Giornata infanzia: Cgil, Cisl e Uil chiedono confronto col Governo

In occasione della Giornata internazionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza Cgil Cisl e Uil chiedono al Governo di riaprire il confronto a partire dei livelli essenziali


Il 20 novembre è l’anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo (UNCRC), approvata nel 1989.

La Convenzione, per la prima volta, mette al centro i minori non come soggetti passivi da assistere, ma come persone che devono partecipare attivamente alle decisioni da prendere; inoltre sancisce i loro diritti fondamentali, uno tra questi è il Superiore Interesse (art. 3) “in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino/adolescente deve avere la priorità”.

Sono passati 27 anni dalla sua ratifica in Italia (legge n.176, 27 maggio 1991) e purtroppo è ancora inapplicata e disattesa, visto che le condizioni di vita dei nostri bambini peggiorano, la povertà aumenta: sono, infatti, oltre 1 milione i bambini e gli adolescenti che vivono in condizioni di povertà assoluta, cioè che non hanno a disposizione alcuni beni fondamentali. 1 minore su 5 si trova in una situazione di povertà relativa, chi ha oggi meno di 17 anni ha una probabilità di diventare povero cinque volte più alta rispetto ai propri nonni.
Ma non è solo la condizione economica a pesare sul futuro, un grande impatto nel condizionare le loro opportunità è l’ambiente in cui crescono tanti bambini e adolescenti che li costringe a vivere in situazioni di povertà educativa.
In alcune aree del nostro Paese, specialmente del sud, solo 1/2 bambini su 10 compresi nella fascia di età 0/3 può beneficiare di un servizio educativo; in media in Italia i posti disponibili in questi servizi coprono soltanto il 29% del bacino potenziale di tutti i bambini 0/3, ancora ben al di sotto di quel 33% che ci chiede l’Europa. Se le scuole dell’infanzia garantiscono una maggiore copertura, il tempo pieno per tutti i bambini tra 3 e 6 anni è ancora lontano dall’essere garantito, specialmente nel Mezzogiorno, spesso le famiglie rinunciano all’accesso al nido o al tempo pieno per i costi troppo elevati.

Eppure l’estensione del ‘tempo pieno scuola’, sia nelle scuole dell’infanzia, sia in quelle primarie, è un tema cruciale di inclusione, di tutela di diritti, da quelli socio-sanitari – una migliore alimentazione per i bambini più a rischio – a quelli di riconoscimento di un’educazione fin dalla prima infanzia in base all’uguaglianza delle opportunità. Chi frequenta un nido o una scuola dell’infanzia a tempo pieno sviluppa competenze cognitive, motivazionali, di socializzazione che lo tutelano di più degli altri dall’insuccesso formativo futuro e lo instradano verso maggiori possibilità di esiti scolastici positivi. Anche a causa della carenza di un sistema educativo di qualità fin dalla primissima infanzia, l’Italia ha il primato in Europa degli Early School Leavers, di coloro cioè che si sono dispersi perché si sono fermati alla licenza media.

Ci sono poi tanti adolescenti nel nostro Paese, che vivono soprattutto nelle periferie delle aree metropolitane e nel regioni del sud, con scarse competenze in lettura, matematica e scienze, ben al di sotto della media dei Paesi Ocse: un quindicenne italiano scolarizzato su cinque non capisce quel che legge, uno su quattro ha grandi difficoltà a risolvere un problema elementare di matematica.

La politica deve necessariamente rimettere al centro dell’azione i minori se vuole pensare ad una vera crescita: ad oggi, in Italia, la spesa destinata a famiglia e minori è pari al 5,4% della spesa sociale, contro l’11% della Svezia, Germania e Regno Unito, attestandosi inoltre al di sotto della media europea pari all’ 8,5 %, anche la spesa per l’istruzione in rapporto al PIL è tra le più basse: , il 3% italiano si scontra con la media dell’3,5 dei paesi OCSE.

Ricordiamo che lo stesso premio Nobel per l’Economia nel 2000, James Heckman, dimostrò come gli investimenti nella primissima infanzia hanno costi minori con una resa maggiore, come confermato dalla ricerca Starting Strong, pubblicata a luglio 2017 dall’OCSE, influenzano positivamente gli esiti nel corso della vita, le performance scolastiche, i guadagni sul mercato del lavoro e contribuiscono a ridurre le disuguaglianze e gli svantaggi sociali; in termini di guadagni Heckman dimostrò che per ogni euro investito sulla prima infanzia si abbia un rendimento minimo di 5,70 euro, che forse può arrivare anche a 12 euro.

Chiediamo al Governo, come Cgil, Cisl e Uil, di riaprire il confronto su queste fondamentali politiche, a partire dalla discussione dei Livelli Essenziali che garantiscano la qualità della vita per la prima infanzia per i quali è già stata avviata una discussione con la Garante Nazionale Infanzia, per dare piena attuazione alla Convenzione ONU.

Bisogna agire subito, i dati sono sconfortanti e ci preoccupano, e non bastano le politiche dei bonus una tantum, c’è bisogno di un reale investimento in politiche e servizi, perché i minori prima di rappresentare il nostro futuro, sono il nostro presente.