L’Italia non e in vendita?


Il consiglio di amministrazione di Pirelli ha dato mandato al suo presidente di trattare in esclusiva la cessione a AT&T e American Movilas della sua partecipazione in Olimpia, la quale, a sua volta, è l’azionista di riferimento di Telecom. Dopo i tentativi messi in atto nel settembre scorso con Murdoch e, più di recente con Telefonica, Tronchetti Provera prova a disfarsi senza perdite dell’azienda di telecomunicazioni che, sotto la sua gestione, sta vivendo la fase più tormentata della propria controversa storia post-liberalizzazione. Tra problemi finanziari che non era difficile prevedere, date le continue, costose operazioni a debito che le sono state rovesciate addosso per garantirsene prima e per difenderne poi il fragile controllo e tra problemi di altra natura, di cui si stanno occupando le procure di diverse parti d’Italia, Telecom rischia di perdere l’autonomia, malgrado il buon andamento delle sue attività tipiche. Forse sono questi i risultati per i quali hanno ottenuto così lauti premi i manager di Pirelli e della stessa Telecom, tutti saldamente ai primi posti nella top ten dei dirigenti più pagati del paese. Se si guadagna in un anno quanto a un comune mortale di retribuzione medio-alta non basterebbero venti vite, si deve rendere a maggior ragione conto delle proprie azioni. “E’ il mercato, bellezze!” verrebbe da ricordare loro. Il mercato tuttavia, per i nostri capitalisti, è un’idea che si porta un no a seconda delle situazioni e,  comunque, sempre a senso unico, come dimostra la lunga serie di piani industriali con cui i lavoratori fanno i conti da anni. C’è infatti da chiedersi se possa essere il mercato a condannare un’impresa italiana, strategica per missione e per potenziale capacità di indurre innovazione anche in altre branche dell’apparato produttivo ad essere assoggettata da parte di imprese così lontane ancorché dotate di grande potenza di fuoco? Che la priverebbe delle sue funzioni di maggiore valore e la esporrebbe a rischio di smembramento e di impoverimento professionale e tecnologico? Che la vedrebbe retrocedere in condizioni ancillari rispetto a interessi che travalicano gli stessi confini continentali? Quali sono i progetti industriali, le sinergie, le aree di espansione su cui i nuovi “azionisti di riferimento” stanno muovendo la loro offensiva? Azionisti di riferimento peraltro a buon mercato: grazie alla piramide, non inconsueta dalle nostre parti, di cinque scatole cinesi, con un investimento complessivo inferiore a cinque miliardi di euro, comprensivi della quota parte del debito – tanto costa la partecipazione in Olimpia – essi puntano ad acquisire un’azienda che ne capitalizza in borsa circa quarantatre. In tutto ciò il mercato non c’entra ma, più prosaicamente, sono gli interessi della famiglia Tronchetti Provera, ad essere concretamente in ballo, nel dispregio più totale del destino di Telecom presa e poi abbandonata a se stessa, ma anche delle telecomunicazioni italiane, proprio nel momento in cui nuove frontiere tecnologiche e genuinamente di mercato si stanno aprendo nel continente. Ricordate il tempo in cui si vagheggiava di un destino di primo piano in Europa per i nostri campioni nazionali, tra cui Telecom che oggi è invece ostaggio di un signore il quale con un esborso, finanziato dalle banche, di poche centinaia di milioni e una lunga catena di controllo si è ritagliato il ruolo di dominus. E lo fa con un’arroganza degna di migliori performances.
Veniamo all’Alitalia, altro caso emblematico di come, in assenza di guida oculata, ci si trasforma, da possibili conquistatori quali si pensava di essere, in preda. Alcuni anni fa la compagnia rinunciò all’alleanza con KLM, che si accasò con Air France. Allora, le compagnie aeree, messe in difficoltà dagli attentati terroristici di matrice islamica, erano impegnate a fronteggiare bilanci in perdita.
Mentre gli altri agivano, l’Alitalia, in mezzo al frastuono di chiacchiere da cui era sommersa, perdeva soldi e mercato, senza dare segno di reazione. Arriviamo così ai giorni nostri, quando, chiusa l’era Cimoli, non si sa con quale buonuscita, la compagnia continua a macinare perdite al punto tale che si è persa traccia della seconda semestrale dello scorso anno e il bilancio, che nessuno è stato disponibile a certificare neppure con riserva, è stato rinviato a maggio, anche a rischio di incorrere nella sanzione della Consob. Le perdite, se si sommano i dati relativi alle quattro trimestrali del 2006,  ammontano a più di 400 milioni, malgrado la consistente e certificata riduzione del costo del lavoro.
Ma il dato non è certo, perché è ancora in ballo la decisione relativa alla svalutazione della flotta che potrebbe mangiarsi tutto l’ultimo aumento di capitale e portare l’Alitalia sulla soglia del fallimento. La privatizzazione, avviata dal Governo alla fine dello scorso anno attraverso una procedura di evidenza pubblica, è in fase avanzata, ma è avvolta da una spessa e poco tranquillizzante coltre di silenzio che tuttavia non riesce a nascondere la totale continuità, di metodi, uomini e alleanze, con la fallimentare gestione dell’ultimo presidente/amministratore delegato. Incerto è persino il reale oggetto della vendita: se tutta l’azienda o solo una sua parte.
Mantengono interesse a formulare una proposta di acquisto tre cordate, di cui quella italiana del patron di Air One, assistito da Banca Intesa è la più debole. Gli altri due contendenti sono l’Aereoflot, assistita da Unicredit e fondi statunitensi insieme a Mediobanca. Anche in questo caso forti mani extracomunitarie si allungano su una infrastruttura importante di cui il paese dovrebbe avere piena disponibilità e su un ricco mercato interno come quello del trasporto aereo italiano.
Come finirà non è ancora dato sapere nè le nostre richieste al Governo di maggiore chiarezza hanno ottenuto alcun risultato.
Quale conclusione può trarsi da queste due vicende che stanno tenendo banco? Credo possa dirsi che, pur nella loro profonda diversità, esse descrivono emblematicamente un sistema economico afflitto da crisi di classe dirigente e assenza di capitali di rischio. Un sistema poco trasparente che non ama le regole ma si affida a pratiche relazionali, come dimostra anche l’afasia iperpoliticista delle nostre Autorità di controllo. In cui c’è poco spazio per il merito e ancor meno per l’interesse generale. Non vogliamo rassegnarci a questo stato di cose, anche perché esistono in Italia le risorse intellettuali e morali che occorre motivare e convogliare verso lo sforzo necessario al cambiamento. Spetta in primo luogo alla politica il compito di motivare e connettere tutto il potenziale di cui l’Italia dispone. Non auspichiamo un interventismo di tipo ostativo all’insegna della difesa dell’italianità delle aziende. Esso non otterrebbe altro risultato se non la sanzione europea e soprattutto il mantenimento di vecchie logiche che hanno fatto tanto male alla nostra economia e hanno indotto vizi duri a morire nei suoi protagonisti. Ci aspettiamo piuttosto un’iniziativa che abbia la forza e l’autorevolezza per indurre chi, a casa nostra, ha spalle sufficientemente forti sotto il profilo finanziario e industriale a sentirsi moralmente motivato a entrare nelle partite aperte senza essere nel contempo reo di leso mercato. Anzi, valorizzando il mercato, magari non passando dal buco di Olimpia ma rivolgendosi a tutta la platea degli azionisti Telecom. Per parte nostra ci opporremo a operazioni in perdita o a rischio di depauperamento: di Telecom, come di Alitalia o di altre realtà industriali. Una cosa è certa: non potremo non reagire alla distruzione di valore. L’Italia non è in vendita.
Nicoletta Rocchi