Sabato 6 giugno è convocata ad Amendolara, in provincia di Cosenza, una manifestazione nazionale promossa dalla CGIL e dalla FLAI CGIL per denunciare il caporalato e lo sfruttamento del lavoro agricolo, dopo l’uccisione di quattro braccianti avvenuta nei giorni scorsi. 

Il corteo partirà alle 16:30 dal luogo della tragedia – la stazione di servizio sulla Statale 106 dove i lavoratori sono stati bruciati vivi all’interno di un minivan – per arrivare in piazza ad Amendolara, dove sono previsti interventi pubblici e momenti di riflessione.

Alla manifestazione saranno presenti i segretari generali Maurizio Landini (CGIL) e Giovanni Mininni (FLAI) insieme a delegazioni provenienti da tutta Italia e realtà associative impegnate nella difesa dei diritti del lavoro. 

Una strage che interroga il Paese

La mobilitazione arriva dopo un fatto di una gravità senza precedenti: quattro braccianti sono stati uccisi con modalità brutali, in un episodio che ha sconvolto l’opinione pubblica e riacceso i riflettori sulle condizioni di lavoro nei campi e sul fenomeno del caporalato.

Una tragedia che – come sottolineato da sindacati e associazioni – non può essere considerata un episodio isolato, ma l’esito di un sistema fatto di illegalità diffusa, lavoro nero, ricatto e assenza di tutele. 

La risposta del sindacato: “Basta sfruttamento”

La CGIL ha deciso di scendere in piazza per trasformare il dolore in una richiesta forte di cambiamento, riportando al centro del dibattito pubblico la dignità del lavoro agricolo, la sicurezza dei lavoratori e il contrasto ai sistemi criminali che sfruttano i più vulnerabili. 

“Non vogliamo più assistere a morti annunciate, a diritti violati, a persone calpestate per garantire cibo sulle nostre tavole”, è il senso della mobilitazione lanciata dalla FLAI CGIL, che denuncia un sistema basato su ricatto, sfruttamento e condizioni di lavoro disumane.

L’iniziativa rappresenta anche un appello alle istituzioni perché intervengano con misure concrete: rafforzamento dei controlli, contrasto al lavoro irregolare e politiche strutturali contro il caporalato.

Landini: “Le leggi ci sono, vanno applicate”

Nel commentare i fatti di Amendolara, il segretario generale della CGIL Maurizio Landini ha ribadito la necessità di passare dalle parole ai fatti sul fronte del contrasto allo sfruttamento.

“Le leggi sul caporalato bisogna applicarle. Nella parte chiamata prevenzione, che vuol dire costituire le sezioni territoriali affinché si possano fare le ispezioni, gestire il trasporto delle persone per andare a lavorare, dare casa e alloggio, affrontare il problema del collocamento”.

Questi strumenti oggi non funzionano in molte province: “Queste cose non sono nelle condizioni di essere fatte, perché c’è bisogno di investire – ha sottolineato il leader della CGIL –  Il governo aveva a disposizione fondi europei per superare i ghetti e permettere a queste persone di non essere sotto ricatto e non sono stati spesi”.

Da qui la scelta della mobilitazione: “Sabato pomeriggio andremo a manifestare dove è avvenuto quell’omicidio criminale perché c’è bisogno di un cambiamento e di una presa di posizione da parte di tutti”.

Caporalato e ghetti: una piaga strutturale

La vicenda di Amendolara ha riportato al centro una realtà già nota: il caporalato continua a rappresentare una delle forme più gravi di sfruttamento del lavoro in agricoltura. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori sono esposti a condizioni di impiego irregolari, bassi salari e assenza di diritti. 

Le criticità riguardano non solo i controlli, ma anche le condizioni di vita: ghetti, alloggi precari, trasporti illegali e sistemi di reclutamento opachi alimentano un circuito che rende i lavoratori ricattabili e invisibili. 

A questo si aggiunge il fallimento o il ritardo nell’utilizzo dei fondi pubblici destinati al superamento degli insediamenti abusivi, tema su cui i sindacati denunciano da tempo ritardi e insufficienze.

Una mobilitazione per i diritti e la dignità

La manifestazione di sabato ad Amendolara vuole quindi essere non solo un momento di memoria per le vittime, ma una mobilitazione nazionale per affermare con forza un principio: il lavoro agricolo non può essere terreno di sfruttamento e violenza.

Dalla Calabria si alza una richiesta chiara: più diritti, più controlli, più investimenti e una responsabilità condivisa tra istituzioni, imprese e società civile per spezzare definitivamente il sistema del caporalato.