Casa, Riqualificazione, Mobilita


1. Diventa urgente l’avvio di un’azione vertenziale che rimetta al centro la politica abitativa. Il primo dato da cui partire è la crisi dell’edilizia sociale in Italia. Una crisi che è diventata strutturale, che è parte di quella più generale del mercato delle locazioni e che si inserisce in un quadro di profondi cambiamenti del mercato immobiliare (cartolarizzazione e cessione del patrimonio immobiliare degli enti previdenziali, operazioni di spin off e dismissione degli immobili residenziali di banche ed assicurazioni, con conseguenti passaggi di proprietà e “bolle” speculative). di abitazioni in affitto e all’esigenza di ammodernamento del tessuto urbano, nella ricerca di risorse aggiuntive (locali, regionali, europee). bonus casa. Preso atto dei limiti e della scarsa efficacia delle giornate senz’auto, senza volerne per questo sminuire la funzione educativa e dimostrativa che pure hanno avuto, il sindacato deve farsi promotore di una vera e propria campagna sulla mobilità urbana sostenibile, da preparare con la Filt, la FP, lo Spi e le Camere del Lavoro delle aree metropolitane, e con il coinvolgimento delle associazioni ambientaliste e dei consumatori. l’agenda 21 locale può diventare lo strumento più adatto sia a rappresentare tutti i soggetti interessati alle tematiche ambientali sia a predisporre un insieme di proposte che vadano nella direzione dello sviluppo sostenibile nelle aree urbane. Il sindacato deve pertanto sollecitare le istituzioni locali a promuovere, nell’ambito delle agende 21 locali, dei forum a carattere permanente con lo scopo di creare il massimo di consenso e di consapevolezza intorno ai profondi cambiamenti che si rendono necessari per rendere compatibili ambiente e sviluppo, mobilità e qualità della vita nelle città.
Questa situazione produce obiettivamente un ulteriore restrigimento dell’offerta abitativa in affitto lasciando inevasa una domanda di abitazioni in locazione sempre più diffusa e articolata (famiglie con reddito medio-basso, anziani in difficoltà, lavoratori in mobilità geografica, giovani). La precarietà abitativa coinvolge un numero molto elevato di famiglie (soprattutto nelle grandi città) e colpisce in modo particolarmente acuto gli immigrati. La difficoltà di accesso ad un’abitazione inoltre assume un peso sempre maggiore nei processi di inclusione o esclusione e si riflette anche sulle stesse opportunità lavorative e sui percorsi individuali.
Si pone dunque in Italia una questione abitativa che ha caratteristiche nuove rispetto al passato. Il sindacato deve sapere cogliere le nuove esigenze ed avviare una decisa azione di contrasto della impostazione del governo di centro-destra che considera irrilevante e residuale il problema della casa. Non a caso si registra l’assenza di una qualsiasi voce di spesa in questa direzione nell’ultima finanziaria, come pure chiedevano le Regioni, che unitariamente, hanno deciso di ufficializzare la richiesta dell’apertura di un tavolo di confronto col governo nazionale dedicato specificamente alla politica della casa. Non c’è stata a tutt’oggi una risposta del governo.
Allo stato non esistono dunque risorse pubbliche destinate all’edilizia sociale che non siano i fondi residui della Gescal e le somme stanziate dal governo di centro-sinistra alla fine della precedente legislatura (legge 21/’00 e provvedimenti in finanziaria 2001). L’unica via, secondo il vice ministro alle Infrastrutture, on. Martinat, è quella di affidarsi alle fondazioni ex bancarie che, tra gli altri compiti, ora hanno anche la possibilità di finanziare progetti per case popolari.
Rispetto a questo quadro, il primo punto su cui l’azione del sindacato deve svilupparsi è la questione delle risorse pubbliche da mettere in campo per far fronte al fabbisogno crescente di case a canone sociale o quanto meno commisurato al reddito. Si tratta di definire con chiarezza i finanziamenti spettanti alle Regioni in una materia di cui hanno ormai piena titolarità. E nel contempo il ruolo dell’intervento pubblico deve essere quello di favorire lo sviluppo di un mercato “sociale” dell’affitto, avendo la capacità di relazionarsi con quei soggetti (cooperazione, imprese non profit, ex Iacp riformati, operatori privati) interessati a costruire un modello di edilizia agevolata in affitto gestita con criteri di efficienza. Solo così, tra l’altro si possono superare le gravi distorsioni create da una visione dell’edilizia sociale che, nell’esperienza italiana, si è identificata del tutto impropriamente con l’edilizia pubblica.
Nell’immediato è urgente un’iniziativa tesa a sbloccare i decreti attuativi della legge 21/’01 (Misure per ridurre il disagio abitativo) che mette a disposizione delle Regioni circa un miliardo di euro (2000 miliardi di lire) per il finanziamento sia di programmi di edilizia agevolata in affitto ( alloggi per anziani a canone sociale e alloggi a canone moderato per famiglie impossibilitate ad accedere alla casa sul libero mercato) sia di piani di risanamento e di recupero delle periferie urbane (contratti di quartiere). E’ assurdo che i decreti giacciano ancora fermi presso il Ministero delle Infrastrutture, dopo più di un anno dall’approvazione della legge e dopo aver ricevuto il parere favorevole della Conferenza Stato-Regioni.
Partendo dalla denuncia di questa vicenda scandalosa della legge 21, i temi della casa e della riqualificazione urbana devono diventare oggetto di specifici tavoli negoziali tra le parti sociali e con le istituzioni locali e regionali. Il ruolo di contrattazione del sindacato sul territorio deve esprimersi nell’individuazione delle priorità, nella selezione di programmi che rispondano all’effettivo bisogno
Occorre altresì mettere in cantiere una riflessione tra CGIL e SUNIA sulla legge sugli affitti (431/’98) al fine di predisporre quei correttivi all’attuale normativa che permettano di superare gli evidenti limiti messi in luce dalla liberalizzazione del mercato dell’affitto.
La 431, in particolare, ha fatto emergere un diffuso stato di sofferenza che nasce dall’insostenibilità degli attuali livelli di canone per le famiglie con un reddito medio-basso (in Italia su tre milioni di famiglie che vivono con un reddito che non supera i 40 milioni ve ne sono oltre seicentomila che devono fare i conti col mercato privato dell’affitto ovvero con gli alti costi delle abitazioni). Da qui l’esigenza di una verifica puntuale della regolamentazione del regime del doppio canale al fine di prevedere incentivi ulteriori al canale concordato rispetto a quello libero.
Infine, contro la decisione del governo di tagliare drasticamente il fondo sociale per l’affitto, che ha rappresentato una delle più importanti innovazioni introdotte dalla 431 e che si stava dimostrando uno strumento utile ed efficace, il sindacato deve porsi l’obiettivo di aumentarne la dotazione a partire dalla prossima finanziaria. La proposta potrebbe essere di un fondo di almeno 500 mln di euro da incrementare anche con risorse regionali e locali. Per quest’anno occorre che siano ripristinate le risorse del 2001 (650 miliardi di lire) altrimenti i comuni saranno costretti a restringere la platea degli aventi diritto, con gravi ripercussioni anche sui nuclei familiari che avevano già beneficiato del bonus casa.
2. Preso atto dei limiti e della scarsa efficacia delle giornate senz’auto, senza volerne per questo sminuire la funzione educativa e dimostrativa che pure hanno avuto, il sindacato deve farsi promotore di una vera e propria campagna sulla mobilità urbana sostenibile, da preparare con la Filt, la FP, lo Spi e le Camere del Lavoro delle aree metropolitane, e con il coinvolgimento delle associazioni ambientaliste e dei consumatori.Per affrontare la crisi della mobilità urbana, che è certamente il nodo fondamentale dello sviluppo sostenibile delle nostre città, serve un’azione vertenziale diffusa.
È urgente in primo luogo trovare risposte a esigenze che attualmente sono in contraddizione tra di loro: il diritto alla mobilità e quello alla salute, il contenimento dei costi, sociali e ambientali, e lo sviluppo economico delle grandi aree urbane. La congestione del traffico e l’inquinamento dell’aria rappresentano oggi la negazione sia del diritto alla mobilità sia del diritto a vivere in un ambiente salubre. La crisi della mobilità urbana influisce negativamente anche sull’immagine e sulla competitività delle più grandi città italiane e rappresenta un ostacolo serio allo sviluppo. Gli stessi processi di riqualificazione, avviati in numerose città, devono fare i conti con la crisi della mobilità.
Altri argomenti da approfondire riguardano: le scelte urbanistiche, con una particolare attenzione alla riqualificazione dei quartieri periferici ai quali occorre dare un ruolo sempre più “centrale”; le tecnologie dell’informazione e un nuovo modo di usare il tempo e lo spazio; la riconfigurazione del sistema di trasporto urbano attraverso un diverso equilibrio tra i diversi modi di trasporto; i piani urbani della mobilità; l’apertura di tavoli di concertazione per concordare “patti per la mobilità urbana sostenibile”.
In questo quadro l’agenda 21 locale può diventare lo strumento più adatto sia a rappresentare tutti i soggetti interessati alle tematiche ambientali sia a predisporre un insieme di proposte che vadano nella direzione dello sviluppo sostenibile nelle aree urbane. Il sindacato deve pertanto sollecitare le istituzioni locali a promuovere, nell’ambito delle agende 21 locali, dei forum a carattere permanente con lo scopo di creare il massimo di consenso e di consapevolezza intorno ai profondi cambiamenti che si rendono necessari per rendere compatibili ambiente e sviluppo, mobilità e qualità della vita nelle città.