Nel 1953 Giuseppe Di Vittorio arriva a Vienna. Bracciante pugliese diventato leader sindacale, segretario generale della CGIL, è una figura che ha già attraversato fascismo, guerra e ricostruzione. L’elezione alla presidenza della Federazione Sindacale Mondiale segna un passaggio ulteriore: il sindacalismo italiano entra stabilmente in una dimensione globale.
La FSM, nata nel secondo dopoguerra con l’ambizione di unire i lavoratori di tutto il mondo, negli anni della Guerra fredda è ormai collocata nell’orbita dei Paesi socialisti. Vienna diventa così il luogo in cui si incrociano tensioni politiche, equilibri internazionali e aspirazioni del lavoro organizzato. In questo contesto, la figura di Di Vittorio assume un ruolo particolare. Non è solo un rappresentante di un’area politica, ma un dirigente capace di parlare a un mondo del lavoro attraversato da profonde divisioni.
Alla guida della CGIL, continua a portare avanti un’idea di sindacato radicato nei diritti e nella contrattazione, impegnato a migliorare concretamente le condizioni dei lavoratori italiani. Il congresso di Napoli del 1952 aveva indicato con chiarezza questa direzione, mettendo al centro la necessità di nuove tutele e di una legislazione del lavoro più avanzata. A Vienna, però, quello stesso impianto si misura con una scala diversa, fatta di rapporti tra Stati, ideologie e modelli di sviluppo.
Negli incontri internazionali Di Vittorio sostiene le lotte dei lavoratori in Europa, ma anche di quelli dei paesi in via di decolonizzazione, cercando un terreno comune tra esperienze molto diverse. La sua presenza è continua, fatta di congressi, missioni, relazioni costruite nel tempo. Ma accanto a questo impegno resta una linea che non viene meno: l’autonomia del sindacato. Anche dentro un organismo segnato da forti appartenenze politiche, Di Vittorio mantiene l’idea che il sindacato debba rispondere prima di tutto ai lavoratori.
È una posizione che negli anni successivi emergerà con ancora più forza, soprattutto di fronte alle tensioni che attraversano il blocco socialista. I paesi socialisti vivono infatti una contraddizione strutturale: se da un lato hanno superato una dinamica privatistica dell’economia e della produzione, costruendo anche importanti sistemi di sicurezza sociale, dall’altro lato però i partiti al potere privano i lavoratori – gli stessi nel cui nome governano – della possibilità di praticare realmente il conflitto sociale, a partire dalla libertà sindacali più elementari come lo sciopero. Nel 1953, in occasione del congresso della FSM, l’incompatibilità tra questo sistema e la visione di Di Vittorio si palesa apertamente: il sindacalista pugliese si fa infatti promotore di una Carta universale dei diritti sindacali e democratici dei lavoratori, da far valere e rivendicare ovunque: anche nei paesi socialisti. La freddezza della componente filo-sovietica del congresso non poteva essere più lampante, come racconterà Bruno Trentin
La presidenza della Federazione Sindacale Mondiale rappresenta così un momento di grande visibilità per il sindacalismo italiano, ma anche una prova complessa. Di Vittorio si muove tra due livelli, nazionale e internazionale, cercando di tenere insieme rappresentanza, diritti e autonomia in un tempo segnato da contrapposizioni rigide.





