Imprenditoria: piacciono meno i diplomati


Anche quest’anno Unioncamere ha presentato i dati della sua ricerca sui movimenti previsti-in entrata e in uscita dal lavoro-dagli imprenditori italiani. Il titolo della ricerca – Excelsior – questa volta corrisponde pienamente ai risultati, che inducono a un qualche giustificato ottimismo.
La domanda degli imprenditori sembra destinata a crescere sia in quantità che in qualità. Gli imprenditori prevedono 818.116 nuove assunzioni, con un saldo positivo di 205.386 fra entrate e uscite; le assunzioni nell’artigianato e nelle piccole imprese industriali e di servizi sembrano ampiamente compensare la tendenza al calo ancora presente nell’industria sopra i 250 dipendenti.
E’ vero che sono previsioni, ma le previsioni, le aspettative, assumono un rilievo grande nella economia post-fordista, dove la volontà degli attori è essa stessa fattore decisivo di sviluppo. Gli imprenditori italiani pensano le loro aziende in crescita, e questo è un dato positivo per l’economia. Pensano anche che i lavoratori di cui avranno bisogno dovranno avere titoli di studio più alti, e possedere una qualifica professionale, mentre nettamente più contenuta risulta essere la crescita degli assunti con il solo obbligo scolastico.
Fra laurea (+10,8) e qualifica professionale (+18,4) il più spiazzato sembra il diploma secondario superiore, (+8,3), che rivela una appetibilità decrescente.
Comunque sono i laureati, i diplomati, i qualificati, che la maggioranza degli imprenditori pensa di dover continuare a formare dopo l’assunzione, mentre solo il 31% pensa ad un intervento formativo per i licenziati dell’obbligo. La cosa è preoccupante non solo perché sembra prefigurare, sul versante della formazione, un mercato del lavoro rigidamente gerarchizzato, ma anche perché rischia di essere rilevante concausa dello scarso appeal che ha per i giovani il lavoro operaio.
Forse se gli imprenditori considerassero anche l’ingresso nel lavoro esecutivo come una esperienza formativa, avrebbero quanche chances in più di trovare operai “locali”, affrontando quella che, anche secondo Excelsior, appare come la maggiore discrasia fra domanda e offerta di lavoro.
I problemi che scaturiscono dall’indagine confermano la giustezza delle scelte fatte, sul versante formativo, con il Patto sociale, e che stanno – con qualche fatica – diventando norme di legge e programmi operativi: la riforma dei cicli; la formazione tecnico superiore, per recuperare su base più avanzata il rapporto tra diplomi e mercato del lavoro, la grande importanza degli stages in tutti i percorsi formativi; l’obbligo formativo a 18 anni, con il grande peso che deve avere nel suo interno il nuovo apprendistato e una formazione professionale riformata e qualificata.