Dalla nascita ai giorni nostri

1. La nascita della CGdL (1906)

La nascita della CGIL

La Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) nacque al primo Congresso di Milano del 29 settembre – 1° ottobre 1906. Il primo Segretario generale fu il riformista Rinaldo Rigola, già in precedenza a capo del Segretariato Centrale della Resistenza, la struttura costituita nel 1902 con l’obiettivo di trovare la sintesi politica tra le spinte radicali dei rivoluzionari, che guidavano gran parte delle Camere del Lavoro, e le posizioni moderate dei riformisti, a capo delle principali Federazioni di mestiere e industriali.

Le prime strutture sindacali erano nate in Italia negli ultimi decenni dell’Ottocento. La fase “presindacale” fu caratterizzata dallo sviluppo delle Società di Mutuo Soccorso, le prime forme di associazionismo operaio. Il mutualismo aveva lo scopo di fornire assistenza ai soci in caso di disoccupazione, infortunio, malattia e vecchiaia, escludendo il ricorso alla lotta di classe.

La fase “sindacale” vera e propria iniziò con i primi scioperi, promossi tra gli anni ‘60 e ‘70 dell’Ottocento, quando i lavoratori individuarono nella resistenza lo strumento principale di lotta contro le ingiustizie sociali. Il progressivo passaggio dal mutualismo alla resistenza si intensificò negli ultimi anni del XIX secolo, in coincidenza con l’avvio, anche in Italia, della rivoluzione industriale. Le prime Leghe di Resistenza non nacquero, però, solo nell’industria manifatturiera, soprattutto tessile e metallurgica; esse si diffusero largamente nell’edilizia, nei servizi, nei trasporti e, soprattutto, in agricoltura.

Nel tentativo di rappresentare tutti i lavoratori di un territorio, negli anni ‘90 del XIX secolo furono costituite le Camere del lavoro. Le prime nacquero nel 1891 a Milano, Piacenza e Torino. Nel 1898, nel capoluogo lombardo, scoppiarono i “moti per il pane”, che vennero duramente repressi dal Governo: iniziava così la “crisi di fine secolo”, durante la quale furono emanati provvedimenti restrittivi della libertà sindacale e furono chiuse molte Camere del lavoro.

L’esito positivo del primo sciopero generale cittadino, proclamato a Genova nel dicembre 1900 in difesa della locale Camera del lavoro, e la svolta liberale, promossa nel febbraio 1901 dal nuovo Governo liberale, guidato da Zanardelli e con Giolitti Ministro dell’Interno, favorirono la ripresa del movimento sindacale. In quei mesi si costituirono le prime Federazioni nazionali di categoria; nel 1901 nacquero, tra le altre, le Federazioni dei metallurgici, dei tessili e dei chimici e la Federazione nazionale dei lavoratori della terra. Nel settembre 1904, in seguito agli “eccidi proletari” di Buggerru e Castelluzzo, veniva proclamato il primo sciopero generale nazionale.

2. La CGdL nell’età giolittiana (1906-1914)

Per tutta la durata dell’età liberale e fino al fascismo, la direzione confederale fu saldamente nelle mani dei riformisti. Lo scontro con la minoranza si mantenne acceso fino a giungere alla spaccatura del 1912, quando i sindacalisti rivoluzionari decisero la costituzione al Congresso di Modena dell’Unione Sindacale Italiana (USI). Il programma confederale, confermato nei successivi Congressi nazionali di Modena, Padova e Mantova (tenuti rispettivamente nel 1908, 1911 e 1914), puntava al miglioramento graduale delle condizioni di vita delle classi lavoratrici italiane; in questa direzione andava anche l’accordo siglato all’inizio del 1907 tra CGdL, Federazione delle Società di Mutuo Soccorso e Lega Nazionale delle Cooperative (la cosiddetta “Triplice Economica”). Gli strumenti principali individuati per la realizzazione del programma confederale furono due: lo sviluppo della legislazione sociale e la diffusione della contrattazione collettiva. Su quest’ultimo versante, la firma dei primi contratti (tra i più importanti l’accordo Itala-FIOM, firmato a Torino nel 1906) evidenziò il tentativo da parte sindacale di ottenere un riconoscimento “istituzionale” da parte di Governo e imprese (nel 1910 nasceva a Torino la Confederazione Italiana dell’Industria). I risultati furono significativi: la riduzione dell’orario di lavoro, la fissazione dei minimi salariali, il riconoscimento delle Commissioni interne nei luoghi di lavoro, il controllo del collocamento. Tuttavia, la dura intransigenza padronale e le ricorrenti crisi economiche impedirono l’estensione e il rinnovo dei contratti. Quanto ai rapporti con il Partito Socialista Italiano (costituito a Genova nel 1892), dopo la nascita della CGdL non mancarono momenti di attrito e difficoltà. L’accordo di Firenze del 1907 sancì la “naturale” divisione dei compiti tra sindacato (economia) e partito (politica); ma sia la discussione sulla costituzione da parte sindacale di un eventuale Partito del lavoro, sia la vittoria dei massimalisti nel partito al Congresso di Reggio Emilia del 1912, segnalarono una crescente divaricazione tra PSI e CGdL. Le tensioni aumentarono durante i fatti della “settimana rossa” del giugno 1914, quando un movimento insurrezionale e antimilitarista, partito da Ancona, si propagò in molte zone d’Italia. In appoggio ai manifestanti, la CGdL decise di proclamare lo sciopero generale; ma di fronte all’aggravarsi degli scontri con esercito e forze dell’ordine, la Confederazione decise di ritirare il suo sostegno alla mobilitazione in atto.

3. La prima guerra mondiale e il “biennio rosso” (1914-1920)

Allo scoppio della prima guerra mondiale (1914), l’Italia mantenne una posizione neutrale. La maggioranza del paese e delle forze politiche (liberali, cattolici, socialisti) rifiutava l’ingresso nel conflitto; anche la CGdL si schierò in modo convinto su queste posizioni, ribadendo la stessa opposizione mostrata durante la guerra coloniale di Libia del 1911-12. Nel giro di alcuni mesi, tuttavia, settori minoritari delle classi dirigenti imposero al Parlamento un colpo di mano che sancì l’intervento italiano in guerra a fianco della Triplice Intesa. Il PSI si ritirò sulla posizione del “né aderire, né sabotare”, mentre la CGdL inaugurò una politica di collaborazione istituzionale con Governo e imprenditori al fine di tutelare nel miglior modo possibile i lavoratori.

La prima guerra mondiale assunse ben presto caratteri devastanti, con un coinvolgimento senza precedenti dei civili. A milioni morirono nei campi di battaglia; in tantissimi, soprattutto donne, furono coinvolti nel sistema della Mobilitazione Industriale. Gli anni di guerra furono drammatici: ritmi asfissianti di lavoro, divieto di sciopero, equiparazione giuridica degli operai ai soldati al fronte. Il 1917 fu l’anno peggiore: già prima della sconfitta militare di Caporetto, nel Paese si registrarono moti popolari di protesta per il pane e contro la guerra; il più imponente si ebbe nel mese di agosto a Torino quando l’esercito sparò sulla folla provocando decine di morti.

Finito il massacro, in molti paesi europei, anche sull’onda delle notizie rivoluzionarie provenienti dalla Russia, scoppiarono numerose rivolte popolari. L’Italia registrò un periodo di accesa conflittualità sociale, il “biennio rosso” (1919-20). Dopo la firma nel febbraio 1919 dei primi contratti nazionali , che sancirono la conquista delle otto ore giornaliere, con l’estate si entrò nel vivo della mobilitazione. Protagonisti di questa fase furono i braccianti nelle campagne, mentre nell’industria operarono i Consigli di fabbrica, le nuove strutture di rappresentanza operaia, promotori di una politica rivendicativa fortemente antagonista, centrata sul controllo dell’organizzazione del lavoro e della produzione. La CGdL mantenne un atteggiamento diffidente verso il movimento dei Consigli, facilitandone in questo modo la sconfitta, avvenuta a Torino nell’aprile 1920. A settembre, dopo una dura vertenza culminata con l’occupazione delle fabbriche, la firma del “lodo Giolitti” tra Governo, CGdL e imprese pose fine al “biennio rosso”. Al V Congresso della CGdL, tenuto a Livorno nel 1921, il sindacato, a differenza del partito socialista, riuscì a evitare la scissione dei comunisti.

4. La violenza fascista (1921-1926)

Al “biennio rosso” (1919-20) seguì il “biennio nero” (1921-22), segnato dall’attacco violento che i fascisti scatenarono contro il movimento operaio e le fragili istituzioni dello Stato liberale. Dopo l’assalto alla sede del Comune di Bologna nel novembre 1920, si moltiplicarono i casi di incendio e saccheggio operati dalle “squadracce nere” contro le Camere del lavoro, le Case del popolo, le cooperative, le leghe; molti dirigenti della sinistra rimasero vittime della violenza fascista. In molte occasioni, i mandanti delle spedizioni punitive furono quegli agrari colpiti dagli scioperi del biennio rosso; e in tanti casi, furono gli stessi rappresentanti dello Stato – magistrati e forze dell’ordine – a “coprire” quei crimini.

Il 28 ottobre 1922, con la marcia su Roma, Mussolini prendeva il potere. Dietro le manovre di normalizzazione politica operate dal regime (tra le quali anche il tentativo, poi fallito, di coinvolgere esponenti di spicco della CGdL nel governo del paese), l’azione repressiva proseguì, per culminare nell’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti nel giugno 1924, il quale aveva denunciato le violenze commesse dai fascisti durante le elezioni politiche di aprile.

La crisi vissuta dal regime nei mesi successivi venne superata da Mussolini all’inizio del 1925 – pochi giorni dopo il VI Congresso della CGdL, tenuto a Milano nel dicembre 1924 –, quando il duce decise una svolta in senso “totalitario” attraverso una serie di provvedimenti liberticidi (le “leggi fascistissime”), che annullarono qualsiasi forma di opposizione al fascismo. Sul piano sindacale, con gli accordi di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925, Confindustria e sindacato fascista si riconoscevano reciprocamente quali unici rappresentanti di capitale e lavoro e abolivano le Commissioni Interne. La sanzione ufficiale di tale svolta arrivò con la legge n. 563 del 3 aprile 1926, che riconosceva giuridicamente il solo sindacato fascista (l’unico a poter firmare i contratti collettivi nazionali di lavoro), istituiva una speciale Magistratura per la risoluzione delle controversie di lavoro e cancellava il diritto di sciopero.

Lo “sbloccamento” (cioè la frammentazione) della Confederazione fascista dei sindacati nel 1928 e il mancato riconoscimento giuridico dei fiduciari di fabbrica nei luoghi di lavoro evidenziarono le debolezze del sindacato di regime. Negli anni ‘30, gli effetti della crisi economica del 1929 (licenziamenti indiscriminati, aumento della disoccupazione, diminuzione dei salari) avrebbero notevolmente peggiorato le condizioni di vita delle classi lavoratrici.

5. Le due CGdL tra clandestinità ed esilio (1927-1939)

Il 4 gennaio 1927, in seguito ai provvedimenti emessi dal fascismo, il vecchio gruppo dirigente della CGdL, tra cui Rinaldo Rigola e Ludovico D’Aragona (quest’ultimo Segretario generale dal 1918 al 1925), decise l’autoscioglimento dell’organizzazione. Contro tale decisione Bruno Buozzi, Segretario generale della CGdL dal 1925, nel febbraio 1927 ricostituì a Parigi la CGdL, la quale aderì, insieme ad alcuni partiti, alla Concentrazione d’azione antifascista. Nello stesso mese, durante la prima Conferenza clandestina di Milano, i comunisti dettero vita alla loro Confederazione Generale del Lavoro. In questo modo, dalla fine degli anni ‘20 e fino alla caduta della dittatura fascista, convissero due CGdL: una di ispirazione riformista, aderente alla Federazione Sindacale Internazionale; l’altra comunista, aderente all’Internazionale dei Sindacati Rossi. A capo della CGdL clandestina, dopo l’espulsione di Paolo Ravazzoli dal Partito Comunista, fu chiamato nel 1930 Giuseppe Di Vittorio, il quale, dopo aver militato in gioventù tra le file dei sindacalisti rivoluzionari, aveva aderito nel 1924 al PCd’I.

Giuseppe Di Vittorio in Spagna durante la guerra civile

Fino alla metà degli anni ‘30 i rapporti tra le due Confederazioni si mantennero tesi, soprattutto a causa della decisione presa dalla Terza Internazionale di contrastare i riformisti, accusati di “socialfascismo”. Quando però il pericolo fascista divenne assai concreto, soprattutto in seguito alla presa del potere da parte di Hitler in Germania (gennaio 1933), le diverse componenti della sinistra riuscirono a trovare un terreno comune di iniziativa, evidente nella politica dei Fronti popolari in Francia e Spagna. Gli effetti si fecero sentire sia sulla politica italiana, con la firma nel 1934 del Patto di unità d’azione tra PCd’I e PSI, sia sul sindacato. Il 15 marzo 1936, infatti, Buozzi e Di Vittorio si incontrarono a Parigi per firmare la “piattaforma d’azione della CGL unica”.

I successivi avvenimenti internazionali (soprattutto la vittoria di Franco nella guerra civile spagnola e la firma del patto di non aggressione tra Germania e URSS) sembrarono annullare l’efficacia di quelle intese. Tuttavia, durante la seconda guerra mondiale, scoppiata con l’invasione della Polonia da parte dei nazisti nel settembre 1939, e parallelamente alla crescita della resistenza antifascista, furono proprio quelle intese degli anni ‘30 a rappresentare la base di partenza per l’unità sindacale.

6. La seconda guerra mondiale e la Liberazione (1940-1945)

Già prima della caduta di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943 in seguito al voto del Gran Consiglio del Fascismo, settori importanti delle classi lavoratrici del nord erano tornati a scioperare contro il regime nel marzo-aprile 1943; si trattava di agitazioni motivate da cause economiche, ma il valore politico di quelle manifestazioni era evidente. Con l’arresto di Mussolini, il nuovo Governo Badoglio decise di commissariare le vecchie strutture sindacali fasciste: il socialista Bruno Buozzi divenne il nuovo Commissario dei Sindacati dell’Industria, all’Agricoltura andava il cattolico Achille Grandi, mentre al comunista Di Vittorio era affidata l’organizzazione dei braccianti. Il 2 settembre 1943, poche ore prima della firma dell’armistizio con gli Alleati anglo-americani, Buozzi firmava con gli industriali un importante accordo interconfederale per il ripristino delle Commissioni Interne.

Nei mesi successivi, di fronte alla scelta di Mussolini di costituire nel nord la Repubblica Sociale Italiana, iniziò la Resistenza partigiana contro il nemico nazifascista. Un valido contributo alla lotta di Liberazione venne proprio dai lavoratori che a più riprese tornarono a scioperare contro la dittatura, questa volta con motivazioni chiaramente politiche. Fu proprio in occasione degli scioperi del novembre-dicembre 1943, del marzo e del giugno 1944 che migliaia di operai furono deportati nei campi di lavoro e di concentramento tedeschi; in molti non sarebbero tornati vivi.

Partigiani e operai a Brescia dopo la Liberazione

Mentre al sud rinascevano le Camere del lavoro e mentre al nord si intensificava il movimento resistenziale, i principali esponenti del sindacalismo italiano proseguirono il lavoro di dialogo unitario, avviato già negli anni ‘30, che culminò il 3 giugno 1944, poche ore prima della Liberazione della capitale da parte degli Alleati, nella firma del Patto di Roma che decretava la rinascita del sindacato libero. La CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) unitaria nasceva dal compromesso tra le tre principali forze politiche italiane: infatti, il Patto di Roma fu siglato da Giuseppe Di Vittorio per i comunisti, Achille Grandi per i democristiani ed Emilio Canevari per i socialisti. In quelle stesse ore uno dei principali protagonisti dell’intesa, Bruno Buozzi, veniva barbaramente ucciso dai nazisti.

Il 25 aprile 1945 le popolazioni delle principali città del nord insorgevano; l’Italia era finalmente libera.

7. La CGIL unitaria (1944-1948)

 Il ritratto di Di Vittorio, opera di Carlo Levi

Dal 28 gennaio al 1° febbraio 1945 si tenne a Napoli il congresso della CGIL delle zone liberate. In quella occasione vennero eletti i primi Segretari generali della CGIL: Di Vittorio per i comunisti, Grandi per i democristiani e Oreste Lizzadri per i socialisti.

Dopo il 25 aprile, la CGIL unitaria dette un contributo fondamentale per la ricostruzione economica, sociale, politica e istituzionale dell’Italia, rappresentando uno degli interlocutori privilegiati dagli Alleati. Fino al 1948 l’impegno del sindacato si concentrò soprattutto su due piani. In primo luogo, CGIL e imprese firmarono una serie di accordi interconfederali che annullavano gran parte delle norme fasciste e disciplinavano istituti contrattuali molto importanti: dalle Commissioni Interne alla scala mobile, dai licenziamenti alla cassa integrazione guadagni. In secondo luogo, all’indomani del voto del 2 giugno 1946, che aveva sancito la vittoria della Repubblica sulla monarchia e aveva eletto i deputati per l’Assemblea Costituente, il sindacato giocò un ruolo politico di assoluto rilievo nella elaborazione della Costituzione, che all’articolo 1 definisce l’Italia “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Giuseppe Di Vittorio fu il relatore della Terza sottocommissione, incaricata di redigere le norme costituzionali sui diritti sociali ed economici. Fu grazie all’impegno della CGIL che principi e istituti fondamentali quali la libertà sindacale, la contrattazione collettiva e il diritto di sciopero entrarono nel testo finale.

Tuttavia, le differenti impostazioni culturali nel sindacato e la netta involuzione politica a livello internazionale, con lo scoppio della guerra fredda tra USA e URSS, produssero effetti laceranti. La strage di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947 (11 morti tra braccianti, donne e bambini), maturata negli ambienti agrari e mafiosi della Sicilia ed eseguita dalla banda di Salvatore Giuliano, aprì squarci inquietanti, rivelando intrecci perversi con settori inquinati dello Stato. All’indomani del grave eccidio, le sinistre furono estromesse dai Governi di unità nazionale. Nonostante le divisioni nella CGIL, evidenti al I Congresso di Firenze del giugno 1947, l’unità sindacale resse ancora un anno. Dopo le elezioni politiche del 18 aprile 1948, che videro la netta affermazione della Democrazia Cristiana e la sconfitta del Fronte popolare (PCI e PSI), e dopo l’attentato a Togliatti del 14 luglio da parte di un giovane squilibrato, cui la CGIL reagì con lo sciopero generale politico, la corrente democristiana decise la scissione.

8. La CGIL dopo le scissioni sindacali: i duri anni Cinquanta (1948-1955)

Il periodo delle scissioni sindacali si protrasse per circa due anni, dall’estate del 1948 alla primavera del 1950. La prima componente a lasciare la CGIL fu quella cattolica che nell’ottobre 1948 costituì la Libera CGIL, guidata da Giulio Pastore; dopo alcuni mesi, nel giugno 1949, fu la volta delle componenti socialdemocratica e repubblicana che dettero vita alla FIL (Federazione Italiana dei Lavoratori). Il percorso terminò con la nascita dell’Unione Italiana del Lavoro (UIL, 5 marzo 1950) e della Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL, 1° maggio 1950).

La fase successiva alle scissioni fu una delle più difficili per il sindacato italiano, segnato da profonde divisioni ideologiche. Inoltre la repressione poliziesca, condotta dalla famigerata “Celere” potenziata dal Ministro degli Interni Mario Scelba, causò la morte di decine di lavoratori durante manifestazioni e scioperi. La città simbolo di questi “eccidi proletari” fu Modena dove il 9 gennaio 1950 morirono sei operai; ma la maggior parte delle vittime si ebbe in piccoli paesi del Sud (tra gli altri Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore, Celano); le regioni più colpite furono la Sicilia e la Puglia.

Bambini a Napoli durante il Congresso nazionale del 1952

La CGIL provò a uscire dall’isolamento attraverso una proposta politica forte, lanciata al II Congresso di Genova (1949) e nota con il nome di “Piano del Lavoro”. Nelle intenzioni dei promotori il Piano, che prevedeva la nazionalizzazione dell’energia elettrica e un programma esteso di lavori pubblici in edilizia e agricoltura, doveva sollecitare le classi dirigenti sul tema delle cosiddette “riforme di struttura”. Dopo il Piano, Di Vittorio lanciò al III Congresso di Napoli (1952) una nuova proposta “forte”, cioè l’idea di uno Statuto dei diritti dei lavoratori.

Il clima politico del centrismo democristiano non era tuttavia favorevole a questo tipo di iniziative. Lo dimostrarono nel 1953 lo scontro frontale sulla nuova legge elettorale maggioritaria (la cosiddetta “legge truffa”) e nel 1954 la dura vertenza sul conglobamento (l’unificazione di alcune voci salariali), che si concluse con un accordo separato senza la CGIL. Questa raggiunse il punto più basso del consenso con la sconfitta della FIOM nelle elezioni alla Fiat per le Commissioni Interne (1955), dovuta non solo alla politica repressiva della direzione aziendale, ma anche alla forte centralizzazione delle decisioni che aveva contraddistinto la CGIL nel dopoguerra. All’indomani di quella cocente sconfitta, Di Vittorio pronunciò nel Direttivo confederale una famosa autocritica, destinata a mutare la politica rivendicativa dell’organizzazione.

9. La ripresa sindacale (1955-1967)

Il “ritorno alla fabbrica” fu lo slogan che accompagnò la ripresa sindacale della CGIL dalla metà degli anni ‘50. La svolta rivendicativa fu precisata nei due successivi Congressi, il IV (svoltosi a Roma nel febbraio-marzo del 1956) e il V (tenuto a Milano nell’aprile del 1960). Nell’ottobre 1956 la CGIL emise un comunicato di condannadell’invasione sovietica in Ungheria, che suscitò molti malumori nel PCI e forti critiche, soprattutto nei confronti di Di Vittorio.

Scontri a Genova contro il Governo Tambroni

Il 3 novembre 1957 il Segretario generale morì e fu sostituito da Agostino Novella, in passato responsabile dell’Ufficio organizzazione e Segretario della FIOM. A Milano, nel 1960, la CGIL scelse in modo netto la politica della contrattazione articolata, che mirava a dare un maggior peso sia alle categorie nazionali, sia alle strutture di fabbrica, sviluppando, accanto al contratto nazionale, gli accordi decentrati. Parallelamente proseguiva l’impegno politico della CGIL che raggiunse l’apice nell’estate del 1960, quando essa proclamò da sola lo sciopero generale contro il Governo Tambroni, appoggiato dai neofascisti del MSI e responsabile di una dura repressione e di gravi eccidi durante alcune manifestazioni popolari a Genova, Reggio Emilia e in Sicilia.

Sul finire del 1960 si ebbe il primo banco di prova per la politica articolata: la vertenza degli elettromeccanici milanesi, conclusa con la firma di decine di accordi aziendali vittoriosi, dimostrò la validità della nuova linea. Nel frattempo, con i rinnovi contrattuali del 1959 e del 1962-63, alcune Federazioni industriali, soprattutto metalmeccanici e tessili, avevano compiuto importanti passi avanti in tema di unità d’azione. Fu proprio grazie alla nuova politica unitaria che i metalmeccanici riuscirono a ottenere il riconoscimento della contrattazione integrativa, conquistato con la firma di un protocollo d’intesa con l’Intersind (la rappresentanza sindacale dell’industria pubblica) nel novembre 1962.

Il 1962 vide l’avvio dell’esperienza del centrosinistra, con l’ingresso dei socialisti nell’area di Governo. In una prima fase la CGIL mostrò un atteggiamento prudente nei confronti della nuova maggioranza. Dopo la crisi economica e politica del 1963-64, l’ostilità della CGIL crebbe, come testimoniò l’opposizione alla politica di programmazione economica del Governo, sancita dal VI Congresso di Bologna (marzo-aprile 1965). Ma nonostante le difficoltà politiche, negli anni sessanta l’unità sindacale fece progressi, spinta soprattutto dalle decisioni dei metalmeccanici in tema di autonomia e politica economica.

10. Il “sindacato dei Consigli” (1968-1973)

Nel 1968 l’esplosione della contestazione giovanile, radicale e irriverente, colse di sorpresa il sindacato e rese evidenti i limiti della sua azione. Un campanello d’allarme arrivò nei primi mesi dell’anno quando le Confederazioni chiusero un accordo per la riforma delle pensioni con il Governo Moro; quella intesa venne duramente respinta dalla base e la CGIL decise il 7 marzo di proclamare da sola lo sciopero generale che riscosse ampie adesioni. Da quel momento riprese il dialogo tra le Confederazioni, sostenuto con vigore dalle importanti conquiste operaie nella contrattazione aziendale in tema di organizzazione del lavoro, ambiente di lavoro e delegati (nuovi rappresentanti dei lavoratori in fabbrica). La nuova offensiva sindacale portò al primo sciopero generale unitario dai tempi delle scissioni (14 novembre 1968), proclamato per ottenere una nuova riforma previdenziale, ed ebbe un approdo positivo all’inizio del 1969 con la vittoria sindacale sulle pensioni e sull’abolizione delle zone salariali (cioè delle differenze salariali, a parità di lavoro, da zona a zona).

Manifestazione durante l'autunno caldo del 1969

Il 1969 fu l’anno dell’affermazione definitiva del sindacato come soggetto politico. La stagione congressuale mostrò segnali evidenti di maturità. La CGIL, nel VII Congresso di Livorno (giugno), scelse l’incompatibilità tra incarichi sindacali e di partito, rafforzando la propria autonomia politica. L’apice fu raggiunto con “l’autunno caldo” dei metalmeccanici, quando la categoria riuscì a rinnovare il contratto ottenendo grandi conquiste in tema di democrazia (assemblea), salario (aumenti uguali per tutti), orario (40 ore settimanali), diritti e potere nei luoghi di lavoro. Gran parte di quelle conquiste trovarono poi spazio nella legge n. 300/1970, lo Statuto dei diritti dei lavoratori, fortemente voluto dall’ex Segretario nazionale della CGIL e Ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, e approvato dal Parlamento nel maggio 1970, che sanciva “l’ingresso della Costituzione in fabbrica”. Qualche settimana prima, nel marzo 1970, Luciano Lama era subentrato a Novella nella guida della CGIL.

Il ciclo conflittuale si mantenne elevato fino al 1973, quando i rinnovi contrattuali decretarono una nuova importante vittoria: l’inquadramento unico operai-impiegati. Tuttavia, le proposte più radicali di unità sindacale – per arrivare alla Confederazione unitaria – trovarono molti oppositori nel sindacato, tra i partiti, nelle istituzioni e nelle classi dirigenti. La “strategia della tensione”, avviata con la strage di Piazza Fontana a Milano nel dicembre 1969 e culminata con la bomba di Piazza della Loggia a Brescia nel maggio 1974, diretta esplicitamente contro una manifestazione sindacale, annullò qualsiasi speranza di cambiamento.

11. La Federazione CGIL-CISL-UIL tra crisi economica e lotta al terrorismo (1973-1979)

Nei primi anni settanta l’unità sindacale sembrò a portata di mano. Le tre riunioni tra i Consigli Generali e le Segreterie di CGIL, CISL e UIL, promosse dall’ottobre 1970 al novembre 1971 a Firenze, arrivarono a stabilire, tra molte difficoltà, le date di scioglimento delle Confederazioni. Le elezioni politiche anticipate del maggio 1972 modificarono però il quadro politico, con la vittoria del centrodestra. A quel punto, il Patto federativo CGIL-CISL-UIL (firmato nel luglio 1972) sembrò essere l’unico compromesso possibile.

La Federazione unitaria dovette subito affrontare una situazione difficile. Dall’autunno 1973, infatti, scoppiò una grave crisi economica che mutò sensibilmente il capitalismo italiano e internazionale. La “stagflazione”, cioè l’intreccio tra stagnazione produttiva e inflazione, assunse in Italia caratteri ancora più gravi a causa dei ritardi strutturali del Paese; le scelte di ristrutturazione e decentramento effettuate dai gruppi industriali resero meno efficace l’azione sindacale. Il 1975 fu l’anno più duro per l’economia, ma il sindacato riuscì ugualmente a strappare un accordo importante sulla scala mobile (innalzamento e unificazione del punto di contingenza) per la tutela reale di salari e stipendi. Tra l’VIII Congresso di Bari del luglio 1973 e il IX Congresso di Rimini del giugno 1977, la CGIL entrò nella CES, la Confederazione Europea dei Sindacati (1974).

Nel frattempo, sul piano politico, la crescita elettorale del PCI nelle elezioni amministrative del 1975 e in quelle politiche del 1976 permise l’attuazione del “compromesso storico”, vale a dire l’alleanza tra il principale partito di governo (la DC) e il principale partito dell’opposizione (il PCI), teorizzata dal Segretario comunista Enrico Berlinguer all’indomani del golpe cileno di Pinochet. I governi di “solidarietà nazionale”, succedutisi tra il 1976 e il 1979, dovettero affrontare la nuova contestazione giovanile del 1977, che culminò a febbraio con l’attacco al comizio di Lama nell’Università “La Sapienza” di Roma, ma soprattutto la grave crisi economica e la pesante offensiva del terrorismo. Il sindacato scelse di offrire una sponda al governo, evidente nella “svolta dell’EUR” del febbraio 1978, che sanciva la politica della moderazione salariale e l’accettazione della “politica dei due tempi”. Ma sia l’EUR, sia il compromesso storico furono spazzati via dall’attacco frontale delle Brigate Rosse, che nella primavera del 1978 rapirono e uccisero il Presidente della DC Aldo Moro; il 24 gennaio 1979 le BR uccidevano a Genova il sindacalista della CGIL Guido Rossa. Dopo questi due omicidi, che sollevarono profonda commozione e indignazione, iniziò la parabola discendente del “terrorismo rosso”.

12. Dalla vertenza Fiat allo scontro sulla scala mobile (1980-1985)

La crisi operaia e sindacale dell’autunno 1980 alla Fiat di Torino rappresentò un passaggio cruciale nella storia delle relazioni industriali in Italia. Di fronte al piano dell’azienda che prevedeva drastici tagli, lavoratori e sindacati provarono a reagire, ma furono travolti dalla famosa “marcia dei quarantamila” del 14 ottobre, organizzata dal “Coordinamento dei capi e dei quadri intermedi” e sostenuta dall’azienda, che costrinse il sindacato a firmare la “resa”.L’accordo finale prevedeva 23 mila operai in cassa integrazione; di questi pochissimi riuscirono a rientrare in fabbrica.

Dopo il X Congresso della CGIL, tenuto a Roma nel novembre 1981, dal 1982, con la disdetta unilaterale da parte di Confindustria dell’accordo sulla scala mobile del 1975 e con il blocco dei rinnovi contrattuali, iniziò la pesante controffensiva, destinata a produrre effetti laceranti nel sindacato. La Federazione unitaria provò a contrastare le richieste delle imprese con la firma nel gennaio 1983, grazie alla mediazione del Governo, del cosiddetto “lodo Scotti”. Ma all’indomani delle elezioni politiche del 1983, che portarono per la prima volta nella storia italiana un socialista alla guida del paese, fu proprio il Governo Craxi a lanciare l’affondo più incisivo.

Dopo la firma di un accordo separato nel febbraio 1984, che non venne firmato dalla CGIL, ormai divisa al proprio interno tra comunisti e socialisti, il Governo preparò il cosiddetto “Decreto di San Valentino” che prevedeva i tagli alla scala mobile per via legislativa. Questi avvenimenti produssero la rottura della Federazione unitaria; l’opposizione della CGIL, culminata il 24 marzo in una grande manifestazione di massa, non sortì effetto e il Decreto fu trasformato in legge.

Contro la legge furono raccolte le firme per il referendum abrogativo in un clima molto teso, segnato dal nuovo inquietante affondo del terrorismo rosso, che uccideva Ezio Tarantelli, un economista tra i principali sostenitori dei provvedimenti governativi. Il referendum si tenne il 9-10 giugno 1985 e vide la vittoria dei “no”; la legge restava in vigore. Alla chiusura dei seggi e prima di venire a conoscenza dei risultati, la Confindustria disdettava ugualmente l’accordo, mostrando una palese insofferenza rispetto a un sistema corretto di relazioni sindacali e istituzionali. Alla fine dell’anno fu firmato l’accordo per il pubblico impiego che modificava in parte la struttura della scala mobile; nel giro di poche settimane tale accordo fu esteso anche al settore privato.

13. L’autoriforma della CGIL (1986-1991)

Nei cinque anni compresi tra l’XI Congresso di Roma (febbraio-marzo 1986) e il XII Congresso di Rimini (ottobre 1991), la CGIL cercò di uscire dall’angolo attraverso un importante processo di autoriforma che ebbe il merito di rilanciare la sua azione sindacale. A Roma Luciano Lama lasciò l’incarico di Segretario generale, che venne assunto da Antonio Pizzinato, il quale restò alla guida dell’organizzazione fino al 1988. Nel novembre 1988 il Direttivo elesse Bruno Trentin. Fu proprio durante la Segreteria di Trentin che una serie di avvenimenti modificarono profondamente gli scenari internazionali, provocando effetti a catena anche in Italia. Nel 1989, infatti, la caduta del Muro di Berlino poneva fine a oltre quaranta anni di guerra fredda, innescando un processo di crisi irreversibile dei paesi comunisti dell’Est e della stessa Unione Sovietica, già scossa dalle riforme di Gorbaciov. In Italia la fine del comunismo reale indusse il PCI a mutare nome, simbolo e strategia, dando vita al progetto del Partito Democratico della Sinistra (PDS), destinato a subire la scissione “a sinistra” di Rifondazione Comunista. Anche la CGIL visse un delicato momento di transizione, sollecitata dagli eventi internazionali e nazionali; ma gli esiti furono diversi. La CGIL aveva avviato un processo di autoriforma già prima della caduta del Muro. La crisi dell’unità con CISL e UIL, le divisioni sulla scala mobile, il rafforzamento del sindacalismo autonomo, furono le spie che portarono la CGIL a modificare alcuni aspetti essenziali della sua politica. Alla Conferenza di programma di Chianciano (aprile 1989) il gruppo dirigente lanciò le due parole d’ordine, “diritti” e “programma”, intorno alle quali costruire la nuova politica rivendicativa; inoltre, si avviava una discussione franca in tema di politica dei redditi, concertazione, riforma del sistema contrattuale, Europa. Anche i cambiamenti organizzativi non furono da meno: tra la Conferenza di organizzazione di Firenze (novembre 1989) e il Congresso di Rimini, le tre componenti storiche (comunista, socialista e la Terza componente dei cosiddetti “senza partito”) decisero di sciogliersi, inaugurando una nuova fase nella storia della CGIL. L’approvazione, nel giugno 1990, della legge n. 146 che disciplinava il diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali e la firma dell’accordo interconfederale per l’istituzione di organismi unitari di rappresentanza nei luoghi di lavoro (marzo 1991) furono tra gli esempi più significativi della nuova convergenza programmatica tra i sindacati confederali.

14. La concertazione degli anni novanta (1992-1998)

Nell’estate del 1992 l’Italia precipitò nel pieno di una crisi drammatica. Dopo la firma del Trattato di Maastricht, che imponeva al paese una dura politica di sacrifici per centrare il traguardo europeo, una serie di avvenimenti scosse alle fondamenta il sistema politico-istituzionale: l’avvio delle inchieste giudiziarie di Tangentopoli, che coinvolse molti politici “eccellenti”, i risultati delle elezioni politiche di aprile, l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino da parte della mafia. Tra l’estate del 1992 e l’estate del 1993, in piena emergenza economica e politica, il sindacato dette un contributo decisivo per l’uscita del paese dalla crisi, collaborando con i Governi Amato e Ciampi, con i quali firmò due accordi fondamentali. Il primo, siglato il 31 luglio 1992, poneva fine al meccanismo della scala mobile e prevedeva misure urgenti in tema di occupazione; con il secondo, firmato il 23 luglio 1993 dopo la ratifica dei lavoratori, si stabilivano per la prima volta nella storia italiana regole certe nel sistema di relazioni industriali: l’intesa prevedeva, infatti, l’introduzione della politica dei redditi e della concertazione, nonché la riforma del sistema contrattuale, articolato su due livelli (nazionale e decentrato), di cui si fissavano tempi e materie.

Negli stessi anni la politica italiana entrò in uno stato di fibrillazione, con la nascita di nuovi soggetti politici, che andarono a sostituire i partiti della cosiddetta “Prima Repubblica”, e con l’introduzione nel 1993 del sistema elettorale maggioritario. Nel 1994 la vittoria elettorale del centrodestra di Berlusconi peggiorò notevolmente i rapporti con CGIL, CISL e UIL; nella CGIL, intanto, Trentin era stato sostituito alla Segreteria da Sergio Cofferati, riconfermato poi al XIII Congresso di Rimini (luglio 1996). Fu sul tentativo di riforma delle pensioni, operato dal centrodestra nell’autunno 1994, che si scatenò la ferma risposta unitaria dei sindacati; la nuova riforma delle pensioni fu varata poi l’anno seguente grazie all’azione del Governo Dini. Nel 1996, invece, il successo del centrosinistra di Romano Prodi nelle elezioni politiche aprì un ciclo virtuoso che, attraverso il risanamento dei conti pubblici, permise nel 1998 l’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea. Alla fine dello stesso anno, nel mese di dicembre, veniva firmato tra il Governo D’Alema e le parti sociali l’ultimo importante accordo di concertazione, il cosiddetto “Patto di Natale” per lo sviluppo e l’occupazione.

15. Nella crisi di inizio millennio (1999-2009)

Nel giugno 1999, a un anno di distanza dalla scadenza prevista dall’accordo del 1993, veniva rinnovato il contratto dei metalmeccanici: era la dimostrazione che gli industriali avevano cominciato a guardare con crescente ostilità alle regole che disciplinavano il sistema di relazioni industriali. Pochi giorni prima, il 20 maggio 1999, le Brigate Rosse, dopo oltre dieci anni di silenzio, tornavano brutalmente a colpire, uccidendo Massimo D’Antona, giurista da sempre vicino alle posizioni della CGIL, che aveva avuto un ruolo attivo nella stagione riformatrice del centrosinistra.

Dalla primavera del 2001 la crisi delle relazioni industriali fu facilitata dall’involuzione politica, dovuta alla nuova affermazione del centrodestra. Berlusconi, nelle settimane precedenti il voto, aveva stretto un’alleanza con la Confindustria all’insegna del neoliberismo e dell’isolamento della CGIL. Nei mesi successivi crebbe l’allarme per il peggioramento degli scenari internazionali e nazionali. Gli attentati terroristici dell’11 settembre in America innescarono la dura reazione militare degli USA, avviata con la guerra in Afghanistan e proseguita con la guerra in Iraq nel 2003. La CGIL, insieme a gran parte dell’opinione pubblica internazionale, si schierò contro quelle palesi violazioni del diritto internazionale.

In Italia le violenze commesse dalle forze dell’ordine a Genova nel luglio 2001, durante la riunione del G8, mostrarono un clima inquietante di repressione. Nel 2002 giungeva a compimento l’offensiva di Governo e Confindustria contro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che stabilisce il diritto al reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa. La CGIL, dopo il XIV Congresso di Rimini (febbraio 2002), organizzò il 23 marzo la più grande manifestazione della storia italiana, con tre milioni di partecipanti al Circo Massimo di Roma. A pochi giorni da quell’appuntamento, le nuove BR uccidevano il giurista Marco Biagi, consulente del Governo per la riforma del mercato del lavoro. Il 23 marzo fu l’inizio di un’intensa mobilitazione, proseguita anche dalla nuova Segreteria di Guglielmo Epifani, subentrato a Cofferati nel settembre 2002, e destinata a concludersi con la sconfitta del Governo sull’articolo 18.

Negli ultimi anni la CGIL – che nel 2006 ha festeggiato il suo centenario – ha dovuto contrastare l’azione del centrodestra tesa a dividere il mondo sindacale e a isolare l’organizzazione più grande e rappresentativa. Ad eccezione, infatti, della breve parentesi del centrosinistra tra il 2006 e il 2008 (durante la quale fu siglato l’importante “Protocollo Prodi” su previdenza, lavoro e competitività, approvato da una larga maggioranza di lavoratori e pensionati), la CGIL, spesso da sola, ha impegnato tutte le sue energie per opporsi a politiche istituzionali, economiche e sociali del centrodestra (in particolare sul Welfare e sulla tutela dei migranti, sulla scuola e sul fisco) considerate pericolose, errate e socialmente inique, proponendo al Paese un programma di riforme che mira a contrastare il declino economico e civile dell’Italia.