Quasi 65mila persone ristrette in 189 istituti penitenziari a fronte di poco più di 51mila posti regolamentari, oltre 18mila detenuti in più rispetto alla capienza effettivamente disponibile, un tasso di sovraffollamento che raggiunge il 140% e un suicidio ogni cinque giorni nei primi otto mesi del 2026. Sono alcuni dei dati contenuti nel report “I diritti in carcere”, realizzato dalla CGIL, che fotografa una situazione sempre più distante dai principi sanciti dall’articolo 27 della Costituzione.

L’analisi denuncia un sistema penitenziario segnato da sovraffollamento strutturale, carenze di personale, degrado degli edifici, insufficienza delle attività formative e lavorative, difficoltà nell’accesso alle cure e crescente disagio sociale e psicologico. A pesare sono anche le scelte normative degli ultimi anni, caratterizzate dall’aumento dei reati e dall’inasprimento delle pene, senza un parallelo investimento nelle politiche di prevenzione, inclusione sociale e misure alternative alla detenzione.

Il dossier, a cura dell'Area Stato Sociale e Diritti della CGIL, dedica particolare attenzione al tema del lavoro, considerato uno strumento fondamentale di reinserimento sociale: oggi lavora poco più di un terzo della popolazione detenuta e la maggioranza dei lavoratori impiegati dall’amministrazione penitenziaria continua a operare con tutele e trattamenti economici inferiori rispetto a quelli riconosciuti all’esterno. Centrale anche il tema dell’istruzione, della salute, del diritto all’affettività, della condizione delle donne detenute e dei minori, con un allarme specifico per l’aumento degli ingressi negli istituti penali minorili e per l’evoluzione della legislazione in materia di giustizia minorile.

Il carcere non può essere ridotto a luogo di mera custodia. Serve una radicale inversione di rotta che punti sulla dignità della persona, sull’effettività dei diritti, sul rafforzamento delle misure alternative, sul lavoro, sull’istruzione e sulla sanità penitenziaria. Solo così sarà possibile riportare il sistema detentivo entro i confini tracciati dalla Costituzione, facendo della pena uno strumento di recupero e reinserimento sociale e non di ulteriore esclusione.