Nel 2023 la spesa dei Comuni per i servizi sociali e socio-educativi è stata di 9,4 miliardi di euro a cui si aggiungono 1,3 miliardi di euro del Servizio Sanitario Nazionale e 862 milioni dalla compartecipazione degli utenti per un totale di 11,6 miliardi di euro.

Un volume di risorse, che conferma l’importanza degli enti locali nel difficile ruolo di provare a garantire protezione sociale a milioni di persone, ma l’impegno risulta spesso del tutto inadeguato rispetto ai bisogni crescenti della popolazione. Inoltre, dietro alla spesa complessiva si nasconde un Paese profondamente diseguale, dove il diritto all'assistenza continua a dipendere dal luogo in cui si vive.

L'analisi elaborata dalla CGIL sui dati ISTAT mostra infatti che la spesa sociale comunale media è pari a 160 euro per abitante, ma varia dai 215 euro delle regioni del Nord-Est ai soli 89 euro del Mezzogiorno. Le differenze diventano ancora più evidenti guardando ai singoli territori: si passa dai 639 euro pro capite della Provincia autonoma di Bolzano ai 56 euro della Calabria, con ampie distanze anche tra province e tra comuni di diversa dimensione demografica.

La quota più consistente delle risorse è destinata a famiglie e minori, con 3,5 miliardi di euro, seguiti da 2,7 miliardi per le persone con disabilità e 1,4 miliardi per gli anziani. Complessivamente i servizi e gli interventi sociali dei Comuni hanno raggiunto oltre 9,3 milioni di utenti. Negli ultimi dieci anni sono cresciuti in particolare gli interventi rivolti alla disabilità e al contrasto della povertà, mentre diminuisce l'utenza dei servizi per anziani, segnale di un welfare che fatica a rispondere adeguatamente all'invecchiamento della popolazione e alla crescente domanda di assistenza per la non autosufficienza.

Il rapporto evidenzia inoltre come oltre la metà della spesa sociale sia sostenuta attraverso risorse proprie dei Comuni. Un modello che, in assenza di un adeguato riequilibrio nazionale, tende a rafforzare le disuguaglianze territoriali: i territori con maggiori disponibilità finanziarie riescono a garantire più servizi, mentre quelli con minori capacità fiscali restano indietro.

Per la CGIL la risposta passa dal pieno finanziamento dei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS), indispensabili per rendere effettivi e uniformi i diritti sociali su tutto il territorio nazionale. La definizione dei livelli essenziali, sottolinea il sindacato, non può rimanere un mero esercizio normativo: servono risorse strutturali, il rafforzamento dei fondi nazionali per il sociale, la programmazione dei servizi e una forte azione di contrattazione territoriale per garantire a tutte le persone, indipendentemente dal luogo di residenza, un accesso equo ai servizi di welfare.

Il report restituisce così la fotografia di un sistema che, pur registrando una crescita degli investimenti, continua a essere segnato da profonde disparità. Una sfida che riguarda non solo la qualità dei servizi sociali, ma la concreta attuazione del principio costituzionale di uguaglianza e l'esigibilità dei diritti fondamentali delle persone.