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Resoconto della riunione del Comitato CES sull'istruzione e la formazione - 17 novembre 2021

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Sono stati quattro gli argomenti trattati nel corso della riunione del Comitato CES sulla formazione.
Il primo è stato un aggiornamento sui piani d’azione comunitari in materia di istruzione e formazione. A seguito della pandemia, Bruxelles ha modificato le proprie strategie, con l’obiettivo di favorire l’accesso alla formazione e al mercato del lavoro per i disoccupati, i giovani e i lavoratori. Il primo passo è stato il rinnovo da parte della Commissione europea, a luglio 2020, dell’Alleanza europea per l’apprendistato (EAFA), siglata anche dalla CES, con l’obiettivo di rilanciare questo istituto. A causa dell’epidemia, un elevato numero di giovani ha, infatti, abbandonato i corsi di formazione professionale e gli apprendistati. Il sindacato europeo ha chiesto alla Commissione europeo un impegno affinché gli apprendisti non siano utilizzati dalle imprese come lavoratori a basso costo, senza riconoscere loro un’adeguata formazione.
A novembre 2020 la Commissione europea ha lanciato un Patto per le competenze (Pact for Skills) , con l’obiettivo di favorire un modello sullo sviluppo delle competenze comune in tutta Europa. Secondo uno studio del Cedefop, il 46,1% della popolazione adulta dell’UE, vale a dire 128 milioni di persone, ha, infatti, bisogno di riqualificare e aggiornare le proprie competenze. Il Patto sottolinea che la riqualificazione e il miglioramento delle competenze devono tenere conto dei processi di transizione verde e digitale. Il Patto prevede che ci siano impegni definiti a livello qualitativo e quantitativo da parte dei vari soggetti impegnati nella sua realizzazione. La CES ha firmato il Patto ma è molto critica sulla sua applicazione pratica perché non sempre il sindacato è coinvolto in modo adeguato sull’adozione del Patto a livello nazionale. La rappresentante di IndustriAll ha messo in luce nel corso della riunione che i partner del Patto sono perlopiù imprese: molte di queste hanno attivato un confronto con il sindacato ma alcune, anche di dimensione multinazionale, non lo hanno fatto. Il rappresentante del sindacato tedesco ha dichiarato che in Germania è stata messa a punto una strategia nazionale per la formazione
continua che punta a un utilizzo delle risorse del Fondo sociale europeo per favorire corsi sul luogo di lavoro. Il rappresentante del sindacato spagnolo è poi intervenuto, notando che ci sono passi in avanti nel coinvolgimento delle parti sociali sull’applicazione del Patto sulle competenze.
Entro il 31 maggio 2022 gli Stati membri dovranno rendicontare sia sull’attuazione del Patto per le competenze per mezzo di piani nazionali sia sulla governance della strategia in materia ed è importante che i sindacati siano coinvolti in questa rendicontazione. Il Cedefop, l’agenzia europea per la formazione professionale, e l’ETF, la Fondazione europea per la formazione professionale, analizzeranno i Piani nazionali di attuazione del Patto comunitario per le competenze, considerando con attenzione il livello di coinvolgimento delle parti sociali in tali Piani. E’ stato convenuto in riunione che i sindacati nazionali seguiranno con attenzione l’attuazione dei Piani nei propri Paesi, informando la CES di eventuali criticità.
Sempre a novembre 2020, è stata adottata la Raccomandazione europea sull’istruzione e la formazione professionale per la competitività sostenibile, l’equità sociale e la resilienza, che pone un forte accento sul rafforzamento delle opportunità di apprendimento e apprendistato basati sul lavoro. La Raccomandazione aggiorna il quadro EQAVET (la garanzia europea della qualità dell’istruzione e della formazione professionale) e sostiene i COVE (centri di eccellenza professionale) che riuniscono partner locali per sviluppare “ecosistemi delle competenze”. Sono 14 i settori che costituiscono tali ecosistemi (es. automobilistico, aerospazio, energia, agroindustria). Il 30 novembre 2020, i ministri responsabili dell’istruzione e della formazione hanno firmato la “Dichiarazione di Osnabrück” , che sottolinea come l’istruzione e la formazione professionale sono un fattore di ripresa e di transizione giusta verso economie digitali e verdi. Ludovic Voet, segretario confederale della CES, ha messo in evidenza l’impegno del
sindacato europeo sul raccordo fra i bisogni emergenti di competenze a seguito delle transizioni verde e digitale e la necessità che non siano escluse dal mercato del lavoro le persone meno qualificate o più fragili. Voet ha, inoltre, ribadito l’importanza dell’azione dei sindacati nazionali su questo tema.
Ad agosto 2021, la Commissione UE ha pubblicato un documento di lavoro sull’attuazione negli Stati membri della Raccomandazione comunitaria del 15 marzo 2018 relativa a un quadro europeo per apprendistati efficaci e di qualità , che elenca 14 criteri in base ai quali individuare le misure nazionali sull’apprendistato che offrono garanzia di efficacia e di qualità (uno di questi è il coinvolgimento effettivo delle parti sociali). Nel documento si sottolineano quattro aspetti: 1) l’istituto dell’apprendistato è stato duramente colpito dalla pandemia e questo ha avuto ricadute negative sui gruppi svantaggiati del
mercato del lavoro e su chi vive nelle aree rurali; 2) l’apprendistato deve essere utilizzato non solo dai giovani ma dalle persone di ogni età, in modo da aumentare le opportunità di lavoro e di formazione per tutti; 3) le donne continuano a usufruire meno degli uomini dei corsi di formazione professionale; 4) Occorre rafforzare il coinvolgimento delle parti sociali nella messa a punto, nella governance e nell’attuazione degli schemi di apprendistato. Per quanto riguarda l’Italia, il documento di lavoro di Bruxelles mette in evidenza che dal 2018 al 2021 è stato rafforzato il coinvolgimento delle parti sociali sia per via legislativa sia attraverso i comitati bilaterali regionali e gli accordi siglati a livello aziendale e territoriale.
Per completare il quadro degli sviluppi della strategia comunitaria in materia di istruzione e formazione, la CES ha informato i partecipanti alla riunione del Comitato di una prossima iniziativa europea, denominata ALMA (Aim, Learn, Master, Achieve). Secondo alcune anticipazioni, sarà rivolta ai giovani che non studiano e non lavorano (i NEET). ALMA finanzierà, tramite le risorse del Fondo sociale europeo Plus, le spese di viaggio, vitto e alloggio a quei giovani che, dopo aver seguito in patria un periodo di formazione personalizzata, lavoreranno al massimo per 6 mesi in un’azienda in un altro Stato membro. Sembra che gli imprenditori potranno scegliere se retribuire o meno il giovane. E’ stato deciso che una posizione della CES su ALMA sarà formalmente presa quando la Commissione UE lancerà l’iniziativa nella primavera del 2022, dando maggiori particolari sulle caratteristiche e gli obiettivi.
Un secondo tema importante affrontato nel corso della riunione del Comitato CES è stato quello del contributo che la formazione può apportare per risolvere il problema del disallineamento fra la domanda e l’offerta di lavoro in Europa. Le associazioni imprenditoriali da tempo sostengono la tesi che tale disallineamento dipende dall’incapacità dei lavoratori e dei disoccupati di dotarsi delle giuste competenze. Per mostrare l’inconsistenza di questa tesi, la CES ha invitato alla riunione del Comitato Mara Brugia, direttrice del Cedefop, la quale ha notato che bisogna parlare di potenziale di apprendimento piuttosto che di qualifiche professionali insufficienti e che è sbagliato considerare questo disallineamento una colpa dei lavoratori, perché fattori come la localizzazione geografica dell’azienda, le condizioni di lavoro o i salari offerti influenzano tale disallineamento. Le politiche pubbliche – ha proseguito Mara Brugia - devono intervenire su questi fattori, considerando sia la domanda sia l’offerta di lavoro e tenendo a mente che la partecipazione al dialogo sociale agevola lo sviluppo di nuove competenze. Secondo uno studio di prossima pubblicazione del Cedefop, la mancata corrispondenza fra domanda e offerta di lavoro non è un processo statico ma dinamico, che ha bisogno di soluzioni in grado di adattarsi a un contesto economico in continuo cambiamento. Inoltre, secondo il Cedefop, anche se sette datori di lavoro europei su dieci dichiarano di avere difficoltà a trovare dipendenti con le competenze giuste, molti di loro in realtà si aspettano che i neo assunti abbiano già tutte le competenze necessarie, senza offrire corsi per svilupparle.
Un aspetto preoccupante emerso dallo studio dell’agenzia europea è che un lavoratore europeo su tre con mansioni ripetitive non è messo in condizioni di migliorare le proprie competenze. In sostanza, quindi, esiste per il Cedefop un problema costituito dal fatto che le imprese dell’UE non investono a sufficienza nella formazione dei propri lavoratori: solo un’azienda europea su cinque promuove, infatti, lo sviluppo delle competenze dei dipendenti.
In terzo luogo, nella riunione del Comitato CES si è discusso del controverso tema dei conti individuali di apprendimento (Individual Learning Account – ILA). L’8 dicembre prossimo la Commissione europea presenterà una proposta a questo riguardo, che rappresenta, a detta di Bruxelles, un mezzo efficace per favorire il trasferimento dei crediti formativi (training entitlements) da un impiego all’altro. La proposta si ispira a uno schema già esistente in Francia dal 2017. La CES ha adottato a giugno 2021 una posizione sugli ILA, chiedendo che la Commissione UE concentri i propri sforzi su come garantire il diritto alla formazione, utilizzando differenti strumenti finanziari a seconda del contesto nazionale, invece di puntare a dei conti individuali di apprendimento: “gli ILA” vi si legge “non sono la stessa cosa che assicurare il diritto degli individui alla formazione (...) Garantire questo diritto non deve essere considerato una responsabilità individuale ma una responsabilità sociale ed economica”. Il sindacato europeo teme, infatti, che un’iniziativa comunitaria su questo tema mandi il messaggio sbagliato che la riqualificazione e l’aggiornamento delle competenze ricadono unicamente sulle spalle dei lavoratori, anche se
usufruiscono di incentivi pubblici; al contrario, è responsabilità degli imprenditori finanziare la formazione dei propri dipendenti e apprendisti. La posizione della CES, inoltre, sottolinea altri otto aspetti: 1) il diritto alla formazione dev’essere attuato in ogni Stato membro dell’UE; 2) il diritto a un congedo retribuito per istruzione e formazione deve essere garantito a livello individuale, di azienda e di settore, assicurando sia la trasferibilità di tale diritto sia l’accesso alla validazione; 3) deve essere messo a punto un meccanismo di monitoraggio efficace sul disallineamento fra domanda e offerta di lavoro, considerando le reali motivazioni che ne sono alla base ed evitando di incolpare i lavoratori di tale disallineamento; 4) occorre rispettare il principio di sussidiarietà: la decisione sulle condizioni cui accedere al diritto alla formazione deve rimanere di competenza nazionale; 5) Il dialogo sociale è un prerequisito del diritto alla formazione; 6) bisogna assicurare che tutti i lavoratori abbiano uguale accesso alla riqualificazione e all’aggiornamento delle proprie competenze, seguendo corsi di qualità: oggi il 34% delle aziende europee non offre alcuna formazione ai propri dipendenti o la eroga solo a meno del 20% di loro. Inoltre, occorre considerare che i meno qualificati sono i più riluttanti a partecipare alla formazione lungo tutto l’arco della vita; 7) i lavoratori hanno bisogno di una guida e di consigli appropriati su come riqualificare e aggiornare in modo valido le proprie competenze, scegliendo il corso giusto; 8) bisogna assicurare il diritto a qualifiche complete e non solo a
corsi di breve durata.
Un paio di mesi dopo l’adozione della posizione CES sui conti individuali di apprendimento, il Comitato consultivo sulla formazione professionale, composto da rappresentanti delle pubbliche amministrazioni, dei sindacati e delle associazioni imprenditoriali dei 27 Stati membri, ha pubblicato un’opinione anch’essa molto critica sugli ILA, sottolineando che la futura proposta di Bruxelles non solo deve rispettare le specificità nazionali e il quadro legislativo esistente nei vari Paesi ma deve anche essere compatibile con i sistemi nazionali di istruzione e formazione professionale e con i contratti collettivi esistenti negli Stati membri: “La decisione o meno di adottare i conti individuali di apprendimento come uno degli strumenti per finanziare la formazione continua” si legge nell’opinione del Comitato consultivo “dovrebbe rimanere pienamente di competenza degli Stati membri”. Gli ILA, inoltre, non dovrebbero sostituire le disposizioni dei governi e delle parti sociali in materia: “la contrattazione collettiva a livello settoriale e interconfederale” si dice più avanti “gioca un ruolo importante nel facilitare la scelta delle attività formative”. In conclusione, il Comitato consultivo ribadisce nella propria opinione che “un approccio valido in tutta l’Unione europea sugli ILA non raggiunge l’obiettivo” di assicurare un diritto alla formazione. Il documento del Comitato consultivo non è stato molto gradito dalla Commissione europea, che ha cercato di depotenziarlo, pubblicandolo un paio di mesi dopo la sua approvazione. I sindacati nazionali hanno garantito il proprio sostegno alla posizione della CES sui conti individuali di apprendimento, in attesa di conoscere nel dettaglio la proposta della Commissione UE l’8 dicembre su questo tema.
Il quarto tema trattato in riunione, anch’esso controverso, è stato quello delle micro credenziali (microcredentials), definite dalla Commissione europea come “dichiarazioni che riconoscono che una persona ha acquisito una discreta competenza, vale a dire conoscenza, competenze e/o esperienza in un’area ben definita e limitata”. L’8 dicembre la Commissione UE presenterà le proprie proposte in materia ma già a giugno 2021 la CES e il sindacato europeo degli insegnanti ETUCE hanno reso nota la loro posizione critica, esprimendo preoccupazione per il fatto che le micro credenziali (es. attestati di partecipazione rilasciati dopo la frequenza a un corso organizzato da un’azienda) possono avere un impatto negativo nei confronti di un approccio olistico all’educazione, della qualità dell’apprendimento e della sua certificazione. Per la CES e l’ETUCE, le micro credenziali sono definite in modo vago dalla Commissione UE e non sono state oggetto di un confronto con il sindacato: possono andare bene solo se sono complementari a qualifiche complete, garantite, di qualità e accreditate e se giocano un ruolo nella validazione della formazione non formale e informale. In sostanza, per la CES e l’ETUCE, le micro credenziali hanno dunque valore solo se sono parte di qualifiche complete che fanno riferimento al quadro europeo delle qualifiche (EQF) e rientrano in un livello corrispondente al quadro nazionale delle
qualifiche: l’occupabilità è garantita, infatti, soltanto dalle qualifiche complete: “il sistema educativo” si legge nel documento “non può essere plasmato dal mercato del lavoro. L’educazione è un bene comune”. Il maggiore pericolo delle micro credenziali, per la CES e l’ETUCE, è il fatto che ognuno può riconoscerle mentre, invece, devono rimanere all’interno di un processo di educazione formale, ottemperando a requisiti di qualità. I sindacati nazionali hanno garantito il proprio sostegno alla posizione della CES sulle micro credenziali, in attesa di conoscere nel dettaglio la proposta della Commissione UE l’8 dicembre su questo tema. La CES, inoltre, tramite la propria partecipazione a un gruppo di lavoro del Cedefop sulle micro credenziali, mirato al raggiungimento di una posizione comune fra governi, associazioni imprenditoriali e organizzazioni dei lavoratori, spera di poter influenzare le decisioni della Commissione UE al riguardo.
In conclusione, le proposte della Commissione europea sui conti individuali di apprendimento e sulle micro credenziali e la possibile introduzione di un sistema di profili comunitari chiave nel campo della formazione professionale sembrano delineare un approccio “dall’alto” individualistico, restrittivo e di breve termine all’istruzione e alla formazione professionale, lasciando indietro i lavoratori con qualifiche medio basse. E’ importante per la CGIL seguire con attenzione i futuri sviluppi della strategia comunitaria, in modo da influenzare nei prossimi mesi la posizione della CES.

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