Green Deal europeo: Piano di investimenti sostenibili e Meccanismo giusta transizione


Il Parlamento europeo ha recentemente approvato il Piano di investimenti sostenibili che dovrebbe sostenere la strategia del Green Deal europeo. Il Piano intende mobilitare almeno 1000 miliardi, pubblici e privati, nel prossimo decennio per le politiche climatiche e ambientali dell’unione, oltre che per le misure sociali necessarie per affrontare la giusta transizione nelle aree economicamente dipendenti dalle fonti fossili.

Il Piano di investimenti parte dalla convinzione che occorre alzare l’obiettivo di riduzione delle emissioni del 50-55% al 2030. Il Green Deal che vuole essere la risposte alla sfida climatica e ambientale ha bisogno di enormi investimenti. La Commissione stima che servono investimenti addizionali per 260 miliardi annui nei settori dell’energia, degli edifici e della mobilità sostenibile per i vecchi target clima energia al 2030, da rivedere alla luce dei nuovi target. Ulteriori risorse addizionali saranno necessarie per gli obiettivi ambientali e per la transizione sociale, così come saranno necessari significativi investimenti in agricoltura per affrontare le sfide ambientali, la perdita di biodiversità e l’inquinamento, per proteggere il bene comune naturale e per lo sviluppo di tecnologie digitali avanzate che forniscono soluzioni intelligenti, innovative e su misura per affrontare le sfide legate all’emergenza climatica.

Dei 1000 miliardi nel periodo 2020-2030, 503 miliardi saranno a carico del bilancio europeo, in linea con l’impegno di spendere almeno una quota del 25% del budget europeo per gli obiettivi climatici. Questa cifra dovrebbe attivare ulteriori 114 miliardi di euro di cofinanziamenti nazionali per il clima e l’ambiente. Il Fondo InvestEU dovrebbe essere la leva per ulteriori 279 miliardi di investimenti pubblici e privati per l’ambiente, garantendo il rischio degli investimenti. Infine 25 miliardi dovrebbero arrivare dal Fondo per l’innovazione e la modernizzazione che non sarebbe finanziato dal bilancio europeo ma da una parte dei proventi delle aste per la vendita delle quote di carbonio (ETS).
Inoltre l’innalzamento delle ambizioni climatiche e ambientali è supportato da altri programmi con specifiche misure per rafforzare il legame fra bilancio europeo e obiettivi di un’Europa più verde e carbon free al 2050:

– Dal Fondo di coesione e dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale sono previsti 108 miliardi di euro di investimenti per progetti climatici e ambientali nei prossimi 7 anni, più del 30% del totale previsto;
– La prossima PAC (Politica Agricola Comune) indirizzerà il 40% dei fondi disponibile per sostenere obiettivi climatici;
– Almeno il 35% del budget di Horizon Europe, che dovrebbe raggiungere 35 miliardi, supporterà obiettivi climatici;
– Il programma LIFE sarà incrementato del 72% rispetto al periodo 2014-2020 per un totale di 5,4 miliardi, di cui più del 60% da destinare a progetti per il clima;
– Almeno il 60% del budget Connecting Europe Facility (per il supporto delle infrastrutture energetiche, dei trasporti e digitali) sarà caratterizzato per progetti per il clima;
– Il Fondo Sociale Europeo sosterrà la riqualificazione e la formazione di circa 5 milioni di persone per i lavori verdi e l’economia verde.

Il testo approvato prevede una maggiore flessibilità degli aiuti di stato per supportare le imprese nei processi di trasformazione verso produzioni neutrali per il clima, decarbonizzare o elettrificare i processi produttivi. Il testo prevede maggior spazio per alcuni investimenti pubblici:

– per l’efficienza degli edifici, in particolare per finanziare accordi di finanziamento vantaggiosi per i consumatori di energia, come i contratti di prestazione energetica, con i quali le società di servizi energetici investono per la riqualificazione degli edifici e sono remunerati attraverso il risparmio sulla bolletta energetica dei consumatori;
–  per la riqualificazione degli edifici che punti contemporaneamente all’efficienza energetica e alla produzione energetica da rinnovabili per autoconsumo;
– per reti per la distribuzione del teleriscaldamento;
– per la chiusura di centrali a carbone;
– per l’economia circolare.

Ulteriori 100 miliardi di euro, nel periodo 2021-2027 (143 miliardi nel decennio) dovrebbero finanziare il Meccanismo per la giusta transizione. Questi 100 miliardi, saranno finanziati per 7,5 miliardi dal bilancio europeo, per il resto da cofinanziamenti nazionali, investimenti garantiti da InvestEU e investimenti della BEI. Il meccanismo per la giusta transizione dovrebbe sostenere le regioni più esposte dalla transizione. Per accedere a 1 euro di finanziamento dal Fondo per la giusta transizione ogni stato membro deve investirne almeno 1,5 e un massimo di 3 euro dal Fondo europeo per lo sviluppo regionale e dal
Fondo Sociale Europeo plus. Il Fondo per la giusta transizione sarà dedicato ai territori ad alta intensità di occupazione nel carbone, negli scisti bituminosi e nelle produzioni di torba, così come nei territori con industrie ad alta intensità di gas serra. Gli stati dovranno identificare i territori da poter includere nei benefici del fondo, attraverso piani territoriali per la giusta transizione in dialogo con la commissione europea.

È evidente che 1000 miliardi in 10 anni non sono sufficienti da soli a garantire gli impegni di riduzione delle emissioni e il raggiungimento degli obiettivi dell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Una relazione della Corte dei Conti europea del 2017, per esempio, indicava che fra il 2021 e il 2030, saranno necessari ogni anno investimenti per 1115 miliardi di euro per raggiungere i target europei 2030 (più della cifra complessiva prevista dal Piano di investimento per 10 anni, per ogni anno). D’altra parte, la stessa Commissione definisce cruciale il ruolo delle istituzioni finanziarie e auspica notevoli contributi da parte dei bilanci nazionali e dal settore privato, perché il Piano di investimenti del Green Deal da solo non è sufficiente a colmare il divario fra obiettivi politici e investimenti necessari.

Ciò nonostante pensiamo che quello del Piano europeo di investimenti sostenibili sia un impegno politico nella direzione giusta.

Molto altro dovrà essere fatto a partire da febbraio quando si discuteranno le regole di bilancio. La Commissione propone, per esempio, di incrementare la quota, attualmente del 25%, di bilancio da destinare alle politiche per il clima. Questo potrebbe essere un punto dirimente. L’altro punto da risolvere è quello di poter sottrarre gli investimenti pubblici per la sostenibilità dai calcoli legati alle regole di austerità. Così come è fondamentale un intervento europeo per l’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi e alle fonti fossili entro il 2025 e regole che prevedano anche per il bilancio europeo, in modo analogo a quanto fatto per la nuova programmazione finanziaria della BEI, che non possa essere finanziato nessun nuovo progetto per le fonti fossili e dannoso per gli ecosistemi e per il clima. La parte più aleatoria resta quella della leva sugli investimenti, che rischia di essere un fallimento come già è stato il Piano Juncker lanciato nel 2014 per rilanciare gli investimenti e l’economia. Cogliamo un concetto da sottolineare nell’introduzione della Comunicazione della Commissione laddove si afferma che la crescita economica dovrà essere disaccoppiata dall’uso delle risorse. Non è il radicale cambiamento di modello di sviluppo verso la sostenibilità necessario per garantire giustizia sociale e ambientale, diritti
umani e accesso ai diritti universali per tutti ma è un cenno al fatto, ormai evidente, che in un pianeta con risorse limitate, disuguaglianze crescenti, diritti universali violati e popolazione in crescita non si può continuare a perseguire la crescita infinita, consumismo e mercificazione delle risorse. In pratica è un ulteriore stimolo all’economia circolare e all’uso efficiente dell’energia e delle risorse, ma sta a noi anche sottolinearne il significato trasformativo.

Il meccanismo per la giusta transizione, come riportato nella recente nota della CES, “tiene conto di molte delle proposte che abbiamo presentato nel nostro position paper dello scorso ottobre, come ad esempio:

– Piani di transizione territoriale giusta che includono la valutazione dell’impatto socioeconomico delle regioni colpite;
– La creazione di una piattaforma di transizione giusta ispirata alla piattaforma per le regioni carbonifere in transizione che fornisce non solo denaro, ma anche competenza e assistenza;
– La menzione che la preparazione e l’attuazione dei piani di transizione equa coinvolgeranno i partner pertinenti conformemente alla CPR (quindi le parti sociali);
– La menzione che tali piani dovrebbero essere coerenti con il pilastro europeo dei diritti sociali;
– Il fatto che parte del denaro del Fondo per la giusta transizione sia in cima ai fondi esistenti (7,5 miliardi di €)
– La menzione di diverse misure per affrontare la povertà energetica;
– La revisione degli aiuti di Stato.

Restano però alcune alcune questioni aperte:

– La prima riguarda la governance, i processi di partecipazione democratica, il coinvolgimento attivo delle parti sociali, dei sindacati e degli enti locali nella progettazione e attuazione dei piani per la giusta transizione. Nel meccanismo di giusta transizione questa parte non è adeguatamente affrontata.
– La seconda, il meccanismo prevede la predisposizione di piani per la giusta transizione solo in riferimento alle regioni per cui si intende fare domanda per il Fondo e non prevede invece l’obbligo per ogni stato membro di definire un Piano complessivo per la giusta transizione e l’individuazione delle relative misure quali impegni da introdurre nei propri piani nazionali clima energia, così come richiesto dal movimento sindacale.
– Infine la nostra preoccupazione più importante riguarda l’utilizzo delle risorse del Fondo per la giusta transizione che sembra riguardare principalmente investimenti in tecnologia e infrastrutture e molto meno i lavoratori. Il testo parla infatti di riqualificazione e formazione ma non di creazione di nuovi posti di lavoro e ricollocazione né di protezione sociale, salari, aiuto allo sviluppo di servizi pubblici, qualità  dell’occupazione, diritti sociali.

Nel frattempo anche il consiglio direttivo della BCE ha lanciato la revisione della sua strategia di politica monetaria. La revisione che dovrebbe concludersi entro la fine del 2020 riguarderà l’intero modo di operare della banca centrale e il clima sarà sicuramente parte delle nuove priorità strategiche. Cristine Lagarde ha infatti dichiarato che il cambiamento climatico è responsabilità di tutti e che tutti dobbiamo combatterlo, aggiungendo che diversi dipartimenti della BCE sono al lavoro per capire l’impatto del climate change sulla gestione dei rischi, i modelli, le previsioni. Nel frattempo per i fondi propri della BCE ci sono già alcune novità, per esempio stanno accentuando l’enfasi sui requisiti di sostenibilità del proprio Fondo pensioni. La Legarde ha inoltre annunciato che in prospettiva la revisione strategica potrebbe portare a modifiche anche per quanto riguarda gli acquisti di corporate bond nell’ambito del Quantitative easing e ha detto di condividere l’analisi della Banca dei Regolamenti internazionali secondo cui il climate change rappresenta una minaccia alla stabilità finanziaria.

Per concludere riteniamo che le risorse messe in campo dal Piano debbano essere un ulteriore stimolo e sostegno nell’impegno e nella contrattazione per lo sviluppo sostenibile che stiamo portando avanti con sempre maggiore determinazione. Contemporaneamente il nostro impegno sia in ambito europeo, attraverso il nostro ruolo nella CES, che a livello nazionale sarà quello di affrontare le criticità che abbiamo evidenziato sia per quanto riguarda la necessità di incrementare le risorse che per quanto riguarda una governance che garantisca ai lavoratori e alle comunità che saranno coinvolte nei processi di
trasformazione che la transizione sia giusta ed equa e non lasci indietro nessuno.