate e meno facilmente inquadrabili nei vecchi schemi.

Eppure, nonostante le trasformazioni e i mutamenti della forma del lavoro, lo Statuto resta un punto di riferimento grazie alla sua capacità di guardare alla sostanza del rapporto di lavoro: ovvero, quella situazione di subordinazione e potenziale sfruttamento rispetto a cui varrà sempre la necessità di un argine, di un contropotere.