La montagna violata


“Io sogno un nuovo Tibet, un paese libero, una zona di pace, dove i sei milioni di tibetani potranno ricreare il nostro modo adattandolo ai molteplici aspetti del mondo moderno. Io lo vedo come un luogo che tutti, senza escludere i nostri vicini orientali, potranno visitare, dove gioire dell’aria fresca e della bella luce delle montagne, dove trovare ispirazione in un modo di vivere tranquillo e impregnato di spiritualità, e dove forse imparare a capire meglio il loro proprio mondo soffermandosi a meditare per un po’ alle nostre altitudini”. Termina così la lettera del Dalai Lama, premio Nobel per la pace, agli studenti del Dharma. Una lettera che dà il senso della cultura e delle aspirazioni di un intero popolo e che pone il mondo di fronte a una sfida di valore universale: la vittoria del Tibet nella sua lotta, condotta in modo assolutamente pacifico e non violento, contro l’occupazione cinese che dura ormai da mezzo secolo sarebbe infatti la vittoria della parte migliore dell’umanità.

Una regione grande come l’Europa

Ricorre in questi giorni l’anniversario della rivolta (10 marzo 1959) contro l’occupazione cinese di questo lembo di terra che si estende tra le montagne ricoprendo una superficie immensa, due milioni e mezzo di chilometri quadrati pari a quasi tutta l’Europa occidentale, a un’altezza media di 4000 metri. L’occupazione del Tibet da parte della Cina è avvenuta nel 1949-50 in base a un preteso diritto che in realtà non trova alcun riscontro in millenni di storia e di cultura indipendente. Basti pensare all’importanza del buddismo che impregna di sé la cultura tibetana o al fatto che l’alfabeto tibetano è una derivazione del sanscrito, distante anni luce dagli ideogrammi cinesi. L’occupazione si è tradotta in un tentativo di annullare l’identità del Tibet attraverso una vera e propria pulizia etnica, il cui prossimo passo è l’intenzione di trasferire in Tibet 40 milioni di cinesi entro il 2020. Solo nel 1959, anno della rivolta, sono state massacrate 87.000 persone e fino a oggi le vittime sono oltre 1.250.000.

Dopo la costituzione di un governo tibetano in India sotto la guida del Dalai Lama stesso (il quale però ha dichiarato l’intenzione di separare potere spirituale e potere temporale una volta ripristinato il governo legittimo del Tibet nella capitale Lhasa) è continuato in tutti questi anni l’esodo della popolazione, a un ritmo di 3.000 persone l’anno, verso India, Nepal e Buthan, dove almeno 120 mila tibetani hanno trovato sistemazione provvisoria nei campi profughi. La fuga avviene a piedi attraverso le montagne, a cinque-sei mila metri di quota, dove non esistono posti di frontiera. Il rischio, infatti, è di essere rispediti indietro dalle guardie indiane corrotte che rivendono i fuggitivi ai cinesi per poche rupìe.

Bambini di tutte le età sono fatti fuggire dai genitori non solo per salvaguardarli dalle violenze (nelle prigioni tibetane sono rinchiusi ben 39 minorenni, mentre la Cina continua a detenere in un luogo sconosciuto il prigioniero più piccolo del mondo, quel Gedhun Choekyi Nyima di 8 anni che viene considerato la reincarnazione del Panchen Lama, cioè del “vice” Lama), ma anche perché possano imparare all’estero la lingua e le tradizioni tibetane, sistematicamente bandite nelle scuole della regione occupata. Difatti uno degli obiettivi dell’occupazione è portare a termine, attraverso l’imposizione delle tradizioni e della lingua cinesi, un vero e proprio “genocidio culturale”. Oggi il tasso di analfabetismo fra i tibetani rimasti in patria raggiunge l’80 per cento, mentre prima dell’occupazione questo fenomeno era pressoché sconosciuto. In questo senso era fondamentale la diffusione della cultura, e non solo della religione, nei monasteri e nei centri religiosi, che non a caso sono stati oggetto privilegiato di distruzione e di persecuzioni: dal 1959 a oggi ne sono stati rasi al suolo più di 6000 e oltre 46000 monaci sono stati sottoposti a “rieducazione patriottica”.

La deforestazione alle origini delle inondazioni

Sarebbe lungo l’elenco di violazioni dei diritti umani, violenze, arbitri ed efferatezze che hanno accompagnato in questi anni l’occupazione cinese. Per limitarsi al lavoro, basti citare il Libro Bianco presentato dal Partito comunista cinese nel 1997, dove risulta che tutti i residenti (compresi i monaci) di Yartoe e Yarlung, nella provincia di Lhoka, sono costretti a lavorare senza compenso per molti mesi all’anno. Viene da chiedersi la ragione di tutto ciò e dell’insistenza con cui la Cina,violando le convenzioni internazionali da lei stessa sottoscritte e ignorando le pressioni di tutto il mondo, continua a perpetuare un’occupazione illegittima sotto tutti i punti di vista.

La risposta sta nella posizione strategica del Tibet, che rappresenta il cuore stesso dell’Asia, al confine tra due potenze mondiali del calibro dell’ex Unione Sovietica e dell’India. E nelle sue immense ricchezze. La Cina ha riempito il Tibet di basi militari, con missili puntati verso i suoi potenziali nemici e ne ha fatto un deposito di rifiuti tossici e di scorie radioattive. Inoltre ha sfruttato fino all’osso le risorse naturali di questa terra: oro (più di 13 mila e 500 chili estratti nel 1997), uranio e soprattutto legname. La deforestazione interessa ormai il 46 per cento della superficie boschiva ed è all’origine delle recenti inondazioni del Bangladesh e della Cina.. Difatti non sono più in grado di svolgere la loro funzione di contenimento gli argini dei principali fiumi asiatici, che hanno origine nelle montagne di questa regione.

Carlo Gnetti