Stiamo affrontando il tema dell’infrastrutturazione digitale del Paese con l’”Incumbent” nazionale destabilizzato e con un modello che rischia di non avere un’idea di quella che sarà, una volta aggiudicati i lotti messi a bando, la ricomposizione unitaria di sistema.
Abbiamo già avuto modo di dire in più occasioni che nutriamo qualche dubbio riguardo al fatto che la scelta di procedere per lotti possa andare in direzione della costruzione di un modello di digitalizzazione resiliente, capace di reagire alle difficoltà, agli imprevisti e ai cambiamenti di contesto.
Questo perché si è scelto di trattare la rete di telecomunicazione, struttura portante dell’intero impianto contenuto nelle missioni del PNRR, come fosse un’opera pubblica “inerte”.
Per connettere il Paese, da nord a sud, dalle aree interne alle isole però non è sufficiente posare i cavi, per poi metterli a disposizione del mercato.
Il rischio che ravvisiamo è quello di avere nel tempo, a seconda dell’operatore o dell’area geografica, un avanzamento o un arretramento di tratti della rete, una disomogeneità che prima o poi mostrerà tutta la fragilità di questa operazione in assenza di un’idea precisa e univoca di quella che deve essere l’architettura di rete, la gestione delle connessioni, delle innovazioni necessarie e degli investimenti da fare costantemente nel tempo.
Naturalmente non possiamo che rilevare positivamente il rispetto puntuale del cronoprogramma che il Governo sta seguendo con l’obiettivo di portare l’Italia a colmare ritardi e gap infrastrutturali in tema di connettività entro il 2026, anticipando di addirittura 4 anni la data fissata dalla strategia europea Digital Compass.
Perchè questo permetterebbe al nostro Paese di sfruttare appieno le risorse del PNRR (6,71 miliardi di euro), destinate alle reti ultraveloci (banda larga e 5G).
Tappe e tempi del PNRR dunque sono fino ad oggi sostanzialmente rispettati, ma non basta.
Il problema è avere una strategia resiliente, che non si limiti a promuovere spesa in una fase straordinaria per poi lasciare al mercato la gestione di quello che ormai si è affermato come un vero e proprio diritto, quello alla connettività.

E allora vorremmo sapere quali elementi di garanzia sono in grado di dirci che ci saranno investimenti costanti e omogenei in innovazione tecnologica, anche nelle aree meno remunerative?
L’Italia sconta ancora gravi ritardi per la copertura delle “aree bianche” (quelle a fallimento di mercato), dove ogni giorno diventa più stridente il divario fra aree geografiche. E siamo preoccupati del fatto che per quel che riguarda le “aree grigie” prevalga una logica “mercatista”.
C’è poi un’altra riflessione da fare: con questa operazione stiamo trasferendo, con il sistema ad incentivi, risorse pubbliche ai privati per fare tratti di infrastruttura, ma questo avviene nello stesso momento in cui non è chiaro se l’Italia sceglierà la strada della rete unica oppure no.
Quale è il modello di governance ipotizzato?
E se si arrivasse alla costituzione della rete unica, una volta che gli operatori avranno realizzato con denaro pubblico porzioni di infrastruttura, diventandoneproprietari, le rivenderanno allo Stato?
Il rischio è evidentemente quello di avere un doppio fallimento. Il primo tecnologico, perché 10 o 20 piccole reti non fanno l’infrastruttura di un Paese; il secondo riguarda la gestione dei conti e delle risorse.
Il PNRR, e senza soluzione di continuità tutti gli altri fondi messi a disposizione per integrare interventi nelle zone più svantaggiate del Paese, sono indubbiamente lo straordinario strumento in grado di ridurre divari territoriali, sociali ed economici.
Ma senza una visione realmente strategica e, nel caso specifico della rete, senza un soggetto che non si limiti a rivendere connettività al mercato (wholesale only), come garantiremo al Paese una rete con parità di accesso e di servizi offerti?
E ancora, nell’ottica della realizzazione e del consolidamento di un sistema di telecomunicazioni europeo, chi si candiderà a dialogare, in una posizione paritaria, con gli altri soggetti industriali, garantendo la tenuta di scelte e politiche di sistema?
I piani di sviluppo della banda ultralarga che si succedono ormai dal 2015, non hanno colmato il "digital divide" che ancora condanna milioni di cittadini in una condizione di arretratezza tale da non consentire loro di usufruire appieno di questa rivoluzione.
Ce lo confermano i numeri del DESI 2021, perché sebbene si sia registrato qualche avanzamento sull’utilizzo dei servizi servizi cloud e di e-government (36% contro il 32% del 2020, ma ben al di sotto del 64% della media Ue), sulle altre voci continuiamo ad arrancare.
Al netto dunque di quello che sembra un risultato positivo in termini generali (sembriamo aver recuperato 5 posizioni nella classifica europea, passando dalla 25ma alla 20ma posizione), dobbiamo evidenziare che non tutto è come appare.
A cominciare dagli indicatori che sono stati utilizzati.
Il DESI 2020 raccoglieva 37 indicatori su 5 dimensioni: connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione delle tecnologie digitali (ovvero la digitalizzazione delle imprese), servizi pubblici digitali.
Il DESI 2021 ne utilizza solo 33, su 4 dimensioni (l’area “Uso di internet”, riconducibile in qualche modo all’area “Capitale umano”, è stata eliminata, così come sono stati modificati alcuni indicatori relativi alle altre dimensioni.)
Se la metodologia fosse rimasta quella del 2020 è probabile che questo salto in avanti di 5 posizioni non verrebbe neanche rappresentato.
Quanto alla formulazione dei bandi, abbiamo apprezzato il fatto che tra i criteri di assegnazione sia prevista l’attribuzione di un punteggio aggiuntivo legato alla qualità di assunzione del personale, agli impegni relativi a inclusione, diversità di genere, persone con disabilità e sostegno a categorie svantaggiate.
Manca però del tutto il riferimento al vincolo per gli aggiudicatari dei bandi di applicare correttamente i CCNL, strumento necessario per garantire la qualità del lavoro che si produce con gli investimenti del PNRR.
Inoltre, poiché un sistema con 15 lotti genererà appalti e subappalti, frazionando ulteriormente un mondo che è già frazionato, riteniamo necessaria l’attivazione di un osservatorio permanente, con la partecipazione di Organizzazioni Sindacali maggiormente rappresentative, rappresentanti delle imprese e istituzioni, per misurare la qualità e la quantità dell’occupazione che verrà creata e monitorare
periodicamente il rispetto degli impegni assunti dalle imprese vincitrici dei bandi anche in tema di formazione e riqualificazione delle lavoratrici e dei lavoratori.
Nel 2015 ne era stato costituito una a seguito della definizione del “Protocollo per l’occupazione e la legalità” sottoscritto dal Mise, da Infratel e dalle Organizzazioni sindacali, nella fase di attuazione del Piano “Strategia per la banda ultralarga”, con l’impegno ad accompagnare la formazione e il ricollocamento dei lavoratori del settore, tutelare la legalità e la sicurezza nei rapporti di lavoro e contrastare il ricorso al lavoro irregolare nel settore degli appalti di lavori pubblici.
Crediamo che oggi sia indispensabile riproporlo per non perdere il controllo della filiera e garantire buona occupazione, sia in termini di diritti che di competenze.
Così come riteniamo necessario prevedere la calendarizzazione di riunioni specifiche, a livello nazionale, regionale e territoriale, per monitorare lo stato di avanzamento dei diversi Piani e rendere possibile la verifica e il confronto sugli impatti sociali ed economici che si determineranno sui diversi territori.
Sempre a proposito di bandi vorremmo chiedere quali correttivi sono stati posti al Bando per il Piano Isole minori e se le correzioni apportate stanno producendo una risposta.
Per quanto riguarda il Piano 5G, dalla mappatura di Infratel (cui hanno partecipato Tim, Vodafone, WindTre e Iliad) è emerso che l’intervento riguarderà un perimetro pari al 15% del territorio nazionale che interessa l'1,6% della popolazione (con punte del 3,3% in Molise e del 3,1% in Calabria, il che conferma anche in questo caso quanto il “digital divide” si concentri nel Mezzogiorno).
A questo si aggiungono centinaia di chilometri di gallerie autostradali e di gallerie ferroviarie.

I quasi 2miliardi di finanziamento pubblico dovranno coprire (per il 90%) il rilegamento in fibra ottica di più di 10.000 siti radiomobili esistenti e la realizzazione di nuovi impianti in oltre 2.000 aree entro il 2026.
Come verrà regolato l'obbligo di accesso all'ingrosso alle nuove reti?
Sempre in tema di infrastrutture, ci preoccupa quanto avvenuto nelle settimane scorse con la definizione del DPCM firmato dal Presidente del Consiglio Mario Draghi che consente alla Rai di scendere sotto al 51% della partecipazione azionaria nella società delle torri, Raiway, aprendo la strada alla cessione del controllo dell'infrastruttura di trasmissione.
Un altro colpo ben assestato alle infrastrutture del Paese, questa volta di un asset strategico per l’azienda di Servizio Pubblico.
Negli ultimi mesi continuiamo ad assistere allo smantellamento di pezzi importanti del settore delle tlc nel nome di operazioni che vorrebbero aprire la strada al riassetto del settore.
Operazioni che riteniamo di segno assolutamente opposto rispetto a quello che dovrebbe essere l’interesse generale del Paese.
Nel caso di Raiway, non ci è del tutto chiara la ragione che ha portato il Premier alla cancellazione di una norma voluta nel 2014 dall'allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi per garantire che le torri rimanessero un bene pubblico, al riparo dagli assalti del mercato.
La sensazione è che si voglia compensare il buco nelle casse della Rai, (per mancati ricavi da canone), vendendo i propri ripetitori e tenere i conti in pareggio.
Ma forse non è l’unica ragione. Temiamo si stia radicando sempre più l’idea che si possano separare le infrastrutture dai contenuti, il che sarebbe tanto
illogico quanto anacronistico.
C’è poi tutto il tema dei data center. Tra gli obiettivi del Governo e del PNRR c’è quello di avere un sistema dove mettere in sicurezza i dati e le applicazioni di almeno 180 enti pubblici entro la fine del 2022, per procedere gradualmente con tutti gli altri (sono oltre 22 mila, sparsi su tutto il territorio nazionale). Oggi anche su questo tema noi ci scopriamo drammaticamente deboli e esposti e dobbiamo
correre ai ripari (Il 95% di quelli censiti ha presentato carenze nei requisiti minimi di sicurezza, affidabilità, capacità elaborativa ed efficienza).
La proposta di realizzare quattro data center interconnessi sul territorio nazionale, con requisiti di sistema e interoperabilità tali da consentire la migrazione di quanto fino ad ora è esposto a rischi e/o risulta inefficiente, ci sembra un buon punto di partenza.
Si tratta ora di verificarne la corretta realizzazione ed avere contezza di quali saranno le garanzie per i dati dei cittadini e delle imprese italiane anche in relazione al rapporto con le big tech.
Su questo delicatissimo argomento segnaliamo che i rischi da monitorare sono quelli che riguardano la gestione e la sovranità dei dati, che vanno tutelati fino in fondo. Questo è uno dei principi che regoleranno sempre più la vita democratica del Paese.
L’istituzione dell’Agenzia nazionale per la Cybersecurity rappresenta a nostro avviso un passaggio fondamentale, che va nella direzione della ricerca di affermazione di una “sovranità tecnologica nazionale” e dello sviluppo di strategie difensive, condivisione di know how e best practices.

Così come consideriamo un importante passo avanti l’aver predisposto entro i tempi stabiliti il bando per la realizzazione del Polo Strategico Nazionale, con l’obiettivo di mettere in sicurezza le funzioni più delicate del nostro Paese nella gestione dei servizi cloud, indicando all’interno dello stesso i principi di disegno seguiti per garantire la “digital sovereignty” e le funzioni di supervisione e controllo da parte delle autorità preposte su dati e servizi strategici.
Allo stesso tempo, crediamo sia opportuno, oggi più che mai, definire processi di cloud storage che siano in linea con quanto sta avvenendo in Europa con il progetto GAIA X.
Sempre a questo proposito siamo inoltre convinti della necessità di avere un “Incumbent”, e cioè un soggetto a controllo pubblico che metta il nostro Paese in condizione di stare al pari degli altri Paesi europei, in uno scenario che vede la competizione ormai a livello mondiale.
Sui progetti legati allo Spazio, nel PNRR sono presenti investimenti importanti, ma crediamo si debba osare di più.
Negli ultimi anni il posizionamento dell’Italia si è indebolito rispetto all’Europa e al mondo, anche a causa di strategie poco coerenti e di risorse economiche insufficienti da parte dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana).
Gli interventi previsti non sono in sé sbagliati, ma non delineano con sufficiente chiarezza il percorso per rilanciare una politica nazionale adeguata.
In assenza di questa, il nostro “Incumbent” nel settore, Leonardo, rischia un possibile declassamento.
In conclusione, crediamo che il PNRR rappresenti un’occasione unica per attuare la grande trasformazione digitale necessaria al Paese anche per superare una condizione strutturale di debolezza in tema di politiche industriali. Un’occasione da cogliere appieno anche per investire in ricerca e innovazione e creare nuove e qualificate opportunità di lavoro.
Infine, siamo fortemente convinti del fatto che gli obiettivi del PNRR in tema di digitalizzazione saranno difficilmente raggiungibili senza la creazione di una rete di TLC unitaria, soggetta a controllo pubblico, in grado di produrre innovazione nei tempi necessari e con un sistema di servizi fortemente connesso.


→ Risposte ai quesiti che sono stati posti rispetto alla materia trattata nella nona riunione del Tavolo Permanente per il Partenariato Economico, Sociale e Territoriale, ai quali hanno provveduto a rispondere Barbara Apuzzo e Cinzia Maiolini, che hanno partecipato al tavolo, nonché Federico Bozzanca per la parte di sua competenza