Collettiva.it: la storia di F., ballerina lap dance iscritta alla Cgil. Camusso: “dignità a ogni lavoro, pregiudizi non possono cancellarla”

La vertenza del ‘Mille Lire’ di Treviso, tra sfruttamento e condizioni di lavoro ambigue


Roma, 1 agosto – “Io mi considero una lavoratrice come tutte le altre, ma secondo me dovremmo essere pagate di più per quello che facciamo”. F. fa la ballerina di lap dance nello storico locale trevigiano Mille Lire e, oltre un anno fa, si è iscritta al sindacato con le sue colleghe. Sfruttamento, condizioni di lavoro ambigue, improbabili inquadramenti contrattuali, cottimo, nero, contributi non versati. Questa la situazione svelata dalla Slc Cgil, ulteriormente peggiorata con l’emergenza Covid, che ha fatto deflagrare una crisi da tempo calata sul settore dello spettacolo e dell’intrattenimento e che ha portato F. ad avviare una vertenza perché per lei, come per molte lavoratrici e molti lavoratori, ha significato smettere di lavorare, e senza alcuna tutela. Lo racconta un’inchiesta di Collettiva.it, che parte dalla testimonianza di F. per parlare di una occupazione che, “troppi pensano non sia lavoro, bollano tutto questo mondo come deviato e colpevole”, come scrive la responsabile delle Politiche di genere della Cgil nazionale Susanna Camusso, e di un “luogo di uso dei corpi femminili, di un ‘divertimento’ che sfrutta”. Nicola Atalmi, segretario generale della Slc Cgil di Treviso, nell’intervista a Collettiva parla di “una vertenza magari un po’ insolita, ma che trattiamo come molte altre. Per noi le lavoratrici del Mille Lire hanno diritto a essere tutelate e rappresentate e meritano rispetto”.

 

“Quel mondo variegato che definiamo dello spettacolo, dell’intrattenimento – sostiene Camusso – viene spesso guardato e giudicato con la lente dei pregiudizi e degli stereotipi”. Pregiudizi come quello che “riguarda lavoratrici e lavoratori per i quali vige il sottinteso, reale o immaginario, che siano sex workers. La definizione, di per sé corretta, viene attribuita spesso a prescindere, e comunque con tono giudicante”. Per la dirigente sindacale in troppi “siccome lo condannano, in nome della loro morale, non riconoscono che sia lavoro e non si interrogano sulle caratteristiche e le condizioni” né “sul mercato che lo determina”. Uno “stigma che si accanisce in particolare sulle donne”.

 

Per questo la responsabile Politiche di genere della Cgil ritiene “importante, oltre che giusto, che le lavoratrici siano state accolte in Cgil, sulla base di quello che deve essere per noi il principio irrinunciabile: una persona che lavora ha diritti e tutele, deve avere un contratto e accesso alla contrattazione collettiva, ha diritto a rappresentare ed essere rappresentata. Ad ogni lavoro, cioè, va riconosciuta dignità e nessun pregiudizio può cancellarla”.

Per leggere l’inchiesta:

Il corpo del lavoro. La testimonianza di F.

Cinquanta sfumature di “nero”. Intervista a Nicola Atalmi, segretario generale Slc Cgil Treviso

Sex workers, tra diritti e pregiudizi. Di Susanna Camusso