1951. Palmiro Togliatti prende la parola al Teatro Adriano di Roma, durante il VII Congresso del Partito comunista italiano. Nel pieno della Guerra fredda, il leader comunista rilancia la linea del partito attorno a tre parole chiave - pace, lavoro e libertà - collocando il PCI come forza nazionale e democratica, pur dentro il quadro internazionale dominato dal confronto tra i blocchi. In quella stagione il rapporto tra partito e sindacato sembra ancora muoversi lungo una tradizione consolidata: al partito la guida politica generale, al sindacato la rappresentanza sociale del lavoro.
Negli anni successivi però questa relazione comincia a incrinarsi. Alla guida della CGIL c’è Giuseppe Di Vittorio, protagonista della ricostruzione del sindacato unitario nel dopoguerra. La sua convinzione è che il sindacato non debba limitarsi a riflettere l’azione dei partiti, ma agire come soggetto autonomo, capace di avanzare proposte e rappresentare direttamente il mondo del lavoro.
Negli anni Cinquanta questa visione prende forma in iniziative concrete. Il Piano del lavoro, lanciato nel 1949, propone un vasto programma di investimenti pubblici per creare occupazione, modernizzare l’economia e ridurre le disuguaglianze territoriali. Attorno a quella proposta si sviluppano mobilitazioni che coinvolgono lavoratori, amministrazioni locali e tecnici.
Parallelamente la CGIL promuove nuove forme di iniziativa: dalle lotte contadine nel Mezzogiorno agli scioperi alla rovescia per ottenere opere pubbliche e posti di lavoro. In quegli anni prende forma anche una proposta destinata a lasciare il segno: lo Statuto dei diritti dei lavoratori, pensato per portare nelle fabbriche le garanzie democratiche della Costituzione.
Questa crescita di autonomia non avviene senza tensioni. Nel gruppo dirigente del PCI resta forte l’idea di un primato politico del partito sulle organizzazioni sociali. Le divergenze emergono soprattutto dopo la metà del decennio, quando la CGIL avvia una riflessione autocritica dopo la sconfitta della FIOM alla Fiat nel 1955 e pone il tema di un ritorno dell’azione sindacale alla specificità di ogni singola fabbrica, del modo in cui al loro interno si organizza la produzione e del ventaglio di retribuzioni proposto dal datore. In un’espressione: si tratta di praticare una “contrattazione articolata”.
Il conflitto diventa esplicito nel 1956, con la repressione sovietica della rivolta ungherese. La CGIL condanna l’intervento armato e denuncia il distacco tra potere politico e masse popolari nei paesi dell’Est. La presa di posizione apre uno scontro duro con la direzione del PCI e rende evidente una divergenza maturata nel tempo.
Da quella vicenda emerge con chiarezza l’idea di sindacato costruita da Di Vittorio: un’organizzazione unitaria e autonoma, capace di dialogare con i partiti ma non subordinata ad essi, e in grado di intervenire direttamente sulle grandi questioni sociali del Paese. Una concezione destinata a orientare a lungo la storia della CGIL.





