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Iniziativa nazionale sul Mezzogiorno. Per l'unità e la crescita del Paese

XVII Congresso Nazionale CGIL © Marco Merlini / Cgil
Rimini 06 Maggio 2014
Prima giornata di lavorI del XVII Congresso Nazionale CGIL
Foto: Marco Merlini
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Le conseguenze della pandemia e della guerra in Ucraina stanno generando effetti pesantissimi sui bilanci delle famiglie e sull’insieme dell’economia del Mezzogiorno. Questi, oltre a colpire le popolazioni meridionali, sono destinati a pregiudicare fortemente le prospettive dell’intero Paese.

Il portato di questa crisi, la sua dimensione e le sue caratteristiche, è fortemente sottovalutato: occorrono interventi che, qui ed ora, diano risposte efficaci nell’immediato e sappiano guardare al futuro.

Crisi energetica e inflazione rischiano concretamente di fungere da detonatore di vecchi e nuovi limiti strutturali, solo in parte affrontati dal PNRR, che generano i divari economici e sociali da tanti denunciati.

Nel Mezzogiorno sono più numerose le famiglie e le persone povere; più basso è il tasso di occupazione, più numerose le donne e i giovani con basso titolo di studio e collocati fuori dal mercato del lavoro, o ai suoi margini attraverso precariato e part time involontario; più debole il sistema di istruzione e formazione, e la rete di servizi pubblici capace di prendere in carico la popolazione e rispondere ai bisogni sociali, a cominciare da quello alla salute.

Il tessuto produttivo è più fragile, per il prevalere di microimprese incapaci di innovare e di internazionalizzare, di una specializzazione nei servizi a minore valore aggiunto, mentre i grandi insediamenti industriali sono fortemente caratterizzati da attività energivore ed inquinanti che pregiudicano ogni prospettiva di sviluppo. Su questo piano la scelta si fa più stringente: o assistere alla dismissione di gran parte dell’industria o governare la transizione verso un nuovo modello ecologicamente e socialmente sostenibile. Nel complesso, è in causa quindi l’insieme del modello di specializzazione produttiva, segnato da minore valore, minore produttività, minore occupazione qualificata soprattutto di giovani e donne. È su questi aspetti di fondo che occorre definire una nuova strategia di politica economica nel cui ambito l’intervento pubblico, anche attraverso strumenti come l’Agenzia per lo Sviluppo e le politiche industriali proposta dalla CGIL, assuma funzioni di indirizzo e coordinamento dei diversi attori istituzionali per governare la transizione verde e la trasformazione digitale e in cui un ruolo trainante possono rivestire le grandi aziende partecipate per sostenere il complesso ed inevitabile processo di riconversione.

Il quadro è aggravato dalla condizione in cui anni di scelte sbagliate e miopi hanno ridotto la presenza e la funzione dello Stato nel Sud del Paese, con una Pubblica Amministrazione ridimensionata nei numeri e nelle competenze necessarie a garantire la sua funzione per lo sviluppo economico e il benessere sociale. Il Paese non può più permettersi l’aumento dei divari, delle diseguaglianze, della povertà: è il momento di assumersi la responsabilità di guardare in faccia la realtà; di abbandonare quelle idee e quegli strumenti adottati sin qui e rivelatisi incapaci di modificare la situazione; di prefigurare un profondo cambiamento economico e sociale.

Le proposte che di seguito avanziamo hanno l’obiettivo di rispondere ad alcuni dei principali problemi che si stanno presentando, consapevoli che solo guardando alla prospettiva futura si potranno invertire le tendenze in atto.

1) Occorre prorogare provvedimenti esistenti e attivare nuove misure economiche e fiscali di sostegno a lavoratori e pensionati, al sistema produttivo, alle famiglie: riforma del Reddito di Cittadinanza, che va rafforzato attraverso il potenziamento della rete dei servizi pubblici territoriali e della presa in carico dei beneficiari; ammortizzatori conservativi che accompagnino le transizioni e che siano collegati alla formazione; superamento del precariato attraverso la riduzione delle tipologie contrattuali e intervenendo sui rapporti a termine e sul part-time involontario; contrasto all’abuso dei tirocini; redistribuzione degli orari di lavoro a parità di salario anche per favorire il ricambio generazionale; agire sull’indebitamento delle imprese per impedire il blocco degli investimenti, cessazioni e fallimenti; bisogna intervenire sulla stretta al credito anche per evitare i ricatti mafiosi che attraverso usura e prestiti facili finiscono per distruggere l’apparato produttivo; vincolare la fiscalità di vantaggio al Sud a precise condizioni in vista di un suo progressivo superamento. Si tratta di un importante investimento previsto per il Sud, anche attraverso l’uso dei Fondi europei per la Coesione, i cui risultati fin ad ora sono deludenti perché ci si continua a basare su un sistema di incentivazioni alle imprese privo di qualsiasi condizionalità per investimenti innovativi e lavoro stabile, in particolare di giovani e donne. E infatti non si determina alcuna
correlazione significativa tra crescita delle assunzioni e incentivi, né con la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.

2) Si sta realizzando la progressiva dismissione dell’apparato industriale meridionale. Tutti gli sforzi progettuali, tutte le risorse necessarie vanno indirizzati al cambiamento, nel segno della sostenibilità, del modello di specializzazione produttiva, programmando gli adeguati investimenti pubblici e favorendo quelli privati. In questo ambito va ripensato il ruolo della grande impresa a partecipazione pubblica, non solo per rispondere alle attuali criticità ma per dare un contributo decisivo, date le condizioni naturali del Mezzogiorno, ad uno sviluppo di qualità fondato sulla sostenibilità.

Governare la transizione è fondamentale per assicurare un futuro all’industria del Mezzogiorno, in particolare per alcune filiere produttive: le rinnovabili, l’automotive, la siderurgia (pulita e sostenibile), l’agricoltura, il turismo e i servizi.

La cultura stessa può essere una delle leve essenziali per affrontare le diseguaglianze territoriali che segnano il Paese. Nel Mezzogiorno vi è uno straordinario patrimonio culturale e paesaggistico oggi in gran parte ignorato. Tutelarlo e promuoverne la valorizzazione è una delle carte fondamentali per provare ad uscire dalla crisi e prospettare una diversa qualità dello sviluppo. Per questa ragione c’è bisogno di un sistema nazionale della cultura che indichi i livelli essenziali delle prestazioni, da garantire con le dovute risorse, che spettano ad ogni territorio in termini di biblioteche, sostegno al patrimonio museale e artistico, cura dei contesti urbanizzati e paesaggistici.

Occorre modernizzare e sviluppare i collegamenti infrastrutturali intermodali, portuali e della logistica, collegandoli al resto del Paese e all’Europa. Le aree interne e periferiche vanno dotate di infrastrutture e servizi di qualità. È necessario un importante intervento per garantire l’efficienza del sistema dei trasporti, accelerando la transizione verso una logistica a basso impatto ambientale. Inoltre, bisogna investire nel trasporto pubblico locale nell’ottica della riduzione dell’inquinamento e del passaggio ad una mobilità sostenibile.

Nel Mezzogiorno, nonostante i piani di sviluppo della banda ultralarga, non sono stati risolti i gravi problemi di connettività. Proprio per integrare gli interventi sulla rete digitale nelle zone più svantaggiate del Paese, occorre utilizzare efficacemente le risorse disponibili, a partire da quelle del PNRR. C’è bisogno di una visione strategica e di un soggetto industriale che non si limiti a rivendere connettività al mercato.

3) Per garantire l’accessibilità universale alle prestazioni sociali e sanitarie in tutte le Regioni, occorre superare ogni divario territoriale oggi esistente. Esso sarebbe invece ulteriormente aggravato con l’autonomia differenziata.

Il finanziamento delle politiche pubbliche, a partire da LEA e LEP da troppo tempo indefiniti, deve essere finalizzato a garantire ad ogni amministrazione le risorse necessarie a soddisfare i bisogni sociali del proprio territorio: non deve basarsi sulla spesa storica, né su percentuali decise a priori, ma su ciò che serve a rendere esigibili ovunque i diritti civili e sociali fondamentali. Né più, né meno.

Ciò che si rende necessario è la definizione di un nuovo Stato Sociale universale che va inteso al contempo come leva dello sviluppo e risposta ai diritti sociali. Per questo va restituita centralità al servizio sanitario pubblico e universalistico, a partire dal rafforzamento della rete ospedaliera e dal contrasto alla mobilità passiva e alle liste di attesa; va potenziata l’assistenza territoriale e realizzata una piena integrazione socio-sanitaria; vanno promosse politiche per il sostegno alla non autosufficienza e all’invecchiamento attivo.

4) Occorre predisporre un Piano straordinario per l’occupazione, a partire dalla Pubblica Amministrazione, attraverso la copertura di tutte le professionalità che operano per la tutela della salute, nell’assistenza sociale, nel sistema educativo e di istruzione e nel campo della cultura. In questa prospettiva occorre rivedere le linee guida per l'attuazione del PNRR andando oltre le sole clausole di condizionalità (quote e vincoli nei bandi), peraltro indebolite dalle stesse deroghe, rendendo effettivi gli obiettivi di occupazione giovanile e femminile. Criterio che va esteso a tutte le risorse europee oltre a quelle ordinarie.

5) Per cogliere fino in fondo le opportunità offerte dai finanziamenti europei e nazionali bisogna compiere scelte necessarie che consentano il pieno, corretto ed efficace utilizzo delle risorse anche attraverso l’integrazione delle diverse fonti di finanziamento, l’incremento delle risorse ordinarie e assicurando una strutturata ed effettiva “governance partecipata”, così come previsto dal Protocollo del 23 dicembre 2021, nonché dall’elaborazione del CNEL sulla definizione istituzionale del partenariato economico e sociale. È necessario rafforzare e coordinare la nostra azione contrattuale nei settori produttivi e nei luoghi di lavoro con le politiche per lo sviluppo territoriale al fine di realizzare una negoziazione che faccia sistema anche nel rapporto con le Istituzioni pubbliche.

6) Garantire giustizia e legalità è un fattore prioritario per lo sviluppo economico e sociale. È anche qui che si registrano pesanti ritardi. Fondamentale è il controllo di legalità della spesa pubblica, che va esercitato in modo strutturato tra stazioni appaltanti e parti sociali, sia nelle scelte che nelle modalità di assegnazione. In questo contesto assume particolare rilievo la questione dei beni immobili e delle aziende confiscate. Ci troviamo infatti di fronte a un numero consistente di beni che può rappresentare una risorsa e una occasione di sviluppo per il Sud e per l’intero Paese nonché una straordinaria opportunità per creare nuova occupazione. Il ruolo dello Stato è perciò decisivo, a partire dall’applicazione delle leggi regionali sui beni sequestrati e confiscati presenti in tutto il Mezzogiorno ma mai adeguatamente finanziate.

7) È necessario un investimento pubblico straordinario in istruzione per colmare i divari esistenti e portare il nostro Paese in linea con la media di spesa europea. Ciò va fatto per garantire in tutte le
aree del Mezzogiorno la copertura degli asili nido e la loro gratuità, rendere obbligatoria e gratuita la scuola dell’infanzia, estendere il tempo pieno nella scuola primaria e il tempo prolungato nella scuola secondaria, così come l’obbligo scolastico a 18 anni cancellando la sperimentazione della riduzione a 4 anni del percorso delle medie superiori.

Deve essere inoltre garantito in tutto il Paese lo sviluppo del sistema universitario, superando l’attuale logica competitiva fra atenei e sostenendo il diritto allo studio, anche con la drastica riduzione delle tasse di frequenza.

Diventa decisiva l’affermazione del diritto soggettivo alla formazione permanente, per non subire le trasformazioni in atto e non rassegnarsi alle diseguaglianze di cui l’esclusione dal sapere e dalla conoscenza ne rappresenta la forma più grave e discriminatoria.

Il rilancio del Mezzogiorno non può prescindere da una rinnovata Strategia euromediterranea, entro cui far vivere nuove politiche di accoglienza e il rafforzamento della cooperazione internazionale.

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