Questione abitativa per le popolazioni nomadi: giornata internazionale dei Rom

L’8 aprile si è celebrata la Giornata Internazionale dei Rom, per i quali la questione abitativa è stata affrontata sempre con un approccio di tipo emergenziale. Il “sistema dei campi” ha costituito la strategia prevalente in Italia dagli anni ‘80 ad oggi.


Le popolazioni nomadi comunemente vengono descritte come un caso a parte in relazione ad indicatori come mobilità, cittadinanza, povertà, salute, abitare, sicurezza e coesione sociale. Tuttavia la “questione rom”, come spesso definita, che ha senz’altro una specifica peculiarità, si inserisce all’interno di problematiche più complesse presenti nel nostro Paese: in Italia esiste, in generale, un problema abitativo che investe fasce crescenti di popolazione, un problema dell’accoglienza che riguarda migranti da ogni parte del mondo, un problema di erosione del sistema di welfare che restringe la platea dei beneficiari, arrivando a minare anche diritti fondamentali della persona. In questo contesto si inserisce la “questione dei Rom”, la cui reale consistenza numerica è di difficile determinazione: il Consiglio d’Europa ne stima 12 milioni in Europa, circa 180mila nel nostro Paese.

Nonostante consistenze e specificità, la questione abitativa dei nomadi è stata sempre affrontata con un approccio di tipo emergenziale e molto è stato rimandato a soluzioni di iniziativa regionale.

Il “sistema dei campi” ha costituito la strategia prevalente in Italia dagli anni ‘80 ad oggi, messo in discussione da più parti, a causa delle caratteristiche di ghettizzazione, precarietà, malessere ed illegalità. Spesso delimitati da recinzioni, alcuni con sistemi di videosorveglianza, in condizioni igienico­sanitarie critiche, con unità abitative temporanee spesso in sovraffollamento. Collocati per la maggior parte al di fuori del tessuto urbano, distanti dai servizi primari, con scarsi collegamenti con i servizi di trasporto pubblico.
L’isolamento spaziale si traduce in isolamento sociale, con ricadute sui percorsi scolastici, formativi e lavorativi degli abitanti, le cui opportunità in questi ambiti risultano di conseguenza fortemente ridotte.

Un punto di svolta importante si è avuto nel 2012, con la “Strategia nazionale 2012­2020 d’Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Camminanti”, un piano interministeriale intrapreso in attuazione della Comunicazione 173/2011 della Commissione Europea per l’elaborazione di strategie nazionali di inclusione dei Rom ed il superamento della logica dei campi, che propone un approccio d’integrazione di lungo periodo, basato su interventi multidimensionali e coordinati non solo in ambito abitativo, ma anche sanitario, occupazionale e educativo. L’applicazione della Strategia Nazionale, tuttavia, mantiene difficoltà di applicazione nell’ambito di molte regioni.
E’ necessario al contrario favorire percorsi di inclusione per le comunità nomadi, così come avviato in alcuni territori, che hanno individuato soluzioni abitative maggiormente strutturali, superando l’ottica emergenziale. Tra questi l’istituzione di agenzie comunali con il compito di individuare progetti abitativi alternativi al “campo”; l’individuazione di aree nella quali procedere a percorsi sperimentali di autocostruzione; il reperimento di alloggi sul mercato, sia pubblici che privati, da cedere in locazione.

In occasione della Giornata l’Associazione 21 luglio ha presentato il proprio Rapporto Annuale. Emerge che dei circa 180 mila Rom e Sinti nel nostro Paese, 35 mila vivono in emergenza abitativa. Si contano 145 insediamenti formali per soli rom – il 76% in Veneto, Toscana, Piemonte, Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Sardegna – e 10 “centri di raccolta”, il 93% a Milano, Roma e Napoli. L’86% dei rom residenti nei “campi” vive nel Lazio, in Campania, Lombardia e Toscana, con la regione Lazio che, da sola, raggiunge una percentuale del 41%, con la quasi totalità a Roma.

Nonostante tra le priorità della Strategia Nazionale ci sia il superamento della “politica dei campi”, l’Associazione evidenzia come in Italia, nel 2015, si siano continuati a registrare interventi mirati alla costruzione di nuovi “campi” o alla manutenzione straordinaria di quelli esistenti. Da Vicenza a Genova, da Pistoia a Napoli, sino a Lecce, questi interventi hanno interessato circa 1.780 persone a fronte di un impegno economico superiore ai 14 milioni di euro. Viene segnalato, tra gli altri, il recente progetto di un “eco­villaggio” per soli rom a Giugliano, in provincia di Napoli, dove le autorità locali intendono trasferire i 260 rom attualmente residenti nel “campo” di Masseria del Pozzo.

Tra gli esempi di comuni che hanno optato per il superamento dei “campi” il Comune di Alghero che, attraverso fondi della Regione, ha avviato un progetto di quattro anni mediante il quale ha reperito abitazioni sul mercato privato per 60 persone che vivevano nell’insediamento di Fertilia, evitando sgombero forzato e costruzione di un nuovo “campo”.

Numerose, nel 2015, le raccomandazioni formulate all’Italia dagli enti di monitoraggio internazionale – tra cui la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI), il Comitato sui Diritti Economici, Sociali e Culturali delle Nazioni Unite e, a inizio 2016, il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa – che hanno richiamato gli amministratori nazionali e locali a promuovere politiche di desegregazione abitativa nei confronti dei rom oggi confinati nei “campi”.

Il Rapporto contiene inoltre un focus sulla situazione a Roma, dove oggi circa 8 mila persone vivono in baraccopoli istituzionali, micro insediamenti e “centri di raccolta”. Nel solo 2015, nella Capitale, le autorità locali hanno condotto 80 sgomberi forzati (+135% rispetto all’anno precedente, quando gli sgomberi erano stati 34) che hanno coinvolto 1.470 persone.