Casa e citta


I Comuni, di fronte ai tagli della Finanziaria, hanno il problema di “come” e “dove” reperire le risorse necessarie per i servizi essenziali, per le infrastrutture, per l’ambiente, per il Welfare locale.

Vi sono solo due possibilità:

a) ridurre le prestazioni erogate dagli enti locali, abbassare la qualità dei servizi, rinunciare o ridimensionare gli investimenti già programmati;

b) aumentare tasse e tariffe locali, in primis Ici, Tarsu, tariffe del trasporto pubblico locale. (L’impegno del governo di coinvolgere le grandi città nei processi di cartolarizzazione, se permette di risolvere in qualche modo, con un provvedimento una tantum, i problemi di cassa di alcuni Comuni, non preserva però da manovre speculative delle società immobiliari sull’uso di intere aree urbane).

La giunta capitolina ha già calcolato che questa Finanziaria costerà ad ogni cittadino romano 300 euro di maggiori oneri. A questo quadro c’è da aggiungere il maggior costo dovuto all’inflazione, che le associazioni dei consumatori valutano in 700 euro a famiglia.
Qualche cifra sulla Finanziaria:

ai trasporti pubblici locali vanno solo 345 milioni di euro per i prossimi tre anni a fronte di un fabbisogno, calcolato da Regioni e Comuni, in almeno 5 miliardi di euro;

per l’ERP non è previsto nulla. C’è un contenzioso aperto da Regioni e Comuni sul finanziamento dell’edilizia sociale che però non ha sortito ancora alcun effetto;

il Fondo sociale per l’affitto è stato decurtato di altri 20 milioni di euro dopo il taglio di 75 milioni di euro subito nel 2002. Sicchè sono disponibili solo 246 milioni di euro all’anno a fronte di un fabbisogno che, secondo il Sindacato, d’accordo con analoghe stime dell’ANCI, è di 500 milioni.

Nulla per la politica della casa, nulla per i contratti di quartiere e per i programmi di recupero e riqualificazione urbana. Soltanto una conferma, peraltro peggiorativa nei modi e nei tempi, della detrazione Irpef del 36% sui lavori di manutenzione straordinaria degli immobili residenziali.
Rispetto a questo quadro allarmante, abbiamo avuto incontri con i gruppi parlamentari della Margherita e dei DS, e ne abbiamo altri in programma, tra cui quello con il presidente della Conferenza delle Regioni, Ghigo, e con il presidente dell’ANCI, Dominici.
Dagli incontri già fatti è venuto l’impegno che, in sede discussione parlamentare, per quanto riguarda la politica della casa, si ottenga la modifica della Finanziaria almeno sul punto di maggiori stanziamenti per il Fondo sociale e del rifinanziamento dei contratti di quartiere, utilizzando a questo scopo 600 milioni di euro residui dell’ex Gescal e non ancora programmati.
Con CISL e UIL, stiamo lavorando a ridefinire una piattaforma unitaria per il rilancio della politica abitativa sulla cui base vogliamo organizzare un’iniziativa pubblica ed avviare una fase negoziale a livello nazionale, regionale e locale.
Nell’immediato si tratta di lavorare per l’attuazione della legge 21 sul “disagio abitativo”, che ha una disponibilità di circa un miliardo di euro, che possono diventare duemila con la partecipazione di capitali privati. E’ urgente aprire tavoli regionali sui tre decreti attuativi: il primo, sui programmi per la costruzione o recupero di abitazioni per anziani (ottanta interventi da effettuarsi in aree urbane consolidate di sessanta comuni), il secondo, riguardante programmi innovativi in ambito urbano (contratti di quartiere di seconda generazione), il terzo, riguardante 20.000 alloggi da destinare ad affitto con canone agevolato. Se non si dovesse procedere speditamente, c’è il rischio che questi provvedimenti cadano sotto la mannaia del decreto taglia spese.
Di fronte ai processi di trasformazione in atto da tempo in molte città, è importante avviare una riflessione che ridefinisca le politiche abitative nel contesto di uno sviluppo urbano sostenibile.
Alcuni punti di approfondimento:

il mercato immobiliare è investito da profondi cambiamenti, riguardante sia l’assetto proprietario sia la finanziarizzazione” dell’investimento nel mattone.

la “cartolarizzazione” del patrimonio pubblico, ha dato possibilità alle grandi società immobiliari di acquistare o comunque controllare pezzi importanti degli immobili pubblici, collocati in punti strategici delle città, con l’obiettivo di realizzare interventi a forte impatto “speculativo”, anche grazie alla normativa che consente di ottenere dalle amministrazioni locali il cambio di destinazione d’uso di edifici ed intere aree;

c’è il rischio, di conseguenza, che i piani urbanistici siano di fatto riscritti non in base alle esigenze dei cittadini, ma piuttosto in base agli interessi delle immobiliari, con effetti disastrosi sul piano della “terziarizzazione” forzata dei centri storici e del loro ulteriore “svuotamento”.

Tutto ciò sta già avendo ricadute pesanti sul piano sociale. L’offerta abitativa in affitto si restringe sempre più. Chi ha un reddito medio-basso e non è proprietario di casa vive una situazione di precarietà e di disagio abitativo. Inoltre, con la seconda fase di vendita degli immobili residenziali degli enti previdenziali, che sta avvenendo tramite la cartolarizzazione, molte famiglie saranno costrette a rinunciare all’acquisto perché i prezzi degli immobili, negli ultimi tre anni, hanno subito sensibili aumenti (fino al 30%). La normativa, infatti, prescrive che sia fatta una valutazione sulla base dei “valori correnti di mercato”. E’ un’evidente caso di iniquità e di disparità di trattamento rispetto a coloro che hanno usufruito della prima fase di dismissione. I cittadini pagano per ritardi burocratici non dipendenti dalla loro volontà e per il cambiamento delle regole in corso d’opera.
C’è dunque una questione casa che chiama in causa grandi interessi immobiliari e la responsabilità degli amministratori locali. Il problema casa si allarga a quello del futuro delle nostre città e a quello della stessa competitività economica. Basti pensare che cresce sempre più una domanda abitativa nuova, più moderna, che considera la casa non un bene ‘investimento, ma un bene d’uso, un servizio che deve adattarsi ai diversi percorsi di vita e di lavoro.
C’è, allo stesso tempo, una domanda di vivibilità urbana, di qualità della vita nelle nostre città su cui deve incardinarsi l’iniziativa del Sindacato.
Le città sono il perno delle trasformazioni e dello sviluppo, ma sono anche le principali responsabili dell’effetto serra, dell’inquinamento, della produzione di rifiuti di ogni genere. Puntare allo sviluppo sostenibile significa vincere una doppia sfida: quella dello sviluppo e quella ecologica. Sappiamo che anche la sfida competitiva si gioca sul terreno della qualità urbana e della qualità sociale. E’ difficile trovare investitori laddove si vive male, o c’è una congestione cronica da traffico, o mancano servizi accettabili.
Una politica urbana, che abbia le caratteristiche della sostenibilità, deve avere come suoi punti d’attacco da un lato i contratti di quartiere, cioè il proseguimento ed il rafforzamento di un’esperienza innovativa di risanamento e riqualificazione dei quartieri di periferia, dall’altro la mobilità urbana, mettendo in discussione un modello che ha visto finora soccombere il trasporto pubblico rispetto a quello privato.
I punti da approfondire sono molti e devono essere oggetto di specifiche riunioni.
Roma, 24 ottobre 2002