Pubblichiamo di seguito il discorso di Maurizio Landini, segretario generale Cgil, tenuto a Milano, Teatro alla Scala, per le celebrazioni dei 120 anni CGIL.


Care compagne e cari compagni,

Grazie a tutte e tutti per essere qui oggi alla celebrazione dei 120 anni della nostra CGIL. Grazie alle autorità, grazie ai rappresentanti delle Istituzioni.

Permettetemi un ringraziamento particolare al nostro Presidente della Repubblica: la sua presenza ci onora. Lei è il garante riconosciuto dell’unità della nostra Repubblica, il garante della nostra Costituzione che non esclude nessuno, a partire dalle studentesse e studenti, dalle donne e dagli uomini indipendentemente dalla provenienza, dalla religione e dal colore della pelle.

E la ringrazio per la sua costante sensibilità e vicinanza alle condizioni di vita e di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori, al mondo del lavoro tutto che lotta per il riconoscimento pieno dei propri diritti, a partire dalla sicurezza in tutti i posti di lavoro. Si deve vivere di lavoro, non morire.

Ed è un grande onore essere qui alla Scala di Milano, in un luogo che rappresenta una parte straordinaria della storia culturale del nostro Paese.

E noi siamo qui per celebrare il lavoro e le sue lotte che sono parte fondamentale della storia stessa del nostro Paese. La storia delle donne e degli uomini che, attraverso il lavoro, hanno costruito la propria dignità, conquistato diritti, contribuito alla crescita dell'Italia e, insieme, alla costruzione della sua democrazia.

E voglio ricordare e ringraziare tutti i milioni di lavoratrici e lavoratori, di delegate e delegati, pensionati e pensionate che nel corso di questi 120 anni hanno costituito e costituiscono la ragione stessa dell’esistenza del sindacato e della CGIL. Ed un sincero abbraccio e saluto a Susanna Camusso, Sergio Cofferati ed Antonio Pizzinato che sono qui coi noi oggi.

La CGIL nasce a Milano nel 1906. 58 Camere del Lavoro e 14 Federazioni di categoria, che rappresentavano mestieri e condizioni di lavoro diverse, per cambiare le proprie condizioni di vita e di lavoro decidono di stare insieme e dare vita alla Confederazione Generale del Lavoro. Non un sindacato di mestiere, non un’organizzazione corporativa, non un sindacato locale, ma una Confederazione Generale del Lavoro.

Che non nasce dell’alto, ma raccoglie la pluralità di esperienze concrete, di agitazioni, mobilitazioni, lotte e costruisce insieme a loro un’organizzazione generale. Il sindacato confederale è questo: stare insieme, diversi e uniti con solidarietà. Per affermare i propri diritti, la giustizia sociale, la libertà nel lavoro, contrastare lo sfruttamento e trasformare la società capitalistica.

La storia della CGIL e la storia del nostro paese sono state attraversate dalla lotta delle donne, per il superamento delle discriminazioni e per affermare la cultura della differenza come condizione per cambiare la nostra organizzazione e i valori dominanti nella società. Una lotta dentro e fuori la CGIL. Vorrei ricordare, senza ipocrisia, che la prima donna ad entrare nella segreteria nazionale fu Donatella Turtura nel 1980. E che l’elezione della prima Segretaria Generale avviene nel 2010 con Susanna Camusso.

Questa lotta ha insegnato a tutti noi che la libertà delle donne è la misura della qualità della democrazia.

Dai filmati e dalle testimonianze riportate con grande bravura da Lella Costa, Angela Finocchiaro, Lodo Guenzi e Stefano Massini, che ringraziamo calorosamente per essere qui insieme a noi, abbiamo potuto rivivere la grande storia della CGIL, che ha attraversato tutta la storia del nostro Paese incontrando anche le fasi più buie e difficili come fu quella del fascismo.

Ma il sindacato non scomparve. Continuò a vivere nelle coscienze, nelle persone, nelle fabbriche, nelle campagne. Fu proprio la classe operaia ad avviare il riscatto del nostro paese con gli scioperi del 1943 e del 1944, per contrastare la dittatura, difendere le fabbriche e impedire ai nazifascisti di portare via i mezzi produzione.

Diventando così protagonisti della costruzione di una nuova Repubblica antifascista e di una nuova democrazia.

E proprio per difendere questa nostra democrazia, nel corso degli anni, il sindacato ha costituito un grande presidio democratico e contribuito a sconfiggere la strategia della tensione, lo stragismo fascista, il terrorismo che hanno colpito a Piazza Fontana, Piazza della Loggia, con la strage della stazione di Bologna. E poi il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e l’assassinio di Guido Rossa, operaio dell’Italsider e delegato FIOM CGIL, compiuti dalle brigate rosse.

Le lavoratrici e i lavoratori sono entrati nella storia della repubblica diventando soggetti costituenti, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. E un grande contributo nella scrittura della nostra carta costituzionale lo ha dato uno straordinario dirigente della nostra CGIL: Giuseppe Di Vittorio. Lui ci ha insegnato che al centro della nostra storia ci sono due principi costitutivi: il valore sociale del lavoro, cioè la sua capacità di agire la contrattazione in modo organizzato e collettivo, per contrastare le diseguaglianze e lo sfruttamento e per promuovere la libertà e l’autorealizzazione delle persone nel lavoro.

E ci ha insegnato il valore della confederalità attraverso il quale il sindacato generale interviene sullo sviluppo economico e sociale del paese per cambiarlo, esercitando così il ruolo di soggetto politico autonomo che si confronta a pieno titolo con la politica e con le imprese.

Sta qui il valore del piano del lavoro che la CGIL propose nel 1949-1950 sotto la direzione di Di Vittorio.

Con quel Piano del Lavoro la CGIL parla dell'Italia, del suo sviluppo. Del Mezzogiorno, della disoccupazione. Del diritto alla casa. Parla del futuro del paese.
Noi oggi, con questa nostra iniziativa, vogliamo far vivere quei principi costitutivi attraverso il protagonismo di tutte le persone che vogliamo rappresentare a cui vogliamo dare voce, perché è in discussione il futuro del mondo.

Non ci sono mai stati tanti conflitti armati come oggi, spesso dimenticati. La guerra è tornata nell’ordine naturale delle cose, si sta sostituendo alla politica e alla diplomazia. Il diritto internazionale è calpestato in Ucraina, a Gaza in Cisgiordania, in tutto il Medio Oriente e in tante altre parti del globo. Tutto questo sta determinando una pericolosa ed inaccettabile corsa al riarmo, compreso quello nucleare, che coinvolge anche la nostra stessa Europa.

Scelte che, a nostro parere, non hanno nulla a che vedere con la costruzione di una politica di difesa comune europea. L’aumento delle spese militari non determina più sicurezza, ma va a discapito dei necessari investimenti in salari, sanità, istruzione, nuove politiche industriali ed occupazionali, e mette in discussione, in Italia ed in Europa, la tenuta del nostro modello sociale.

Noi vogliamo essere costruttori di una pace disarmata e disarmante, come ha detto Papa Leone XIV. Vogliamo essere costruttori di un Europa che si fondi sulla cooperazione, sul riconoscimento del multilateralismo, sul superamento delle politiche di austerità che costruisca un nuovo modello sociale europeo.

La crisi ambientale e il cambiamento climatico che stiamo vivendo è il prodotto, come dice la comunità scientifica, dell’intervento umano ma anche di un modello economico fondato sulla crescita quantitativa e la condizione che la natura fosse una risorsa illimitata. Ora è evidente a tutti che bisogna cambiare i processi produttivi e le tipologie dei prodotti.

Del resto, la competizione internazionale ed il riassetto geopolitico si sta giocando sul controllo delle risorse naturali e delle fonti energetiche. È il momento di scegliere affrancandosi dalle fonti fossi e investendo sulle fonti rinnovabili: il sole, l’aria, l’acqua e la terra sono un patrimonio universale che deve essere accessibile a tutta l’umanità, non al servizio del mercato e delle guerre.

Questo processo di transizione ha bisogno di un’assunzione di responsabilità sociale delle imprese e di un nuovo intervento pubblico, che insieme devono garantire alle persone tutti gli strumenti necessari, dal sostegno al reddito, alla formazione, a nuovi investimenti nei settori e nelle filiere strategiche, affinché i costi non siano scaricati sulle lavoratrici e sui lavoratori e sulle comunità territoriali coinvolte.

Inoltre, la crisi climatica provoca sempre di più migrazioni, tante donne e uomini che mettono a repentaglio la loro vita proprio per fuggire da situazioni insostenibili create molto spesso dal nostro distorto modello di crescita. Verso di loro non vanno costruiti muri ma ponti e accoglienza. Un nuovo modello di sviluppo sostenibile è la condizione per affermare il diritto a restare affinché la migrazione possa essere una scelta e non una costrizione.

La rivoluzione tecnologica in atto, dall’intelligenza artificiale agli algoritmi, alla digitalizzazione, alla robotica, a nuove forme di organizzazione del lavoro, sta trasformando tutte le attività del nostro mondo. Chi oggi detiene la conoscenza ed ha il potere economico di sfruttarla può avere un dominio impressionate del lavoro, del genere umano, del mondo intero.

Nella storia di tutto lo sviluppo industriale del mondo occidentale a guidare e indirizzare l’innovazione erano soprattutto gli Stati. Oggi questo processo è in mano a pochi attori privati, dotati di risorse e capacità superiori a quelle di molti Stati, con la forza di potersi sostituire alla politica. Questa concentrazione di potere è all’origine della crisi delle democrazie che stiamo vivendo. Perché ogni trasformazione tecnologica modifica i rapporti di potere. Questo processo non è neutro ed il suo esito non è scontato: dipende da chi lo progetta, lo governa, l’indirizza, lo controlla e l’utilizza. E per quali fini etici, sociali ed economici.

Affinché le lavoratrici e i lavoratori siano protagonismi e non spettatori di questo cambiamento, si pone la necessità di conquistare ed esercitare nuovi diritti di partecipazione e di contrattazione da esercitare già nella fase di progettazione del cambiamento nei luoghi di lavoro.

Solo così si mette al centro il valore del lavoro, la cura della persona. Solo così si può conquistare un’equa redistribuzione della produttività, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il diritto alla formazione permanente, vere garanzie per la salute e la sicurezza.

Per questo è importante saper costruire un nuovo rapporto tra lavoro e sapere facendo così della conoscenza e della sua socializzazione un fattore decisivo di trasformazione e garanzia di cittadinanza.

Misurarsi con queste novità significa sviluppare l’elaborazione di Bruno Trentin. Tra poche settimane, daremo vita ad una importante assemblea programmatica per aggiornare il programma fondamentale ed indicare le nostre proposte per il futuro della democrazia, del lavoro e del paese.

Bruno Trentin, eletto segretario Generale della CGIL nel 1988, indicò da subito la necessità di un cambiamento della CGIL. E con lui che prende forma l’idea di un sindacato portatore di diritti universali, e di un programma fondamentale basato sulla centralità della persona, su un nuovo rapporto sviluppo ambiente, sulla qualità del lavoro, sul diritto alla formazione permanente e su un modello contrattuale fondato sul valore del contratto nazionale e sulla contrattazione, sul diritto delle lavoratrici e dei lavoratori ad eleggere la propria rappresentanza e approvare gli accordi e le piattaforme che li riguardano.

Il diritto alla contrattazione nei luoghi di lavoro, con carattere integrativo e non sostitutivo, del contratto nazionale, è da sempre una rivendicazione della nostra organizzazione e del sindacato confederale italiano. Ed è una conquista di liberà nel lavoro frutto delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori, e proprio per questo mai acquisita una volta per sempre.

È una storia che nasce dal bisogno delle lavoratrici e dei lavoratori di migliorare le loro condizioni di lavoro, aumentare il loro potere contrattale e far entrare così la democrazia nei luoghi di lavoro. È una fatta storia di conflitto e crescita della qualità delle relazioni con le imprese che ha prodotto una grande discussione anche all’interno della CGIL. Inizia negli anni 50, attraversa gli anni 60, fino alla conquista di una nuova struttura di rappresentanza: i consigli di fabbrica, eletti su scheda bianca da tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che affermano un originale modello sindacale.

Luciano Lama viene eletto segretario generale della CGIL nel 1970, dopo un dibattuto congresso, che ha visto prevalere la scelta di assumere i consigli di fabbrica quali organismi della rappresentanza del sindacato italiano in sostituzione delle commissioni interne, aprendo così nel nostro Paese una nuova stagione di azione unitaria sindacale fondata sul protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Oggi la situazione è oggettivamente cambiata, ma per la CGIL vanno ricercate soluzioni che raccolgano il meglio dello spirito di quell’esperienza, che ha fatto crescere i diritti nel lavoro per tutti, compreso lo Statuto dei Lavoratori, grazie all’unità del movimento sindacale italiano.

Oggi siamo impegnati, insieme a CISL e UIL, in un serrato ed importante confronto con tutte le Associazioni Imprenditoriali private del nostro paese, per riaffermare il diritto alla contrattazione collettiva, per estendere le elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie in tutti i luoghi di lavoro, per misurare la reale rappresentanza dei soggetti contrattuali e cancellare così i contratti pirata. Per tutelare il valore reale dei salari, rafforzare il ruolo dei contratti nazionali di lavoro, conquistare il diritto alla formazione, alla salute e sicurezza e ad una partecipazione negoziata.

Un confronto reso necessario dai cambiamenti in corso nel mondo del lavoro e nel sistema delle imprese. Abbiamo alle spalle anni difficili, che hanno visto la pratica degli accordi separati in diversi settori, un attacco all’esistenza e al ruolo dei contratti nazionali di lavoro e della contrattazione collettiva, fino al disconoscimento della reale rappresentatività dei soggetti sociali e delle organizzazioni sindacali e dalla negazione, in molti casi, del diritto democratico delle lavoratrici e dei lavoratori di votare e decidere sulle loro condizioni.

Emblematici di quella stagione che abbiamo vissuto, sono l’accordo interconfederale separato del 2009, che Guglielmo Epifani giustamente non firmò, e la scelta della FIAT nel 2010 di uscire da Confindustria, di superare l’applicazione del contratto nazionale di lavoro e di escludere la FIOM CGIL e tutti i suoi iscritti da ogni diritto sindacale perché non firmataria di quell’accordo capestro. Nel 2013, dopo tante lotte ed iniziative, la Corte costituzionale giudicò incostituzionale e discriminatorio il comportamento della FIAT nei confronti della FIOM CGIL, dei suoi delegati e dei suoi iscritti, riportando così, ancora una volta, la nostra Costituzione dentro le fabbriche.

Ci sono poi trasformazioni che riguardano direttamente noi. In primo luogo, il cambiamento demografico, che pone due temi: la denatalità e il progressivo invecchiamento della popolazione. Due grandi questioni che riguardano il nostro modello sociale e che non possono essere affrontati con la logica dell’efficienza e con il semplice calcolo economico.

Il progressivo invecchiamento della popolazione pone l’esigenza di dare vita ad una rete che consenta alle persone anziane di non vivere una condizione di marginalità sociale. Invecchiamento attivo, non autosufficienza, domiciliarità, prevenzione, riconversione della spesa sanitaria verso la diffusione dei servizi territoriali e l’integrazione sociosanitaria, sono la bussola su cui rilanciare la salute pubblica dentro un sistema universalistico.

Così come sulla denatalità: noi siamo un paese con una rete assai carente di servizi per l’infanzia, con una forte penalizzazione del mezzogiorno. Non è questa l’unica causa della denatalità, ma di certo incide molto. E qui che bisogna investire risorse, lavoro, diffusione di servizi sul territorio.

In secondo luogo, il lavoro è sempre più precario e frammentato, con troppe forme di lavoro, molto diverse tra di lavoro, con differenze territoriali ancora oggi molto profonde.

La confederalità del futuro, come nel 1906, dovrà avere la capacità di ricostruire solidarietà dentro questa diversità. Giuseppe di Vittorio ci ha insegnato che il compito di ogni sindacalista è impedire che le persone per lavorare debbano competere tra di loro. Perché la vera solidarietà non è tra uguali ma sono quelli che stanno meglio che devono battersi per estendere i diritti di quelli che stanno peggio. Stesso lavoro, stessi diritti, stesso contratto: questa è la nostra bussola.

Celebrare i 120 anni non significa dire che abbiamo già fatto tutto. Significa riconoscere che abbiamo la responsabilità di una generazione verso quella successiva. Non dobbiamo consegnare ai giovani soltanto la memoria delle conquiste ma la possibilità di conquistarne di nuove.

Dobbiamo fare in modo che chi entra oggi nel lavoro trovi una comunità e non soltanto un contratto. Che chi lavora attraverso una piattaforma sappia di avere diritti. Che chi arriva da un altro Paese sappia di essere accolto e di avere dignità. Che chi deve cambiare professione possa farlo attraverso la formazione. Che chi lavora in un'industria che deve trasformarsi possa avere voce nella trasformazione. Che le nuove generazioni non guardino alla CGIL come a qualcosa che appartiene al passato ma possano riconoscerla come uno strumento di partecipazione per costruire il proprio futuro.

E allora torniamo al punto da cui siamo partiti, al 1906.

A quella scelta apparentemente semplice: stare insieme con giustizia.

Allora il lavoro era diviso in mestieri. Oggi è diviso in contratti, piattaforme, competenze, generazioni, territori. Allora la sfida era costruire un'organizzazione capace di unire, oggi la sfida è la stessa. Forse ancora più grande.
Perché quando il lavoro si frammenta, la tentazione è che ogni persona pensi di essere sola. E invece è proprio allora che serve una comunità. Serve un sindacato. Serve una Confederazione.

E forse non è casuale che tutto questo venga detto qui, alla Scala di Milano. Perché una grande orchestra non nasce dal fatto che tutti suonano la stessa cosa. Nasce dal fatto che strumenti diversi riescono a stare insieme. Ciascuno conserva il proprio suono, ma nessuno pensa che il proprio suono basti da solo. Come diceva un grande artista milanese, Enzo Janacci: ci vuole orecchio!

È una buona immagine anche per la nostra storia. La CGIL è nata mettendo insieme differenze. È cresciuta attraversando trasformazioni, ha conosciuto vittorie e sconfitte. Ha conosciuto momenti nei quali ha saputo anticipare il cambiamento e altri nei quali ha impiegato troppo tempo a comprenderlo.

Ma è rimasta fedele a un'idea fondamentale: che il lavoro non è una somma di solitudini. Che dietro ogni contratto c’è una persona. Che dentro ogni impresa ci sono lavoratrici e lavoratori. Che dietro ogni trasformazione economica c’è una scelta politica e sociale. E che la democrazia non deve finire mai sulla porta di una fabbrica, di un ufficio, di un magazzino, di una piattaforma. Ma deve entrare in ogni luogo di lavoro.

Per questo i 120 anni della CGIL non sono soltanto memoria. Sono responsabilità e coraggio.

Responsabilità verso chi ci ha preceduto e soprattutto verso chi viene dopo di noi. Il coraggio di non rinunciare all’utopia del futuro e della trasformazione della società. Qui ed ora.

Centoventi anni fa abbiamo scelto di stare insieme. Oggi dobbiamo scegliere, ancora una volta, di non lasciare nessuno solo davanti al cambiamento. Questa è la nostra storia.

Ma soprattutto, questa è la nostra responsabilità e il nostro futuro.

Tanti auguri CGIL e buon lavoro a tutte e tutti noi.

Grazie.

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