Dissesto idrogeologico: Cgil, i fondi ci sono, i rischi sono ancora alti e il Governo resta fermo a guardare


II dissesto idrogeologico rappresenta per l’Italia un problema di notevole rilevanza e attualità, la cronaca delle ultime settimane ci ricorda l’enorme fragilità del nostro Paese.
In Italia il rischio idrogeologico è diffuso in modo capillare e si presenta in modo differente a seconda dell’assetto geomorfologico del territorio: frane, esondazioni e dissesti morfologici di carattere torrentizio, trasporto di massa lungo i canali nelle zone montane e collinari, esondazioni e sprofondamenti nelle zone collinari e di pianura. II territorio, risorsa fisicamente limitata è, contemporaneamente, l’infrastruttura più importante del Paese e base essenziale per il suo sviluppo presente e futuro.
Tra i fattori naturali che predispongono il nostro territorio a frane ed alluvioni, rientra senza dubbio la conformazione geologica e geomorfologica, caratterizzata da un’orografia giovane e da rilievi in via di sollevamento. II rischio frane e alluvioni interessa praticamente tutto il territorio nazionale: sono ben 5.581 i comuni a rischio idrogeologico, il 70% del totale dei comuni italiani, dì cui 1.700 a rischio frana, 1.285 a rischio di alluvione e 2.596 a rischio sia di frana sia di alluvione. Sette comuni su 10 sono zone rosse. Dall’analisi di questi numeri ne risulta uno scenario inquietante e con i cambiamenti climatici ci si può aspettare che gli eventi alluvionali e franosi siano più frequenti e diffusi, che le portate delle piene siano più elevate ed il loro accumulo sia più rapido. Oltre a tali fattori naturali il rischio idrogeologico è condizionato fortemente dall’intervento dell’uomo e dalle continue modificazioni del territorio che hanno, da un lato, incrementato la possibilità di accadimento di tali fenomeni e dall’altro, aumentato la
presenza di beni e di persone nelle zone dove tali eventi erano possibili e si sono poi manifestati, a volte con conseguenze catastrofiche. Infatti l’occupazione delle aree golenali con insediamenti abitativi o industriali, la presenza di aree inquinate e discariche abusive, la cementificazione e il disboscamento selvaggio lungo i fiumi, oltre alla insufficiente manutenzione geologico-idraulica del territorio, hanno sicuramente aggravato le condizioni di un territorio già di per sé strutturalmente fragile.
Infine, e non per ordine d’importanza, bisogna considerare la cattiva gestione da parte delle istituzioni e della classe politica, che ha sottovalutato il problema senza mettere in campo le dovute risorse tanto sotto il profilo economico quanto attuative, ma reagendo quasi sempre in regime emergenziale, senza efficacia e lungimiranza.
Infatti, a tre anni dall’istituzione della Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche della Presidenza del Consiglio dei Ministri, solo poche settimane fa è stato illustrato il quadro generale e dettagliato regione per regione delle opere previste, degli investimenti, dei cantieri aperti, e dello stato di avanzamento delle progettazioni per contrastare il dissesto idrogeologico nel nostro Paese. Il resoconto è contenuto nella pubblicazione “ItaliaSicura, Il piano
nazionale di opere e interventi e il piano finanziario per la riduzione del rischio idrogeologico”. I dati contenuti nel piano erano già ampiamente noti alle istituzioni, grazie alla ricostruzione da parte dell’ISPRA, a mezzo del progetto “Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo (ReNDiS)”, nato nell’ormai lontano 2005.

A leggere le tabelle della Struttura di Missione contro il dissesto idrogeologico (allegate al presente documento), sembra ci siano disponibili 7.7 miliardi di euro da spendere entro il 2023 per rinforzare argini, costruire scolmatori e casse di espansione per le piene, allargare i canali tombati, tirar su muri di contenimento. Per fare, dunque, ciò che avrebbe evitato le stragi da nubifragio del passato, e forse anche quella di Livorno. Poi però andando a vedere quanto è stato effettivamente speso sul territorio per il Piano “ItaliaSicura” lanciato dal governo Renzi, ci si trova davanti ad un cifra che racconta di un
Paese che non vuol imparare da se stesso e dal suo passato: appena 114,4 milioni di euro. Meno dell’1.5% del totale a disposizione. A questo ritmo per investire i 7.7 miliardi previsti servirebbero quasi 200 anni. Bisogna sveltire, andare più veloci del clima che cambia e sperare di anticipare la prossima bomba d’acqua. Finora il denaro utilizzato è stato trasferito alle regioni ed è servito solo ad aprire alcuni cantieri nelle città metropolitane. Tutto ciò non senza problemi.

In effetti, analizzando gli 8926 interventi “necessari e prioritari” segnalati dalle Regioni quando fu lanciato il Piano di nota che pochissimi sono corredati ad un progetto esecutivo: appena il 6%. Per il resto delle emergenze nulla o quasi è stato fatto. Ad oggi, il tutto resta sulla carta: accanto alla lista delle opere, e alla cifra che ogni Regione richiede allo stato, rintracciamo una sfilza di etichette che ne certificano la lontananza dalla realizzazione: “progetto preliminare”, “studio di fattibilità”, “in fase istruttoria”. Pochi
“definitivi”, pochissimi gli “esecutivi”.

Malgrado i toni propogandistici con cui è stato annunciato il piano in esame, il passo con cui si avanza è troppo lento, e tutto rischia di rimanere sulla carta, anche perché non sembra esserci nessuna sinergia con quanto indicato nelle direttive quadro Europee che regolano la tematica: 2000/60/CE e 2007/60/CE. Nello specifico, sembra che non vengano considerati i ruoli dei distretti idrografici ed i relativi piani di gestione, redatti proprio per il recepimento di tali normative. Tali piani, a nostro avviso, una volta operativi potrebbero rappresentare un utile strumento per la messa in sicurezza del territorio. A tal
fine, la politica ne dovrebbe favorire il recepimento e l’integrazione all’interno dei vari piani regolatori locali. In tal modo si annullerebbe il ricorso ai piani di stralcio, che complicano non poco l’effettiva applicazione degli interventi.

Infine, a prescindere dal valore propagandistico dell’analisi dettagliata degli interventi necessari, reputiamo che un riordino della normativa e sopratutto dei ruoli istituzionali, che troppo spesso si sovrappongono immobilizzando l’intervento, sia la strada da percorrere quanto prima al fine di garantire l’effettiva attuazione degli interventi programmati.

Alleghiamo le tabelle dall’Appendice 1 – Cantieri e progetti dal “Piano Nazionale di opere e interventi e il piano finanziario per la riduzione del rischio idrogeologico”.