XV rapporto ISFOL sulla formazione continua: nessun alibi per il nostro Paese negli indirizzi di politica formativa


La buona notizia è che i livelli di partecipazione dei lavoratori occupati ad attività formative non formali ha raggiunto valori europei intermedi e questo anche se la formazione autofinanziata è calata a causa della crisi. Ad ottobre 2014 920mila imprese hanno aderito ai Fondi Interprofessionali portando al 70% le aziende aderenti con 9.6milioni di lavoratori: un aumento delle adesioni del 9,5% per le imprese e del 7,3% per i dipendenti che conferma l’importanza e la forza dei Fondi gestiti dalle parti sociali.

La cattiva notizia è che i tassi di partecipazione degli adulti (occupati e non tra i 15 e i 65 anni) ad attività di istruzione e formazione professionale nel 2013 sono stati inferiori (6, 2%) rispetto alla media europea (10,5%), a conferma del perdurare negli anni delle difficoltà del nostro sistema formativo e del perdurare del gap con i Paesi dell’Unione Europea. Nonostante questi dati nel 2013 circa il 42% delle risorse per la formazione (circa 320 mil euro sugli 800 milioni stanziati con lo 0,30) sono stati dirottati alle politiche passive penalizzando le potenzialità della formazione come strumento anticrisi. Tale percentuale non aveva mai superato dal 2009 il 20%.

Sono queste le informazioni che emergono analizzando i diversi dati contenuti nel consueto annuale Rapporto Isfol sulla Formazione Continua 2013-2014 arrivato alla XV edizione.

Il Rapporto mette in luce la difficoltà dei sistemi regionali a ottimizzare la contrazione di risorse: è così che la L. 236/93 non è più finanziata, la L. 53 solo in parte e il FSE è usato in gran parte a sostegno della disoccupazione.

Alcune regioni hanno colto l’opportunità di raccordo e integrazione con i Fondi Interprofessionali per la formazione continua per finanziare congiuntamente piani di formazione di sistema volti a mettere insieme target differenti. Guardando ai contenuti della formazione continua si osserva il prevalere di quella legata alla manutenzione di competenze di settore e o trasversale con minor spazio a quella legata all’innovazione, mentre, rispetto alle policy si evince l’attenzione crescente alla Responsabilità Sociale d’Impresa con iniziative di welfare per le persone.

Purtroppo, nonostante si legga un tentativo di rendere l’offerta più proattiva con attività maggiormente di sistema e di miglior livello qualitativo e innovativo (vedi alcuni settori del manifatturiero e dei servizi ICT), continuano a permanere divari nell’accesso della popolazione adulta alle attività formative rispetto all’età, al genere, al luogo di residenza, alla professione e al livello di istruzione visto che continua ad essere maggiore la partecipazione di laureati e diplomati.

I dati, in sostanza, evidenziano il bisogno ancora attuale di generalizzare la formazione continua soprattutto a favore delle fasce meno qualificate visto che le disparità rispetto alle opportunità dal 2007 crescono di più in corrispondenza di skill professionali inferiori.

Tra i punti di forza, ma a seconda della realtà territoriale e della vocazione settoriale, si segnala l’offerta formativa di specializzazione a vocazione professionalizzante per competenze di medio e alto livello della formazione tecnica superiore (IFTS e ITS) programmata nei piani territoriali e co-progettata e resa flessibile sui bisogni dei sistemi/distretti produttivi. I risultati appaiono incoraggianti: tra il 2009 e il 2012 i corsi IFTS realizzati sul territorio nazionale sono stati 474 , il 57,3% dei partecipanti è occupato ed il 45,6% degli ex corsisti ha modificato la propria condizione lavorativa. Dopo aver ultimato il corso rimane occupato l’85,6% dei lavoratori occupati e di questi il 61,2% nella stessa azienda. Più della metà degli occupati dichiara di utilizzare sul lavoro le competenze apprese durante il corso.

Allegati:

XV Rapporto-FC.pdf