E’ stato pubblicato il quarto rapporto della Commissione europea sullo stato del Decennio digitale 2026.
Quella che viene fuori è la fotografia impietosa di un’Italia in ritardo su competenze, specialisti ICT e adozione dell’intelligenza artificiale.

A fare da cornice il PNRR in scadenza e la popolazione attiva in calo, per effetto dell’invecchiamento del paese.

Il nodo diventa dunque quello di trasformare fondi in strategie di lungo periodo e capacità industriale stabile. Una sfida tanto ambiziosa quanto indispensabile.

Tra tutti i dati, quelli relativi alle infrastrutture digitali e nei servizi pubblici digitali, sembrano sottolineare con toni eccessivamente trionfalistici i progressi registrati.

Va tuttavia ricordato che proprio sulle infrastrutture digitali le diverse rimodulazioni degli obiettivi fissati hanno “aggiustato il tiro”, falsando di fatto la lettura di quei target che vengono considerati raggiunti ma che in realtà sono frutto di ridimensionamenti in corso d’opera.

Senza contare il fatto che in tema di connettività il divario territoriale non è l’unico problema. L’enorme gap ancora tra la presenza della fibra e l’effettivo utilizzo dei servizi di connettività è ancora persistente.
Qualche avanzamento si è avuto nei servizi pubblici digitali, dove il rapporto riporta una crescita annua del 22,4%.

Allo stesso tempo, però, vengono segnalati i ritardi che frenano produttività, competitività e capacità industriale.
Su tutto, emerge con nettezza il tema delle competenze digitali di base, che vede in nostro paese arrancare rispetto alla media UE, collocandosi al ventitreesimo posto su ventisette Stati membri: l’Italia si ferma infatti al 45,8% della popolazione con competenze digitali di base nella fascia di età compresa tra i 16 e i 74 anni, contro una media europea del 55,5%.

Non va meglio tra gli specialisti ICT, che risultano in calo, non in crescita (sono intorno al 4% degli occupati, contro una media UE del 5% e un obiettivo europeo del 10% al 2030).
Anche sui laureati in discipline ICT siamo in fondo alla classifica dell’Unione: circa l’1,5% del totale, contro il 4,5% europeo.

Ad aggravare la situazione, si aggiunge il fatto che in diverse regioni del Mezzogiorno, proprio quelle in cui sarebbe più urgente trattenere attività e lavoro, la quota di cittadini con competenze digitali di base scende verso il 36%.

Questi ultimi aspetti sono particolarmente rilevanti, e mettono in evidenza il fatto che la trasformazione digitale non può più essere misurata solo in termini di avanzamento infrastrutturale. Se poi consideriamo, come accennato in premessa, che quell’avanzamento lascia nella realtà dei fatti ampie aree del paese scoperte, ecco che la fotografia che viene fuori è ancora più preoccupante.
Qualità delle competenze, uso industriale delle tecnologie, e capacità di generare campioni europei sono dunque le leve su cui agire con urgenza per dare corpo alla fase di transizione digitale in atto.
C’è poi un altro aspetto particolarmente rilevante che il rapporto mette in evidenza rivolgendosi a tutti gli Stati membri: quasi metà delle risorse pubbliche iscritte nelle roadmap nazionali del decennio digitale si esaurirà entro il 2026.

Parliamo del PNRR e degli strumenti ad esso collegati.

Il rapporto segnala che molti investimenti digitali europei dipendono ancora dalle risorse straordinarie del Recovery Fund e quando questa fase terminerà, gli Stati dovranno dimostrare di avere costruito strumenti permanenti.

Questo significa che dalla fase progettuale bisogna entrare in una fase di consolidamento costante. Non target formali, ma un’azione concreta e continua per trasformare quelle risorse in capacità di esecuzione permanente.

C’è poi il capitolo AI. La Commissione chiede all’Italia di intensificare gli sforzi per conquistare una posizione di leadership nell’AI.

L’adozione da parte delle imprese italiane passa dal 5,1% all’8,2%.
Sebbene la crescita annua sembri significativa, (è pari al 62,4%), il confronto europeo resta però sfavorevole (la media Ue è al 13,5%).
Inoltre, l’obiettivo italiano al 2030 è pari al 60%, sotto il target europeo del 75%.

Lo stesso vale per la questione data analytics, anche in questo caso l’Italia punta al 60% invece che al 75%.

Con specifico riferimento ai processi di automazione, il report mette in evidenza il fatto che l’Italia procede lentamente nell’adozione delle tecnologie che potrebbero in parte compensare gli effetti dovuti all’invecchiamento della popolazione, e dunque delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il tema posto è importante, ma massima attenzione va prestata nell’individuare percorsi che non puntano alla sostituzione di lavoratrici e lavoratori, quanto piuttosto ad una integrazione di strumenti che liberino il lavoro dai lavori più pesanti e/o potenzialmente pericolosi.

Una piccola boccata d’ossigeno sembra arrivare dai dati relativi alle PMI italiane: il 79,5% delle quali ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, contro una media europea del 71,4%.

Anche l’adozione cloud sembra procedere a ritmo sostenuto.

In conclusione, il percorso tracciato da Bruxelles suggerisce di valorizzare i centri di competenza esistenti e le capacità nel supercalcolo. È un’indicazione rilevante, perché collega l’adozione dell’AI alla potenza di calcolo e alla ricerca applicata.

Quel che è certo, e i numeri lo dimostrano chiaramente, è che se l’Italia non riduce quel divario che nello scenario europeo la vede ancora incerta e a tratti traballante, rischia di pagare un costo competitivo altissimo nelle catene del valore.

Il punto, dunque, è sempre quello di avere politiche industriali che guardino al lungo periodo, che mettano insieme linee di indirizzo strategico e investimenti pazienti.

La digital decade ha una deadline precisa, ed è estremamente vicina. Oltre quel tempo gli obiettivi mancati non saranno un semplice inciampo, ma costituiranno la condizione di svantaggio competitivo che pagheremo per gli anni avvenire.