Caporalato: 400mila lavoratori sfruttati nei campi


Presentato dalla FLAI CGIL il primo rapporto su agromafie e caporalato, un’indagine che l’Osservatorio Placido Rizzotto ha condotto, in questi mesi, sui territori, con l’obiettivo di analizzare le principali forme di illegalità e di sfruttamento nel settore agroalimentare e raccontare come il caporalato è cambiato in questi anni, diventando un ambito di interesse per la criminalità organizzata.  Il rapporto, presentato ieri (10 dicembre), a Roma, presso il Centro Congressi di via Cavour, è stato introdotto da Giancarlo Caselli, Presidente Onorario dell’Osservatorio e da Stefania Crogi, Segretario Generale della FLAI CGIL, ha concluso Serena Sorrentino, Segretario Confederale CGIL.

Le mappe delle aree a rischio caporalato e sfruttamento lavorativo in agricoltura. Da nord a sud il caporalato e l’illegalità nel settore agricolo sono in continua espansione. La crisi ha aggravato ulteriormente le condizioni di migliaia di lavoratori impiegati nelle stagionalità di raccolta. L’osservatorio Placido Rizzotto ha promosso in questi mesi un’indagine sui territori, con l’obiettivo di fare una fotografia delle principali forme di illegalità e di sfruttamento nel settore agroalimentare. Attraverso testimonianze dirette e interviste agli operatori coinvolti, il primo rapporto Agromafie e Caporalato ha voluto anche raccontare come il caporalato è cambiato in questi anni, diventando un ambito di interesse per la criminalità organizzata. Agrumi, angurie, pomodori le principali colture coinvolte, ma numerose sono le segnalazioni relative all’export di qualità (come nel caso del settore vitivinicolo), alla macellazione clandestina e agli appalti sospetti relativi ai servizi. Il rapporto è introdotto da una prefazione di Giancarlo Caselli (pres. Onorario dell’Osservatorio) e da un contributo di Stefania Crogi (segr. Generale della FLAI CGIL), infine la postfazione di Serena Sorrentino, segretario confederale CGIL.

Il Caporalato. La ricerca condotta dall’Osservatorio ha coinvolto 14 Regioni e 65 province con l’obiettivo di tracciare i flussi stagionali di manodopera e gli epicentri delle aree a rischio caporalato e sfruttamento lavorativo. Censiti oltre 80 epicentri di rischio, di cui 36 ad alto tasso di sfruttamento lavorativo, da nord a sud. Il caporalato è fortemente diffuso su tutto il territorio nazionale: oltre alle Regioni del Sud Italia (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), forte l’esplosione del fenomeno al Centro-Nord, in particolare: in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e Lazio. Sempre di più il caporalato si associa ad altre forme di reato, come ad esempio: gravi sofisticazioni alimentari, truffa e inganno per salari non pagati, contratti di lavoro inevasi, sottrazione e furto dei documenti, gestione della tratta interna e esterna dei flussi di manodopera, riduzione in schiavitù e forme di sfruttamento lesive persino dei più elementari diritti umani. Se è vero, come ci dicono i dati Istat, che in agricoltura il sommerso occupazione nel caso dei lavoratori dipendenti è pari al 43%, non è difficile immaginare che sia proprio questo l’enorme serbatoio di riferimento per i caporali. Un esercito di circa 400.000 persone in tutta Italia, di cui circa 100.000 (prevalentemente stranieri) costretti a subire forme di ricatto lavorativo e a vivere in condizioni fatiscenti. Il caporalato in agricoltura, dunque, ha costo per le casse dello Stato in termini di evasione contributiva non inferiore a 420 Milioni di Euro l’anno. Per non parlare della quota di reddito (circa -50% della retribuzione prevista dai contratti nazionali e provinciali di settore) sottratta dai caporali ai lavoratori, che mediamente percepiscono un salario giornaliero che si attesta tra i 25 Euro e i 30 Euro, per una media di 10-12 ore di lavoro, tutto nell’illegalità comunque nel sommerso parziale. I caporali, però, impongono anche le proprie tasse giornaliere ai lavoratori: 5 euro per il trasporto, 3,5 euro per il panino e 1,5 euro per ogni bottiglia d’acqua consumata. Da Gennaio a Novembre del 2012 sono 435 sono le persone arrestate per: riduzione in schiavitù (Art. 600), tratta e commercio di schiavi (Art. 601), alienazione e acquisto di schiavi (Art. 602). Dall’entrata in vigore della norma che istituisce il reato di caporalato (art. 603bis del c.p. – introdotto dal D.L. 13 agosto 2011, n. 138) le persone denunciate o arrestate sono solo 42. La metà degli arresti al centro-nord.

Nelle mappe elaborate nel primo rapporto si possono trovare nel dettaglio: gli epicentri di rischio dove sono stati riscontrati casi di lavoro indecente o gravemente sfruttato, i flussi interregionali e transnazionali dei lavoratori protagonisti della transumanza stagionale che coinvolge migliaia tra uomini e donne, le principali nazionalità impegnate nelle raccolte stagionali. All’interno del rapporto, inoltre, è possibile consultare il dettaglio delle schede per ogni singola regione coinvolta dall’indagine, con relativi dettagli sul numero di operatori, i reati più diffusi e le analisi delle condizioni di lavoro per ogni singolo distretto produttivo.

Agromafie e illegalità nel settore agroalimentare. L’Osservatorio ha preferito perseguire un campo di ricerca qualitativo, chiedendo agli operatori coinvolti (magistrati, giornalisti, lavoratori, sindacalisti, esponenti delle forze dell’ordine e della società civile) di incrociare dati, esperienze, buone e cattive pratiche. Dai contributi contenuti nel rapporto emerge una fotografia allarmante, in particolare sempre più forte sembra il rinnovato legame tra il crimine di stampo mafioso e un pezzo molto rilevante dell’economia del settore primario del nostro paese. Sono le agromafie, nonché l’illegalità diffusa in una vasta zona grigia, che in questi anni ha scaricato sui lavoratori i costi del malaffare.

Nel rapporto è possibile leggere quali sono le principali attività illecite delle mafie in relazione al settore agroalimentare: estorsioni, usura a danno degli imprenditori, furti, sofisticazioni alimentari, infiltrazione nella gestione dei consorzi per condizionare il mercato e falsare la concorrenza. Emergono numerose inchieste della magistratura su questi fronti, ma nel mirino della magistratura inquirente anche la gestione dei mercati generali, del trasporto e della logistica in tutta la filiera, dell’export dei prodotti di qualità commercializzati in tutto il mondo. Purtroppo, però, ci sono anche quelli di pessima qualità nel mirino della criminalità organizzata; nel rapporto sono riportate pratiche di scongelamento e sofisticazione del pesce, nonché materiali di scarto utilizzati per la trasformazione dei prodotti. La contraffazione alimentare è aumentata del 128% negli ultimi dieci anni, un giro d’affari di circa 60 Miliardi quello legato al fenomeno dei prodotti definiti Italian sounding e alla speculazione dell’Italian branding. Sono 27 i clan1 che si occupano attivamente di business legati alle ecomafie, alle agromafie e al consumo del territorio dovuto all’abusivismo edilizio e sversamento illegale dei rifiuti. Un giro d’affari, quelle delle Agromafie dunque, che secondo operatori istituzionali e della società civile si aggira tra i 12 e i 17 Miliardi di euro l’anno, circa il 10% dei guadagni della criminalità mafiosa, così come quantificato dalla Commissione Antimafia.

Sempre nel rapporto saranno presentati i dati delle aziende confiscate nel settore agricolo (8%). Un dato che potrebbe ingannare, visto che i beni aziendale di maggiore valore sottratti alla criminalità sono proprio le aziende del settore agroalimentare. È il caso dell’azienda Suvignano di Monteroni d’Arbia, nella ridente e insospettabile provincia di Siena, che ospita il bene confiscato più grande d’Italia. È anche il caso del feudo Verbumcaudo di Polizzi Generosa (PA); centinaia di ettari confiscati a Michele Greco più di vent’anni fa e solo l’anno scorso assegnati, dopo una lunga vertenza della FLAI CGIL, al consorzio Sviluppo e Legalità della provincia di Palermo. Buoni e cattivi esempi di gestione di beni aziendali confiscati alla criminalità, che vedono come vittime dei limiti dell’attuale legislazione proprio i lavoratori, destinati a pagare con la disoccupazione e il probabile licenziamento le colpe del proprio datore di lavoro. Dall’inizio del 2008 il numero dei beni aziendali confiscati alla criminalità sono aumentati del 65%, un boom che testimonia la fragilità del nostro sistema economico. Ad oggi, solo il 4% di queste aziende riesce a emergere dall’illegalità e dare una risposta alla domanda di lavoro e sviluppo su territori fortemente condizionati dalla presenza mafiosa. Secondo le recenti stime dell’Ufficio Legalità della CGIL, sono circa 80.000 i lavoratori licenziati dopo un provvedimento di confisca definitiva. Dal rapporto, quindi, esce rafforzata l’idea della CGIL di promuovere una legge d’iniziativa popolare per tutelare i lavoratori delle aziende confiscate, nonché favorire un percorso di emersione alla legalità di queste aziende, per porle alla base di una strategia di rilancio di lavoro e sviluppo come antidoto a tutte le mafie.

Le storie, le buone e le cattive pratiche. Il rapporto si chiude dando voce ai protagonisti. Nella terza parte si possono trovare due interviste ai procuratori capo di Caserta e Foggia, due dei territori maggiormente coinvolti dai fenomeni di sfruttamento lavorativo e dal caporalato in agricoltura. Poi due storie di lavoratori che hanno deciso di ribellarsi al ricatto, denunciare i propri sfruttatori e trovare un’alternativa nella legalità, come raccontano Ioana e Tonino. Poi le testimonianze dirette dei sindacalisti impegnati nelle tante frontiere italiane: dalle esperienze di un nord sempre più coinvolto rispetto al passato, a quelle di un sud in cui l’assenza dello Stato spesso vede proprio nel sindacato uno dei primi e unici punti di riferimento. È il caso del sindacato di strada, dei tanti progetti avviati sui territori in rete con tante realtà associative e della società civile, a partire da “Invisibili delle campagne di raccolta”, una campagna che ha portato il camper del sindacato nelle tante marginalità del nostro paese. Infine una postfazione della segretaria confederale della CGIL Serena Sorrentino, sulla necessità di rilanciare la battaglia di tutta CGIL per una buona e sana occupazione, nonché un appello alle istituzioni per affrontare e sconfiggere il caporalato e lo sfruttamento, per liberare la nostra economia dai tentacoli mafiosi e ristabilire un presupposto fondamentale per superare la crisi, cioè la legalità economica. Infine una appendice storica su Placido Rizzotto (a cura di Dino Paternostro) e un’intervista al nipote del sindacalista ammazzato dalla mafia nel 1948, a cui abbiamo deciso di intitolare l’osservatorio contro il caporalato e le agromafie promosso dalla FLAI CGIL.