PHOTO
Roma, 2 ottobre - Lunedì 5 ottobre il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, sarà a Utøya, in Norvegia, per partecipare all’iniziativa organizzata dalla Confederazione europea dei sindacati (Ces) in ricordo della strage del 22 luglio 2011, quando un terrorista di estrema destra uccise 69 giovani riuniti sull’isola per il campo estivo dell’Organizzazione della Gioventù Lavoratrice Norvegese (AUF). Poco prima, un attentato a Oslo aveva provocato altre otto vittime.
L’iniziativa si svolgerà alla vigilia del Comitato esecutivo della Ces, in programma a Oslo il 6 e 7 ottobre, e rappresenterà, afferma la Cgil, “un momento di vicinanza alle famiglie delle vittime, ai sopravvissuti, all’AUF e all’intera società norvegese. Sarà anche un’occasione per riaffermare i valori per i quali quei giovani si impegnavano: democrazia, solidarietà, inclusione e partecipazione”.
“A quindici anni da quei tragici fatti, e di fronte alla crescita dell’estrema destra in Europa, l’iniziativa ribadirà inoltre - conclude la Cgil - l’impegno del movimento sindacale europeo contro l’odio, il razzismo e ogni forma di discriminazione, e a difesa della democrazia, della solidarietà e dei diritti”.
Di seguito riportiamo l’intervento del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, al Comitato esecutivo della Ces, riunito a Oslo, e, in allegato, il documento approvato dallo stesso Comitato in ricordo della strage di Utøya del 22 luglio 2011.
Quando penso al massacro di Utøya, che abbiamo avuto modo di visitare ieri, a quello che sta succedendo oggi in Europa e a quello che dobbiamo fare noi, le due cose possono sembrare azzardate, ma secondo me hanno un collegamento.
Perché, se ci pensiamo, le idee dell’estrema destra, in questi quindici anni, hanno aumentato il loro consenso in Europa e hanno proprio agito sulla crisi della democrazia e sul peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle persone.
A questo si è aggiunta, purtroppo, la guerra e la guerra, naturalmente, ha accelerato tutti gli elementi della crisi produttiva ed economica, facendo emergere anche la crisi industriale e i problemi che riguardano il modo in cui l’Europa e i nostri Paesi si misurano con le grandi transizioni energetiche, digitali e del lavoro.
Allora, io credo che sia importante che la nostra azione sindacale non sia solo Paese per Paese, ma trovi anche il modo di unire queste lotte, queste battaglie.
Io credo che siamo di fronte a un tema, parlo per me, che considero inedito: quello che oggi è in discussione è l’esistenza stessa dello Stato sociale europeo così come l’abbiamo conosciuto.
Stiamo vedendo che i salari non permettono alle persone di arrivare a fine mese, che il sistema delle pensioni, il sistema della sanità, il sistema della scuola, il diritto al lavoro, così come noi oggi li abbiamo conosciuti, sono messi in discussione dappertutto.
E penso che oggi siamo anche di fronte a un punto politico, perché la logica dell’austerità in Europa oggi si sta collegando a una scelta che punta ad aumentare le spese per le armi e per la difesa.
Io credo che qui ci sia un punto: noi abbiamo bisogno, invece, oggi, di investimenti pubblici, ma anche privati, che vadano in una direzione diversa, che rimettano al centro un altro modello di sviluppo e un diverso compromesso tra le imprese e il lavoro, in particolare misurandoci con il tema delle grandi disuguaglianze che si sono determinate.
Oggi noi abbiamo una concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi che non ha precedenti.
Io credo che esista un problema di intervento anche fiscale, di redistribuzione della ricchezza, sia verso il lavoro e i pensionati, sia per avere le risorse necessarie a fare gli investimenti.
Se noi non invertiamo questa tendenza, il rischio che io vedo è un accompagnamento a quello che sta avvenendo: la paura e l’insicurezza che esistono tra le persone favoriscono anche la logica della destra e il modo con cui si vogliono affrontare questi problemi.
Per questa ragione, io penso che sia importante pensare anche a come si unificano le iniziative e le lotte che nei singoli Paesi stanno venendo avanti.
Penso a quello che sta succedendo in questi giorni in Francia e in Spagna. Penso alle mobilitazioni che in Germania, nel mese di settembre, sono state messe in campo. Penso alle altre mobilitazioni anche nel nostro Paese.
Stiamo pensando di mettere in campo delle iniziative perché i temi del salario, del reddito, che non permette più di vivere, della precarietà tra i giovani, che è aumentata, dello Stato sociale così come l’abbiamo conosciuto, dalla sanità pubblica alla scuola, sono messi radicalmente in discussione.
Quindi, da questo punto di vista, l’elemento che vorrei cogliere e porre è se siamo nella condizione, anche come sindacato europeo, di dare l’indicazione di una giornata, di un periodo in cui ci sia una mobilitazione che unisca anche le varie iniziative che nei singoli Paesi sono state messe in campo.
Credo che sarebbe un elemento importante, proprio per la capacità del sindacato di parlare con tutti i soggetti.
Ieri siamo stati in un’isola che è famosa, che è tornata a essere famosa non solo, purtroppo, per la tragedia, ma per il fatto che lì tanti giovani si incontrano, studiano, lavorano, pensano a come poter cambiare il mondo.
Ecco, io credo che noi, come sindacato, dobbiamo tornare a essere in sintonia con questo, tornare a essere uno strumento anche per le nuove generazioni, rimettendo al centro il lavoro, rimettendo al centro la democrazia.
E per questo credo che noi dobbiamo contrastare le politiche, anche sbagliate, che la Comunità europea ha fatto, dal ventottesimo regime fino al rischio del sistema degli appalti.
Guardate, io lo dico per il mio Paese: noi siamo un Paese che, purtroppo, ha ancora una media di tre morti al giorno sul lavoro e la maggioranza delle persone che continuano a morire lavorano in aziende in appalto, in subappalto, in lavoro nero, perché ormai questa modalità di fare impresa non riguarda solo il pubblico, ma è diventata una cosa trasversale di tutte le attività e di tutti i settori.
Quindi, affermare un altro modello di fare impresa, che metta al centro non solo la qualità del lavoro, ma che sia in grado di unire anche la qualità del fare politica industriale e quindi di un ruolo pubblico che indirizzi determinati investimenti, io penso sia un punto per noi non più rinviabile.
E lo dico perché, se noi vogliamo contrastare davvero questa estrema destra pericolosa che sta venendo avanti, noi abbiamo bisogno che le persone tornino a credere che attraverso la democrazia si può migliorare la loro condizione di vita e di lavoro.
Allora, vuol dire che il sindacato, così come chi fa politica e vuole rappresentare un’alternativa all’estrema destra, deve tornare a occuparsi della vita materiale delle persone: di come si aumentano i salari, di come si fa a far funzionare la sanità pubblica, di come si fa a far funzionare la scuola, di come si può essere un soggetto in grado di indicare anche concretamente un modello di investimenti e di Europa che torni ad avere questa dimensione.
Oggi dobbiamo essere onesti: l’aumento, e anche il consenso, dell’estrema destra è frutto anche di scelte, secondo me, nel passato, anche politiche ed economiche sbagliate, che hanno favorito l’aumento delle disuguaglianze.
Dobbiamo essere onesti tra di noi, non solo dire cosa è sbagliato in quello che fanno gli altri, ma chiederci cosa dipende da noi e cosa facciamo noi per cambiare questa situazione.
Io voglio essere sincero: non sto dicendo che sia semplice, che sia facile. Io, personalmente, una situazione così difficile non l’ho mai vissuta. Quindi io non sono qui a proporre ricette facili; sono qui a chiedere, perché sento questa necessità, che ci sia un movimento dei lavoratori che in Europa rimetta al centro della discussione quelli che sono i temi del lavoro, delle persone che tengono in piedi questo Paese.
Io faccio un esempio: in Italia si pagano più tasse sullo stipendio di quanto non siano le tasse che pagano le imprese sui profitti e sulle rendite finanziarie.
Noi abbiamo un sistema fiscale dove un lavoratore arriva a pagare anche il 40-45% di tasse sul suo stipendio, mentre i profitti sono tassati al 20% e la rendita finanziaria è tassata al 20%.
Siamo all’assurdo che un lavoratore paga più tasse sul suo stipendio delle tasse che paga il suo datore di lavoro sui profitti che lui gli ha fatto fare con il suo lavoro.
Ecco, io credo che questo sia un tema. Penso che non riguardi solo l’Italia, perché un sistema fiscale equo e la tassazione delle grandi ricchezze sono la condizione per avere i soldi da investire nella sanità, nella scuola, nelle politiche industriali.
I soldi bisogna andarli a prendere dove sono e oggi non è vero che non ci sono soldi: sono tanti, ma sono in mano a pochi.
Questo, io credo, sia un tema e, in questo senso, penso che sia necessario e importante unire le lotte che si stanno facendo, essere in grado di dare un senso e una forza anche a quello che sta venendo avanti.
Secondo me, praticare la democrazia vuol dire questo.
Quindi io chiedo questo. Lo dico perché, naturalmente, voglio concludere anche su un aspetto positivo: non voglio solo parlare di problemi.
Nel nostro Paese, ad esempio, insieme anche a CISL e UIL, proprio in questi giorni abbiamo aperto una trattativa con tutte le associazioni imprenditoriali private e stiamo cercando di raggiungere un’intesa che vuole affrontare proprio il problema della rappresentanza, del ruolo dei contratti e dell’aumento, naturalmente, anche dei salari.
Per noi è una novità, perché erano anni che non si apriva la possibilità di un confronto di questa natura ed è stato possibile sia per l’unità dei sindacati, ma anche perché, anche tra le imprese, una concorrenza sleale rischia di mettere in discussione quelli che vogliono fare seriamente gli imprenditori.
Perché la logica del subappalto, la logica della concorrenza al massimo ribasso, in realtà, è un elemento che fa arretrare la qualità democratica del vivere e del fare impresa per tutti.
Allora io penso che, appunto, sia importante muoversi in questa direzione.
E, con queste caratteristiche, noi stiamo, come organizzazione, mettendo in campo iniziative e mobilitazioni che coinvolgano anche la società civile, perché penso che il sindacato, quando parla di diritto al lavoro, di diritto alla casa, di diritto alla salute, di diritto all’istruzione, non parli solo per i lavoratori dipendenti, ma parli di diritti per tutti i cittadini e per elevare la qualità della nostra democrazia vera.
Ecco, io credo allora che noi dobbiamo svolgere questa funzione.
Noi metteremo in campo anche delle iniziative nel mese di ottobre e di novembre, a partire da una grande manifestazione a Roma il 17 ottobre con le associazioni e la società civile che aderisce alla Via Maestra, ma penso che sia importante, appunto, se ci sono le condizioni, e oggi può essere questa un’occasione, che si possa anche indicare, come sindacato europeo, un percorso, delle giornate, dei momenti in cui tutti si parli in sintonia, anche con le nuove generazioni che non vedono più davanti a sé un futuro accettabile.
Anzi, hanno paura di quello che stanno vedendo, perché vedono il rischio che il futuro sia un futuro di guerra e di incertezza.
E questo, in genere, fa paura.
Noi dobbiamo essere pronti a fare questa cosa.
Chiudo su un punto, perché il 14 ottobre, in Parlamento, le forze europee, in particolare le forze progressiste dell’opposizione, hanno organizzato un incontro con tutta la rete internazionale antifascista di organizzazioni sindacali che si è messa in movimento.
È un’iniziativa che partì, se vi ricordate, da quando, a proposito della brutta evoluzione che le cose avevano avuto, in Italia ci fu l’assalto alla nostra sede, alla sede della CGIL, quando addirittura la destra cercò di sfruttare anche il Covid come elemento per alimentare una logica politica pericolosa.
Ecco, io credo che un richiamo oggi ai valori della democrazia non possa essere solo teorico, ma debba collegarsi al miglioramento concreto della vita e della qualità delle condizioni di vita delle persone.
Grazie per l’attenzione.














