Jobs Act: Camusso, no alle modifiche unilaterali dello Statuto e alla lesione dei diritti esistenti


Segretario Camusso, ci aspettavamo di vedere una stanza piena di gufi…

«No, guardi bene, qualche gufo c’è. Vede, qui sulla scrivania, sulla mensola. Da un po’ di tempo tutti mi regalano gufi o di civette. Volevano anche darmene uno da tenere vivo in una gabbia. Ma non si poteva».

Andiamo al sodo: c’è chi vi addita come i mandanti dell’astensione di domenica scorsa, soprattutto in Emilia. «Guardi, in una organizzazione come la nostra l’idea della partecipazione è tra quelle fondamentali. Direi ispiratrici. Sono del tutto fuori strada».

Quale l’insegnamento? «E stata la conferma di una preoccupazione che abbiamo da tempo: siamo di fronte a un Paese diviso, sfiduciato».

Per Renzi il dato sull’affluenza è stato secondario. «E una reazione sconcertante. Se reputi secondaria la partecipazione al voto rischi di produrre un’altra rottura».

C’è chi vi ha accusati di esservi dati poco da fare in campagna elettorale. «Renzi ha fatto la campagna per le europee al grido di chi mi vota non è della Cgil. Ma poi scopriamo che in certi casi e in certi momenti saremmo utili. Il presidente del Consiglio ha fatto del disprezzo della Cgil una cifra distintiva della propria azione politica degli ultimi mesi. Quel mondo che la Cgil rappresenta, in particolare in zone come l’Emilia, può essersi sentito escluso».

II risultato di domenica, che comunque non è favorevole al premier, vi dà adesso qualche carta in più da giocare. «Non siamo un partito o una corrente di partito. Abbiamo delle proposte, continuiamo a discutere. Basta però che si smetta di affrontare il confronto sindacale con le categorie dell’amico-nemico. A quel gioco lì non ci stiamo». Dopo il segnale di domenica scorsa scorsa Renzi abbasserà i toni? «Penso che il presidente del Consiglio abbia sottovalutato il 25 ottobre, inquadrando quella piazza nella dialettica partitica. Il governo conosce le nostre idee e le nostre proposte. Deve però esser chiaro che esiste una piattaforma sindacale precisa e sta a all’esecutivo decidere se vuole continuare a far finta di niente».

I decreti del Jobs Act saranno scritti da un ministro, Giuliano Poletti, che viene da un mondo non lontano dal vostro. Vi sentite più tutelati? «In questi mesi ho conosciuto un governo in cui decide sempre uno e uno solo».

I suoi rapporti con Landini come sono? Renzi pare avervi ricompattato. «Landini è il segretario di una categoria della Cgil, come ce ne sono altri. Abbiamo una dialettica interna, ci sono momenti di normale vita democratica».

Dicono che sarà il leader del nuovo partito di sinistra. «E un dibattito molto giornalistico che non mi appassiona. La Cgil è molto autonoma dalla politica».

Quali sono i Punti del Jobs Act per voi indigeribili e quelli sui quali potreste aprire? «Non vanno bene le modifiche unilaterali dello statuto, la lesione dei diritti esistenti, la non effettiva universalizzazione degli ammortizzatori, il famoso disboscamento della precarietà che lì non c’è».

E su che cosa si può ancora discutere? «L’estensione dei diritti della maternità, come siamo pronti a sostenere le ipotesi contro la precarietà».

Spesso nei casi di licenziamento per giusta causa il sindacato viene visto come quelli che difendono sempre e comunque gli assenteisti o i fannulloni. «No, no e poi no. Ci sono delle leggi che vengono applicate e noi ci comportiamo in base a quelle. Basta guardare le sentenze. Spesso è la pubblica amministrazione che è mal diretta e si creano casi limite».

Renzi le ha spesso rivolto molte accuse. Quale è quella che l’ha più ferita? «Non sono abituata a personalizzare, ma penso che la cosa peggiore detta contro la mia organizzazione è averla equiparata alla Lega di Salvini. Noi, che stiamo cercando di ricostruire l’unità e la solidarietà, siamo contro il razzismo, per l’abolizione della Bossi-Fini, siamo per Mare nostrum».

Avrebbe preferito combattere una battaglia come questa contro un governo non di sinistra? «Sento affermare che questo governo è di sinistra ma mi pare una finzione. E un governo di larghe intese. In ogni caso siamo abituati a confrontarci con tutti, non ci  fermiamo al sentimento. In un Paese normale un leader guarda con maggiore attenzione al mondo del lavoro».