Commento alla sentenza Corte cost. n. 77/2018 sulla natura dell’indennità per mancata reintegra del lavoratore ex art. 18 (Fornero)


La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 86 depositata il 23 aprile 2018 (che si riporta di seguito alla presente nota), è intervenuta sulla legge Fornero (e non sul Jobs Act, come erroneamente pubblicizzato nelle agenzie di stampa) relativamente alle ipotesi in cui il Giudice accerti che non ricorrono gli estremi
del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa (art. 18, l. n. 300/1970 come modificato dall’art. 1, co. 42, lett. B, l. n. 92/12). In tali casi il giudice annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione e al pagamento di un’indennità risarcitoria.
Il Tribunale di Trento dubitava che tale disposizione fosse compatibile con il precetto di cui all’art. 3, primo comma, della Costituzione., nella parte in cui «irragionevolmente», attribuisce «natura risarcitoria, anziché retributiva, alle somme di denaro che il datore di lavoro è tenuto a corrispondere in relazione al
periodo intercorrente dalla pronuncia di annullamento del licenziamento e di condanna alla reintegrazione nel posto di lavoro, provvisoriamente esecutiva, fino all’effettiva ripresa dell'attività lavorativa o fino alla pronuncia di riforma della prima».
Il Tribunale riteneva infatti che alla indennità (sostitutiva) corrisposta al dipendente dal datore di lavoro inadempiente all’ordine di reintegrazione andasse attribuita natura retributiva.
La disposizione non è stata ritenuta irragionevole dalla Consulta sulla base della giurisprudenza della Corte di cassazione (v. tra le tante Cass. 21 novembre 2016, n. 23645; 30 giugno 2016, n. 13472; 25 gennaio 2016, n.1256; 3 febbraio 2012, n. 1639; 11 febbraio 2011, n. 3385). Tanto è stato infatti affermato facendo riferimento alla nozione di retribuzione ricavabile dalla Costituzione (art. 36) e dal codice civile (artt. 2094, 2099), secondo cui il diritto a percepirla sussiste solo in ragione (e in proporzione) della eseguita prestazione lavorativa. D’altra parte, per la Corte, l’ordine di reintegrazione del lavoratore licenziato non può prescindere dalla collaborazione del datore di lavoro; per cui, ove il datore di lavoro non ottemperi all’ordine di reintegrazione, da tale suo comportamento non può che derivare soltanto una obbligazione risarcitoria.
Neppure sussiste l’ulteriore violazione dell’art. 3, primo comma, Cost., che deriverebbe tra il datore di lavoro che, medio tempore, adempia all’ordine di reintegrazione del dipendente e il datore di lavoro che, “scommettendo” sulla riforma della sentenza di reintegra non vi ottemperi, limitandosi a corrispondere al lavoratore l’indennità risarcitoria.
È pur vero che il primo datore non avrà diritto a ripetere le retribuzioni corrisposte al dipendente, mentre il secondo potrà ripetere l’indennità risarcitoria versatagli una volta accertata in appello o in Cassazione la legittimità del licenziamento. Ma si tratta – ad avviso della Corte – di due situazioni non omogenee e non suscettibili di entrare in comparazione.
E’ però importante il passaggio finale della sentenza: “va poi considerato che il datore di lavoro ai fini dell’adempimento del suo obbligo di ottemperanza all’ordine del giudice, nel contesto della disciplina lavoristica ispirata al favor praestatoris, può andare, a sua volta incontro alla richiesta risarcitoria che,
secondo i principi generali delle obbligazioni (artt. 1206 e 1207, secondo comma, cod. civ.), nei suoi confronti, formuli il lavoratore medesimo, per il danno conseguente al mancato reinserimento nell’organizzazione del lavoro, nel periodo intercorrente dalla statuizione di annullamento del licenziamento a
quello della sua successiva riforma”.
La frase, a conclusione del vaglio di costituzionalità per disparità di trattamento tra ottemperanza e inottemperanza (e successiva messa in mora), sembrerebbe implicare che, fatta la messa in mora e poste le condizioni per l’azione risarcitoria, il relativo importo rimarrebbe nella disponibilità del lavoratore anche ove in appello o in Cassazione il licenziamento venisse convalidato.
In sostanza ci troveremmo in presenza di un importo risarcitorio a valenza compensativa del mancato lavoro ed altresì (e soprattutto) punitiva per la mancata ottemperanza all’ordine del giudice. Se così fosse – ma il se è d’obbligo – effettivamente non ci sarebbe disparità di trattamento tra lavoratore reintegrato e lavoratore non reintegrato. Ed a tali condizioni la sentenza della Corte avrebbe un filo logico unitario.
Date queste premesse è bene, dopo la sentenza di reintegra, effettuare la diffida ad adempiere ed, a seguire, porre in essere gli atti per una reintegrazione almeno amministrativa e formale: versamento contributivo, iscrizione nel LUL, comunicazione al Centro per l’Impiego, diffida ai funzionari ispettivi ove non provvedano ad emettere le sanzioni amministrative e a seguire esposto alla Procura della Repubblica per l’omissione oltre che alla procura presso la Corte dei Conti per il danno erariale connesso all’omissione.

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