Diritti: Cgil, legislazione originata da emergenza Covid-19 acuisce discriminazioni


Roma, 6 maggio – “Il DPCM del 26.04.2020 ha confermato per l’ennesima volta che la legislazione originata dall’emergenza sanitaria in atto ha avuto per le discriminazioni un effetto di trascinamento della situazione precedente, ma il momento attuale ha reso quelle discriminazioni ancora più stridenti e dolorose” così in una nota Sandro Gallittu Responsabile Ufficio Nuovi Diritti Cgil che aggiunge “nel contempo ha ancor più evidenziato la necessità di porre rimedio al mancato riconoscimento nel nostro paese di alcune relazioni affettive, prima fra tutte quella tra il genitore intenzionale e il proprio o la propria figlia: un riconoscimento che a tutt’oggi è rimesso esclusivamente alla valutazione delle corti di giustizia che, per loro stessa natura, non hanno un indirizzo uniforme e si rivolgono comunque solo a chi ha la possibilità anche economica di affrontare una causa giudiziaria dai tempi e dagli esiti incerti”.

“Il chiarimento fornito dal governo tramite FAQ – prosegue Gallittu – ha per alcuni versi costituito un appesantimento di quella stessa impostazione. Tralasciando il problema costituito dal valore normativo che in questo modo assume uno strumento informativo come le FAQ, va infatti sottolineato che se da un lato il chiarimento ha consentito di estendere alle “relazioni affettive stabili” la normativa che si rifaceva a un concetto a-giuridico di “congiunti”, ha per altro verso perpetuato detta a-giuridicità ed ha continuato a rifarsi a un modello familistico – arrivando a ricomprendere i cugini fino al 6° grado – del tutto superato dalla realtà della nostra società e dalla vita delle persone”.

Per il sindacalista “c’è di che riflettere sul fatto che mentre l’esecutivo afferma che la ‘fase 2’ si basa su una maggiore fiducia nei comportamenti individuali, nel contempo impone una categorizzazione degli incontri possibili e degli affetti delle persone: se i beni da tutelare sono la ripresa dell’affettività e il contenimento del rischio, non sarebbe stato più congruo parlare genericamente di affetti mantenendo tutti i limiti previsti rispetto al divieto di assembramenti e al distanziamento? A che pro avallare il principio per cui un incontro con un lontano cugino ha più dignità dell’incontro con un amico o con un’amica? Perché reiterare un concetto di famiglia basata sui vincoli di sangue nel momento in cui le forme familiari certificate dallo stato civile assumono forme e valenze diversissime tra loro e si basano su presupposti spesso innovativi anche rispetto solo al secolo scorso? Son domande legittime e che già chiedevano risposte prima della crisi sanitaria ma alle quali ha poco senso rispondere, tanto più in questo momento, con la riproposizione di fotografie sbiadite”.

“In aggiunta- spiega -, così come si era giustamente segnalato che il lockdown imponeva una convivenza forzosa di nuclei familiari a volte problematici e violenti inasprendo la situazione dei soggetti più fragili, ora si nega alle persone già in difficoltà perché magari in contrasto o allontanate dalla propria famiglia d’origine, di poter riprendere le loro relazioni affettive solo per voler forzatamente imporre una visione familistica degli affetti. Se quel che deve rilevare sono i bisogni delle persone, un criterio di questo tipo rischia di ignorarli del tutto”.

“Quest’emergenza – conclude Gallittu – sarebbe potuta essere anche un’occasione per rivalutare i bisogni delle persone in un’ottica più aperta, inclusiva ed attenta alla vita reale. Non si sarebbe dovuto correre il rischio di riproporre codici e modalità vecchi, a volte decrepiti, che fanno riferimento a modelli familiari e parentali basati sul sangue e sull’appartenenza e dunque chiusi ed escludenti”.