Decreto Liquidità: un approfondimento su delocalizzazioni e paradisi fiscali


È stato approvato in commissione Bilancio un emendamento, presentato da due deputati democratici e proposto dalla CGIL, sul vincolo a non delocalizzare per le imprese che riceveranno la garanzia dello Stato per l’emissione di prestiti bancari previsto dal Decreto Liquidità che è in discussione in questi giorni alla Camera del Deputati.

Si tratta di un piccolo, ma importante, avanzamento verso una logica che vede finalmente gli aiuti pubblici alle imprese come strumento del decisore pubblico per orientare lo sviluppo, premiando le imprese che hanno intenzione di investire, crescere e redistribuire e penalizzando invece quelle che si vogliano muovere per opportunismo. Non come un contributo generalizzato e a pioggia, come, ad esempio, la riduzione IRAP 2020 prevista dal “Decreto Rilancio”.

Un secondo emendamento, presentato questa volta dal gruppo parlamentare di Leu, ha previsto, inoltre, che per accedere ai finanziamenti del Decreto Liquidità le aziende non debbano avere la propria sede legale in un “paradiso fiscale”.

Per quanto riguarda quest’ultimo tema, su cui finalmente si sta dibattendo in questi giorni, anche fuori dagli ambienti specialistici, è bene fornire alcune delucidazioni.

Da anni, alcuni paesi della UE come Olanda, Irlanda e Lussemburgo, ma non solo loro, hanno deliberatamente scelto la via della corsa al ribasso delle imposte per le imprese. Riduendo aliquote e limando gli imponibili, incrementando le stime dei costi, esentando alcuni ricavi o fornendo pareri fiscali preventivi assai discutibili (si veda il ruling irlandese ad Apple). Il tutto con il fine di attrarre gli investimenti continentali.

Grazie a queste sciagurate decisioni, alcune imprese sono formalmente “migrate” verso quei paesi, sfruttando la libertà di circolazione garantita dall’Unione, senza una reale motivazione organizzativa, ma con l’unico scopo di pagare meno imposte o, in alcuni casi, per non pagarle affatto. In questo modo quei paesi hanno guadagnato (in numero di imprese, di occupati, in capitale, in alcuni casi in R&S) rispetto agli altri, ma al prezzo di indebolire tutto il sistema produttivo e fiscale dell’intera Unione Europea, accrescendone le difficoltà nell’orientare le strategie di politica industriale e sottraendo entrate fiscali. Proprio quelle entrate fiscali che in questa pandemia stanno pagando la sanità pubblica e gli interventi di rilancio.

Ciò premesso, è legalmente definito paradiso fiscale un Paese inserito nella “Lista nera”, una black list determinata rispetto ad alcuni elementi, ad esempio il basso livello di tassazione, la presenza di “regimi fiscali preferenziali dannosi” o la carenza o assenza di scambio di informazioni con gli altri paesi. Quest’ultima è la principale caratteristica che definisce un Paese in black list. L’assenza dello scambio di informazioni fiscali automatico (ovvero non subordinato ad una autorizzazione, la quale può quindi essere deliberatamente negata) è motivo di inserimento nella black list UE per 9 paesi su 12.

L’ultimo aggiornamento da parte dell’Unione Europea è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 27 febbraio del 2020, anche a seguito delle trattative svolte nella riunione Ecofin del febbraio 2020. In questo momento l’Unione Europea fa rientrare in black list questi paesi:

– Samoa americane;
– Isole Cayman;
– Figi;
– Guam;
– Oman;
– Palau;
– Panama;
– Samoa;
– Trinidad e Tobago;
– Isole Vergini degli Stati Uniti;
– Vanuatu;
– Seychelles.

Vi sono, inoltre, dei paesi, prima inadempienti, che si sono impegnati e/o sono in parte riusciti ad incrementare la loro collaborazione fiscale e sono quindi inseriti nella cosiddetta gray list, o lista grigia. Essi sono:

– Anguilla;
– Australia;
– Bosnia-Erzegovina;
– Botswana;
– eSwatini (ex Swaziland);
– Giordania;
– Maldive;
– Marocco;
– Mongolia;
– Namibia;
– Santa Lucia;
– Thailandia;
– Turchia.

Oltre alla black list europea, l’Italia, negli anni, ha previsto altri criteri che allargano la lista dei paesi coinvolti. Sia per quanto riguarda la sede legale delle imprese, sia per quanto riguarda le residenze delle persone fisiche. Senza addentrarci nelle conseguenze per imprese e contribuenti, né nel lungo elenco di paesi, per tornare alle differenti definizioni di paradiso fiscale, ci basta specificare che nessun paese della UE è in queste liste (neanche Irlanda, Lussemburgo o Olanda), né alcuno stato degli U.S.A. (neanche il Delaware).

Posto che sarebbe in contrasto con i Trattati Europei porre limitazioni alla circolazione di persone ed imprese all’interno dell’Unione, la soluzione per l’Italia non può certo consistere nell’accodarsi a tale corsa al ribasso sul versante fiscale. Al contrario occorre trovare rapidamente il consenso per accelerare quei progetti normativi (CCCTB in UE, BEPS in ambito OCSE), già in campo da decenni, che impedirebbero la concorrenza fiscale tra i paesi dell’Unione.

Uno studio Ocse/Istat ci dice che nel nostro Paese vi sono circa 63.000 sedi di multinazionali, 25.000 delle quali sono riconducibili a 11.720 imprese con base all’estero, e circa 38.000 riconducibili alle 8.125 multinazionali italiane, con affiliate in 125 paesi del mondo; questo studio valuta in oltre 32 miliardi di euro ogni anno i profitti che queste imprese allocano in maniera non trasparente in sistemi fiscali esteri.

Ciò premesso, crediamo che questa grave ingiustizia non possa oscurare i numeri dell’evasione fiscale del nostro Paese. Sui circa 110 miliardi annui di evasione fiscale e contributiva si stima che il danno da elusione fiscale oscilli tra i 7,5 e i 10 miliardi. Non vorremmo che il tema, importante, dell’elusione diventi scudo per giustificare o minimizzare i danni provocati dell’evasione diffusa.
Crediamo che nel corso dei restanti mesi di quest’anno sarà necessario migliorare ed estendere le norme contro l’evasione, già presenti nell’ultima Legge di Bilancio, affinché esse possano partire in maniera generalizzata ed efficace non appena ci lasceremo alle spalle questa crisi.