Memoria Cgil per seminario istituzionale su contrasto dell’evasione fiscale


La questione fiscale, dell’evasione e dell’economia sommersa non rappresentano una disfunzione nella gestione tecnica ma una enorme questione politica che si riflette sul Bilancio dello Stato, sullo sviluppo economico (la sua dimensione e la sua qualità), sulla coesione morale, civile e sociale dell’Italia.

Una dato poco discusso: dal 1970 al 2010, nel nostro Paese, il capitale privato è passato dal 240% del reddito nazionale al 680%, mentre il capitale pubblico si è ridotto dal +20% al – 70%.

In questo dato si concentrano non solo le conseguenze di politiche sbagliate (in particolare il ridimensionamento del perimetro pubblico) ma, anche, di un sistema fiscale inadeguato ed iniquo fondato sulla colpevole (e,forse, voluta) sottovalutazione delle concrete dinamiche dei redditi, di una pratica redistributiva distorsiva e della concentrazione della ricchezza.

La considerazione dell’evasione fiscale in Italia oscilla tra allarmismo e indignazione che si accendono all’uscita di qualche dato o ricerca e diffusa minimizzazione quotidiana del fenomeno, spesso sottostimato o contrastato, nel dibattito, da un “benaltrismo” che lo vuole relegare a fenomeno naturale.

E in effetti l’evasione fiscale, dallo scambio in economia informale ai grandi piani organizzati scientemente per evadere cifre elevatissime, è un fenomeno diffuso ovunque.

In Italia tuttavia le proporzioni del fenomeno lo rendono unico, per diffusione e per ammontare.

Sono diverse, ed effettuate con vari sistemi le stime dell’evasione italiana, ma tutte ci restituiscono un quadro che colloca l’Italia tra i paesi con più alta evasione in percentuale e (triste) medaglia d’oro per i numeri assoluti dell’economia sommersa.

La ormai famosa ricerca “Closing the european tax gap”, pubbilcata su Tax Research UK, dati 2009, riportava un 27% di PIL sommerso, che in numeri assoluti si traduceva in 418 miliardi. Un rapporto prodotto nel 2011 da Giovannini per l’Istat rilevava invece che il valore aggiunto prodotto dall’area del sommerso era oscillante, nel 2008 (ultimo anno considerato nella rilevazione) da un minimo di 255 miliardi ad un massimo di 275 miliardi.

Stime 2014 su dati Banca d’Italia e Istat descrivono come pari a 100-120 miliardi il volume di imposte a vario titolo non versate.

Di fronte a fenomeni di queste proporzioni non è fondamentale valutarne l’esatta grandezza, quanto rendersi conto delle dimensioni e dell’importanza di questa storica tara italiana.

Interessante analizzare anche gli effetti, spesso sottovalutati, dell’evasione sulla finanza pubblica e sull’eccessivo stock di debito. In questo ci viene in aiuto la Corte dei conti che, nel 2012, negli elementi preparatori all’audizione presso la commissione Finanze e Tesoro del Senato citò uno studio secondo il quale “è stato stimato in passato che se l’evasione italiana dal 1970 fosse stata pari al livello statunitense (inferiore di tre punti), il debito pubblico sarebbe stato, dopo venti anni, molto più basso (76% del Pil invece di 108%)”.

La stessa Corte dei conti in audizione stima che gli uffici dell’Agenzia delle Entrate hanno emesso ruoli per 807 miliardi di euro nel periodo 2002-2013, e di questi sono stati riscossi solo 70 miliardi. Di questi, 545 sono teoricamente ancora da riscuotere, ma 107 riguardano soggetti in fallimento e 193 sono oggetto di sgravio totale. Sicuramente c’è bisogno di lavorare sull’efficacia della riscossione, ma probabilmente sarebbe ancor più utile spingere ad una adesione fiscale preventiva piuttosto che agire sempre e solo a seguito dell’evasione.

Forse è banale dirlo, ma le tasse le evade solo chi può evaderle. Non a caso le entrate IRPEF sono composte all’80% da quanto versato da dipendenti e pensionati.

Il rapporto finale “Economia non osservata e flussi finanziari” prodotto dalla commissione presieduta dall’ex ministro Giovannini ci presenta una differenza tra i tassi d’evasione delle varie tipologie di contribuenti che pone tra i più virtuosi dipendenti e pensionati, ed invece associa ad un tasso di evasione più alto rentiers e autonomi/imprenditori.

Il tasso di evasione è calcolato attraverso la valutazione della differenza tra i redditi netti stimati da Banca d’Italia nella sua ricerca sulla ricchezza delle famiglie e i redditi netti Irpef rilevati da Sogei, la società che gestisce il sistema informativo della fiscalità per conto del MEF. I dati si riferiscono all’anno 2008. Le importanti differenze di reddito netto, concentrate in alcune categorie ben precise, derivano dal tipo di dati. I dati della ricerca annuale della Banca d’Italia si riferiscono ad una indagine con un campione molto ampio e con questionari anonimi, mentre i dati Sogei sono quelli effettivi derivanti dalle dichiarazioni fiscali.

In allegato il testo completo della memoria CGIL

Allegati:

Memoria CGIL su evasione.pdf