TAVOLA ROTONDA
Sindacato, Democrazia, Costituzione.
Tre parole, tre realtà strettamente intrecciate nella costruzione della nostra Repubblica, tutte e tre sotto tiro in quest’ultima legislatura.
Ne hanno discusso, in una tavola rotonda alla fine della seconda giornata del congresso della Cgil, coordinata da Giancarlo Santalmassi, direttore di Radio 24, Giorgio Napolitano, Luciana Castellina, Mino Martinazzoli, Giuliano Amato e Domenico Fisichella. E se il quadro dell’oggi è fosco nelle parole di tutti, e il domani si annuncia tutt’altro che “rose e fiori”, uscirne in positivo è ancora possibile proprio ridando vigore a quanto quelle tre parole incarnano nella storia del paese.
Napolitano parte dalla profonda rottura istituzionale simboleggiata dall’approvazione a stretta maggioranza della riforma costituzionale, che fa seguito alla distorsione dei rapporti tra governo e Parlamento, con quest’ultimo umiliato da un governo sempre più forte e sempre meno capace di ascoltare il paese reale.
Martinazzoli sottolinea come già ci sia stata una riforma della costituzione materiale, grazie al peso dei media nello sponsorizzare l’“antipolitica”, al punto che la democrazia che conosciamo è a rischio e il sindacato fa bene a essere in campo: perché democrazia non è solo libertà ma anche equità e giustizia.
Giuliano Amato ricorda l’importanza del sindacato e delle formazioni sociali intermedie – oggi non a caso tutte sotto botta – nel costruire la personalità dei cittadini e ribadisce, a proposito di globalizzazione, come ci siano diritti irrinunciabili del lavoro che vanno portati là dove non ci sono e non già tolti qui dove vengono esercitati.
Luciana Castellina insiste sulla dittatura dell’ideologia neoliberista – per cui il sindacato sarebbe anacronistico e i contratti nazionali una crosta ideologica – e lamenta come quella ideologia abbia fatto breccia anche su una parte della sinistra.
Fisichella, “new entry” nella Margherita dopo la clamorosa rottura con il centrodestra sulla devolution (“ci sono momenti nei quali bisogna individuare il problema principalee su quello impegnarsi”, afferma) , ricorda non a caso come il contratto nazionale abbia oggi una valenza unificatrice che va al di là della mera funzione sindacale.
Santalmassi apre il secondo giro con una domanda, che lui stesso definisce “maligna più che maliziosa”, su quanto abbiano pesato i no della sinistra nella crisi economica del paese.
Giorgio Napoletano però non raccoglie la “provocazione” e ribadisce che le cause dell’arresto della crescita sono esclusivamente nelle scelte e nelle non scelte del governo, ricordando ad esempio come l’ultima Finanziaria non sia stato oggetto di nessun confronto con quell’obbrobrio del voto di fiducia sul maxiemendamento.
Castellina rincara la dose e nega recisamente responsabilità della sinistra o del sindacato nella crisi di oggi. Al sindacato e alla sinistra chiede di interrogarsi sulle contraddizioni profonde di oggi e di dare risposte capaci di rilanciare un’economia “sostenibile” rifiutando qualsiasi logica dei “due tempi”.
Alla domanda di Santalmassi se la politica sia capace di fate tutto ciò, Amato replica che non c’è una politica: c’è la destra e c’è la sinistra. La destra s’è visto cosa ha fatto. La sinistra dovrà fare ben altro. E al sindacato ricorda come una delle priorità della sua azione dovrà essere quella di far nascere uno spazio europeo del lavoro, come antidoto alla xenofobia che se non rischia di travolgerci.
Fisichella sottolinea che se l’egualitarismo ha provocato molti guasti (e cita l’università, il suo ambiente di lavoro) la libertà e la democrazia esigono comunque condizioni di eguaglianza.
Martinazzoli chiude con l’apologo del topolino in
trappola che, ai compagni che cercano di liberarlo, dice “non mi lamento della
trappola, mi lamento della qualità del formaggio”. E chiosa: “Vorrei che
smettessimo di lamentarci della qualità del formaggio”. Sottoscriviamo.