Femminicidi: da politica sdegno e cordoglio, nel frattempo si chiudono i centri antiviolenza


Roma, 3 agosto – Siamo tornati al XV secolo, quando le donne venivano arse vive, il massacro delle donne non conosce tregua. Oggi a Lucca è morta Vania Vannucchi, dopo essere stata data alle fiamme da un ex; Rosaria Lentini, a Caserta, è stata uccisa a coltellate dal compagno. Un contatore che non si ferma.
Le donne vengono esortate dalla politica e dalle forze dell’ordine a denunciare, ma nel frattempo molti centri antiviolenza chiudono, molti altri sono a rischio chiusura, perché non si sbloccano i fondi, perché i finanziamenti non arrivano o arrivano talmente in ritardo da metterli in ginocchio. Nonostante le ripetute denunce di associazioni e sindacati.
Non basta fare le leggi, bisogna poi applicarle. Siamo ancora in attesa che venga applicata la Convenzione di Istanbul in ogni sua parte. Dei finanziamenti stanziati dalla legge del 2013 sul femminicidio, una volta arrivati nelle casse regionali, nella maggior parte dei casi, si è persa traccia.
Il problema è che le misure di questo governo contro la violenza, oltre alle reazioni estemporanee di indignazione e al cordoglio per i familiari delle vittime, sono scarsamente finanziate, improntate a sicurezza, emergenza, ordine pubblico.
Allora, bene le cabine di regia e l’attivazione del Comitato interistituzionale per dare attuazione al piano antiviolenza, ma non basta. Bisogna agire in fretta e attuare misure efficaci di contrasto alla violenza, e la prima cosa fare è, appunto, non chiudere i centri antiviolenza, che ad oggi sono la miglior risposta sul fronte della tutela.
Anche la prevenzione è determinante, perché la violenza maschile sulle donne non è un fatto privato, ma un tema politico che nasce dalla disparità fra i sessi e dalle discriminazioni, dal linguaggio, da una scuola che non ne parla.
L’arretratezza in cui ci muoviamo è la causa della tragedia del femminicidio, delle violenze fisiche e psicologiche. Ne è prova anche la reticenza degli uomini a prendere la parola, e a continuare a consideralo un problema di qualche maschio violento o malato, non di un sistema, che dunque, non li riguarda. Sarebbe invece ora che scendessero in campo.
Loredana Taddei
Responsabile Politiche di Genere
Cgil Nazionale