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Introduzione
La situazione industriale ed economica in Europa deve far fronte a crescenti pressioni che ne minacciano la competitività, la coesione sociale e la prosperità a lungo termine. Le sfide strutturali — tra cui il sottoinvestimento cronico nelle infrastrutture e nelle tecnologie di produzione pulita, la crescente concorrenza globale da parte di industrie straniere fortemente sovvenzionate, gli alti prezzi dell’energia e le catene di approvvigionamento interrotte — si sono intensificate negli ultimi anni. Questi fattori sollecitano sempre più i settori dell’industria e dei servizi europei, destando preoccupazioni per il ridimensionamento della base industriale che minaccia l’indipendenza economica in settori chiave e causa la perdita di migliaia di posti di lavoro diretti e indiretti di alta qualità, con potenziali conseguenze a lungo termine per la prosperità dell’Europa. Tensioni geopolitiche, controversie commerciali e la minaccia di dazi punitivi stanno alimentando ulteriori incertezze che complicano la pianificazione aziendale e le scelte di investimento in tutto il continente.
Basta dare uno sguardo alla situazione economica in Germania e in Italia, due delle principali economie industriali europee, per farsi un’idea di tali pressioni. Il valore aggiunto industriale e l’occupazione sindacalizzata in settori come quello automobilistico, chimico, energetico e dei materiali di base sono sempre più a rischio. Ogni mese in Germania si perdono 10.000 posti di lavoro nel comparto industriale, mentre il calo della produzione manifatturiera e l’aumento della disoccupazione stanno indebolendo la domanda interna. Questo andamento non solo deteriora la resilienza economica, ma contribuisce anche a una crescente insicurezza economica e insoddisfazione politica, evidente nel crescente sostegno elettorale ai partiti di estrema destra. In Italia il settore manifatturiero registra una forte contrazione, mettendo in luce una crisi industriale sempre più ampia e profonda. Solo nel 2025 sono state autorizzate quasi 560 milioni di ore di lavoro a orario ridotto, con un aumento del 10% rispetto al 2024. Al contempo, il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sta valutando la possibilità di applicare il lavoro a orario ridotto a 103 aziende in crisi, in cui lavorano circa 131.035 lavoratori, a riprova della portata e della persistenza delle difficoltà che affliggono il settore industriale.
La situazione critica dell’industria europea, le relazioni commerciali sempre più volatili e le pressioni sulla competitività hanno reso necessario un parziale cambiamento di paradigma nell’approccio dell’Unione Europea alla politica industriale. Dopo decenni passati a limitare l’intervento statale, privilegiando la liberalizzazione dei mercati, l’UE ha iniziato ad adottare strumenti che non si limitano più a correggere il malfunzionamento dei mercati, ma guidano attivamente la trasformazione economica. Il Green Deal e le successive iniziative, ovvero il Green Deal Industrial Plan and the Clean Industrial Deal (CID), nonché strumenti come gli IPCEI, illustrano un nuovo approccio più interventista e strategico della politica economica dell’UE. Mentre le politiche orizzontali perseguite negli ultimi decenni dalla Commissione europea hanno inconsapevolmente aumentato la dipendenza dai beni esteri, trascurando lo sviluppo e il rafforzamento della base produttiva europea, le nuove misure – come l’individuazione di settori strategici, i criteri di preferenza europea e un quadro aggiornato sugli aiuti di Stato – mirano a salvaguardare la produzione sul territorio europeo, a promuovere l’innovazione europea e a rafforzare la resilienza nei settori strategici.
Sebbene negli ultimi anni sia aumentato il sostegno a un maggiore coinvolgimento statale e a un approccio più strategico alla politica industriale e commerciale dell’UE, il dibattito politico europeo continua a essere condizionato da una visione liberista della competitività. Spesso, però, questa visione si limita alla deregolamentazione e alla semplificazione amministrativa, anziché essere parte integrante di una strategia di investimento, industriale e commerciale di ampio respiro, e questo nonostante non sussistano sufficienti evidenze scientifiche a dimostrare che la deregolamentazione, da sola, sia in grado di stimolare investimenti sostenibili, innovazione o crescita a lungo termine (Blind & Münch, 2024; Kalpadakis, 2025). Al contrario, la ricerca empirica evidenzia l’importanza degli investimenti pubblici, di quadri normativi stabili, dello sviluppo di competenze e di politiche industriali coordinate per stimolare produttività, innovazione e coesione sociale (Rodrik et al., 2024; Heimberger & Dabrowski, 2025; BEI, 2024). Ciononostante, molti Stati membri dell’UE e associazioni imprenditoriali in tutto il continente invocano ampie misure di deregolamentazione, compresi i cosiddetti pacchetti “omnibus”.
Un recente esempio è il documento congiunto dei governi tedesco e italiano pubblicato in vista del vertice informale dei leader dell’UE del 12 febbraio 2026. Anziché definire una strategia di crescita coerente, basata su investimenti o politiche industriali concrete, il documento si limita a proporre poco più che una «frenata d’emergenza» sulle attività legislative e l’eliminazione degli oneri normativi. Questo riflette una tendenza politica più diffusa a privilegiare la deregolamentazione rispetto agli investimenti pubblici duraturi e all’azione industriale coordinata, limitando così le iniziative congiunte per colmare il divario dell’UE in materia di innovazione e investimenti.
Ciò che sfugge all’attuale dibattito sulla competitività dell’UE è che per ottenere maggior resilienza e prosperità economica occorre disporre di un contesto economico caratterizzato da una forte domanda interna e dalla capacità di generare occupazione di alta qualità su larga scala (Rodrik, 2022). Le economie caratterizzate da salari bassi, una diffusa precarietà lavorativa e un ristagno della domanda sono fortemente limitate nella loro capacità di attuare strategie industriali efficaci e di affrontare le disuguaglianze strutturali. Pertanto, rafforzare il mercato interno e incentivarne i consumi, è essenziali per una strategia industriale europea che abbia successo: in assenza di sufficiente domanda e di posti di lavoro dignitosi, anche altri strumenti politici rischiano di non raggiungere i propri obiettivi.
Il documento redatto congiuntamente dalla Confederazione dei Sindacati Tedeschi (DGB) e dalla Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) propone una visione alternativa e coerente per la strategia industriale europea. Esso sostiene che l’UE debba adottare una politica industriale mirata, che vada oltre una deregolamentazione semplicemente orientata ai costi e ai ristretti parametri di competitività. Una strategia lungimirante deve combinare un programma di investimenti strategici con una forte dimensione sociale, riconoscendo che le condizioni di lavoro dignitose, la sicurezza sociale e i solidi standard lavorativi e ambientali non sono ostacoli alla competitività, ma presupposti essenziali per la resilienza economica a lungo termine.
Partendo da questa riflessione, il documento illustra i requisiti fondamentali per una politica industriale europea capace di favorire una trasformazione efficace:
→ Consolidare il ruolo dello Stato come attore proattivo capace di plasmare il mercato
→ Stilare un programma strategico di investimenti pubblici e privati dell’UE
→ Rafforzare la domanda interna e potenziare il Mercato unico dell’UE
→ Salvaguardare posti di lavoro di qualità (e promuovere la creazione di valore aggiunto a livello regionale)
→ Ricorrere ad appalti pubblici strategici e a strumenti di acquisto di prodotti europei
→ Garantire la stabilità dei fattori chiave di costo e localizzazione per la competitività industriale
→ Rafforzare il ruolo delle parti sociali e democratizzare la politica industriale
→ Portare avanti una riforma normativa mirata, non una deregolamentazione indiscriminata
Per cogliere pienamente la necessità di questi orientamenti politici, è essenziale esaminare le condizioni strutturali che caratterizzano l’economia europea, soprattutto in paesi fortemente industrializzati come l’Italia e la Germania. Nel prossimo capitolo l’analisi viene inserita in un contesto europeo più ampio, individuando i vincoli strutturali persistenti, tra cui il divario negli investimenti, la dipendenza dall’energia e dalle materie prime critiche, nonché le carenze in termini di capacità tecnologica e innovativa. Questi fattori definiscono il quadro di riferimento entro il quale è chiamata a operare l’attuale politica industriale.
Partendo da questa prospettiva europea, i capitoli successivi analizzano le sfide strutturali specifiche di Italia e Germania, evidenziando sia le vulnerabilità condivise che i vincoli specifici di ciascun paese. Da queste premesse, vengono infine proposte misure politiche concrete a livello europeo ed esplorate le possibilità di un’azione bilaterale, con l’obiettivo di gettare le basi per un’innovazione sostenibile, un’industria resiliente e una crescita inclusiva.
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