Conclusioni di Guglielmo Epifani
Rimini, 4 Marzo 2006
 

Care compagne e cari compagni, siamo all’atto conclusivo non solo di queste quattro giornate ma anche dei mesi e mesi che hanno preceduto queste giornate e quindi di tutto lo svolgimento del nostro congresso.

In tutta onestà, e non solo per le responsabilità che ho, io credo che possiamo essere tutte e tutti davvero soddisfatti. Abbiamo svolto un congresso vero, una discussione seria e abbiamo avuto qui, da noi, presenze importanti; in modo particolare ieri Romano Prodi, oggi il presidente Scalfaro. E lo voglio dire con qualche soddisfazione: è la prima volta, in tutto il dopoguerra, che a un congresso nazionale della Cgil partecipa un presidente onorario della nostra Repubblica. E, avendo anche in maniera davvero appropriata detto qualcosa anche della nostra vita interna, mi sono permesso di dirgli (e lui mi ha già detto che mi ringrazierà), che alla prossima occasione, come abbiamo fatto ad esempio con un grande magistrato, Antonino Caponnetto, sarà nostro onore dargli la tessera onoraria dello Spi e della Cgil.

Il congresso si svolge e si concluderà in maniera unitaria. Toccherà naturalmente poi al voto sulle mozioni, sugli emendamenti e sulle tesi la conferma di questo orientamento, ma possiamo già dire che aver composto, sia pure faticosamente, in maniera unitaria le liste per il Comitato direttivo, è un segno importante. Voglio ringraziare tutti per la responsabilità con la quale hanno concorso a questo; e voi capirete il perché se in modo particolare ringrazio e apprezzo la scelta che in questa direzione hanno fatto e hanno riconfermato nei loro interventi a questo congresso ieri Gianni Rinaldini e questa mattina Giampaolo Patta.

Mi interessa dire insieme che è stato un congresso che effettivamente ha risentito, e non poteva che essere così, del fatto che tra un mese si vota. Ma è stato un congresso che, se si fosse tenuto in un altro quadro, in un’altra circostanza, non sarebbe stato diverso nella sua impostazione di fondo, nei valori, nelle politiche che ci siamo assunti il compito di definire e nelle parole d’ordine, che guardano al futuro e alla responsabilità comune.
Ringrazio – voglio fare in premessa quello che si fa alla fine – tutti coloro che hanno reso possibile lo svolgimento di questo congresso, le compagne e i compagni e soprattutto quelli che non si vedono, quelli che lavorano dietro, quelli che lavorano a parte, quelli che hanno lavorato alle riprese, alla regia, alle nostre immagini, alla scenografia e a rendere questo posto davvero così pieno di fascino. Quando, il giorno prima dell’apertura del congresso, sono entrato in questo grande spazio, ho pensato subito che mi ricordava uno spazio che avevo incontrato non più tardi di due mesi fa. Mi ricordava un grande capannone industriale, un grande spazio dove lavorano tante persone e dove un tempo lavoravano migliaia e migliaia di persone. Mi sono ricordato di una mattina di due mesi fa in cui, insieme con altri dirigenti dell’organizzazione, andammo a Legnano, alla Franco Tosi, una grande azienda metalmeccanica, a ricordare la deportazione, sessant’anni fa, di quegli operai che furono tra coloro che pagarono i prezzi più alti alla loro azione e alla nostra democrazia.

Ringrazio i giornalisti, coloro che hanno seguito i nostri lavori; ognuno con il proprio punto di vista, come è giusto che sia, ma tutti mi sembra, o quasi tutti, con il rispetto e l’attenzione che si deve a una grande organizzazione che rappresenta milioni di persone. E siccome me ne sono scordato nella relazione, e mi è stato fatto notare, voglio dire grazie alle compagne e ai compagni di “Rassegna sindacale” e della nostra casa editrice, che della nostra memoria e dei nostri lavori sono stati testimoni importanti.

Infine voglio ringraziare i tanti ospiti e delegazioni straniere. Davvero ne abbiamo avuti tanti: centotrenta/centoquaranta persone; novanta sindacati; sessanta paesi, dai più lontani ai più vicini hanno seguito minuto per minuto – ve lo posso assicurare – lo svolgimento di questo congresso. Lo hanno voluto capire, lo hanno voluto riconoscere, hanno provato a vedere se dalla nostra discussione potevano esserci, come ci sono, elementi importanti per il loro lavoro. In modo particolare voglio ringraziare le compagne e i compagni dirigenti dei sindacati del Sud America, che non solo erano in tanti ma avevano qui tutti i loro presidenti o segretari generali del Brasile, del Cile, dell’Argentina, della Colombia e degli altri grandi paesi. Questo per dire quali rapporti di solidarietà, antichi e nuovi, noi abbiamo con loro e loro hanno con la Cgil.

Dal nostro congresso mi sembra esca confermato l’impianto della nostra proposta e delle nostre tesi. Riprogettare il paese per l’economia, per le persone, per i lavoratori, per i giovani, per i diritti, per l’etica pubblica. Quando, nelle nostre tesi e nel preambolo, accanto alle grandi questioni della nostra esigenza di ricostruzione, abbiamo molto insistito sulla ricostituzione di un’etica pubblica e di uno spirito civico, abbiamo pensato a tante cose; a tante cose che adesso Scalfaro ci ricordava e a tante cose che potevano avvenire.
Bene. Io penso, ad esempio, che ricostruire un’etica pubblica significa non far dire al nostro ministro della Difesa, come è avvenuto ieri, che l’uccisione di Niccolò Calipari è stata il frutto di un caso, del fato, perché fato vuol dire che era ineluttabile, che doveva accadere, e noi sappiamo invece che poteva non accadere e che si poteva fare di tutto perché Calipari non pagasse con la vita il suo senso di servizio alle istituzioni e ai valori della nostra Repubblica.

D’altra parte, che la scelta della ricostruzione del paese si renda oggi sempre più necessaria ce lo dice per ultimo la notizia, che abbiamo commentato in relazione, della crescita zero e che è il simbolo, purtroppo, della conferma delle nostre ragioni e delle nostre preoccupazioni. E la cosa che più mi ha colpito di questa notizia è stata l’assenza di reazioni da parte del governo e del centro-destra. Mai mi sarei aspettato, di fronte a una notizia come questa, che si rispondesse: “Sì, è vero; ma intanto il nostro rapporto tra debito pubblico e Pil è migliorato di uno 0,1 per cento”. Per cortesia, facciamo le persone serie.

Io capisco perché il governo fa lo gnorri su questo problema e cercherà anche in questa campagna elettorale di non parlarne, perché è evidente: se questo dato negativo della nostra crescita avviene nell’ultimo anno della legislatura, se questo dato avviene nel mentre gli altri paesi europei hanno ripreso a crescere e a camminare, se questo avviene con un aumento dell’export che ha aiutato un po’ a comporre – pensate – lo zero, e con una massiccia dose di spesa pubblica che è tipica di tutti gli anni pre-elettorali, voi avrete chiaro il quadro: questo zero segna lo zero in condotta della politica economica di questo governo. Perché di questo non si può accusare nessun altro: né l’euro, né l’11 settembre, né il sindacato, né la mancanza di flessibilità del lavoro, né il costo del lavoro. Di questo bisogna che il governo si faccia una ragione.

E noi invece siamo preoccupati per questo zero, perché questo zero vuol dire intanto che oggi il paese non è cresciuto, non ha risorse da redistribuire; per noi vuol dire precarietà che aumenta, meno investimenti, meno qualità e più disoccupazione. Questo zero vuol dire che l’anno prossimo il paese non crescerà secondo le proiezioni che il governo ha assunto, ma forse di meno della metà; e soprattutto vuol dire che il paese è ripiombato in quel circolo vizioso tipico degli anni 80, che noi speravamo di esserci messi alle spalle: perché noi oggi abbiamo insieme un export negativo, una spesa pubblica e un disavanzo crescenti, un’inflazione che si mantiene nei rapporti europei sulla fascia medio-alta e un paese che non cresce.

Un rialzo dei tassi come quello deciso dalla Banca centrale europea non aiuta a superare questa situazione, perché noi non siamo come gli altri paesi che hanno ripreso a camminare. Un aumento dei tassi anche piccolo, in un paese in cui gli investimenti sono fermi e il debito è salito per responsabilità del governo, non aiuta la ripresa. Io penso davvero che il confronto elettorale tra gli schieramenti si debba poter fare anche su questo, e noi dobbiamo pretendere che questo avvenga perché, come ieri abbiamo sentito quello che pensa Prodi e il centro-sinistra, abbiamo il diritto e il dovere di sapere che cosa pensa il centro-destra per uscire dalla situazione in cui è precipitato il paese. Dalle prime cose che si sanno del suo programma, mi pare che il centro-destra non abbia capito nulla di quello che è avvenuto e si proponga, anche per il futuro, di continuare con le stesse ricette che hanno portato il paese a questa situazione di sfascio.

Invece, e questo credo vada apprezzato, da questa tribuna i due segretari di Cisl e Uil hanno usato un linguaggio comune con quello delle nostre posizioni e delle nostre preoccupazioni. E non era scontato, perché solo un anno fa anche con Savino Pezzotta avevamo avuto una discussione, perché lui vedeva più gli elementi della metamorfosi, della trasformazione del sistema. E noi dicevamo: “Sì, c’è la trasformazione, ma al segno di un paese che va in declino, di un paese che sta arretrando. Quindi una trasformazione che non aiuta la ripresa della crescita ma peggiora, se è possibile, la situazione”.

Le parole che hanno usato a questa tribuna sono parole che non lasciano equivoci; e questo è importante, perché avere un punto di vista comune su qual è il vero stato del paese, naturalmente, è la premessa per poi avere proposte unitarie per come uscire dal quadro delle difficoltà. Così come non c’è dubbio che le parole dette sulla pace, sul no alla guerra, sulla centralità del Mediterraneo, sul bisogno di una conferenza sul Mediterraneo, sui valori del sindacato confederale che ci uniscono, e anche la passione con la quale a questa tribuna i nostri amici e compagni di Cisl e Uil sono intervenuti, sono elementi per noi importanti.

È vero, restano divisioni su un punto, che naturalmente non è né un punto secondario né un punto sul quale possiamo far finta di nulla: quello del sistema e delle politiche contrattuali. Il segretario della Uil ha fatto un passo in avanti sul terreno della democrazia, delle regole, del consenso e dell’estensione generalizzata delle rappresentanze sindacali unitarie. Non è un passo da poco, perché ancora oggi noi abbiamo settori in cui non riusciamo a eleggere unitariamente le rappresentanze sindacali unitarie nei luoghi di lavoro; mentre, di fronte alle difficoltà che ci sono sul modello, il segretario della Uil ha proposto di prendere tempo e di farne a meno, di far finta che il problema non c’è.

Savino Pezzotta ha ribadito le posizioni della sua organizzazione per quanto riguarda sia la questione della produttività sia la questione della democrazia. Io non condivido, ma posso capire quello che spinge la Cisl e il suo segretario a proporre la prima scelta; davvero però non riesco a capire e non mi rassegno a che la Cisl non capisca e non arrivi a un’intesa con noi e con la Uil sulle regole della democrazia sindacale. E non mi rassegno perché, in questi mesi, in queste settimane, in questi anni, accordi importanti sono stati fatti da quasi tutte le strutture di categoria private e pubbliche; e non riesco a capire perché, se i pezzi del tutto si mettono d’accordo, non si può fare un accordo sul tutto anche tenendo conto delle esperienze che nei settori privati e nei settori pubblici in questi mesi e in questi anni si sono fatte. E aggiungo: esperienze tutte positive, non per la sola Cgil ma per tutto il movimento sindacale unitario; ed esperienze che, dove si sono fatte, hanno rafforzato il rapporto con i lavoratori e hanno rafforzato l’unità del sindacato confederale.

Così come penso che il bisogno di una legge che estenda e rafforzi questi diritti resti nell’orizzonte delle cose da fare. Voglio qui ricordare in modo particolare il valore che ha avuto e che ha per noi l’insegnamento di Massimo D’Antona, che a quelle leggi sulla rappresentanza spese l’ultima parte della sua vita. Naturalmente queste questioni esigono, anche da parte nostra, il massimo della chiarezza. Io non credo che noi possiamo lasciar perdere il bisogno di avere regole unitarie in materia contrattuale. È stata una parte della discussione del nostro congresso. Non credo che possiamo lasciar perdere, come dice Angeletti, e non solo perché, se noi lasciamo perdere, avremo dieci, venti, trenta, quaranta soluzioni differenziate, ma perché non potremmo noi sopportare una contraddizione. Noi non possiamo dire che il liberismo, la forza del mercato, la forza delle imprese si argina anche con la forza delle regole. E, sul cuore del potere di rappresentanza del sindacato qual è il terreno contrattuale, non possiamo dire che non ci vogliono o oggi non sono necessarie delle regole. Magari le avessimo, come diciamo noi, con la forza e l’estensione di un sistema forte. Io credo che questo sia necessario.
Naturalmente la complessità che in questi anni si è prodotta nei territori e nelle aziende non la riduciamo a unicità con la nostra difesa del contratto nazionale, ma ne diamo forza se manteniamo quell’unicità dell’impostazione di fondo che solo il contratto nazionale ci può dare. Davvero – lo voglio dire al presidente – abbiamo avuto un’altra lezione quando a questa tribuna Fisichella, nel corso della tavola rotonda dell’altra sera, ci ha detto: “Oggi che è insidiata l’unità del paese, il valore del contratto nazionale è un valore che dà forza alla solidarietà e alla tenuta e all’identità del nostro paese”. Per questo, quando sento dire anche in questi giorni, che sarebbe più moderno fare altro, che sarebbe molto più aderente ai processi di oggi fare altre scelte, io confermo quello che ho detto nella relazione: oggi la difesa del contratto nazionale è la cosa più moderna che noi dobbiamo sostenere. Non ha un valore antico: ha un valore moderno.

D’altra parte, se noi rinunciassimo alla nostra impostazione, che cosa avverrebbe? Avverrebbe o no una diminuzione del valore medio delle retribuzioni dei lavoratori dei singoli settori? Avverrebbe o no una difesa più difficile di coloro che stanno peggio, che hanno meno potere, che hanno meno forza contrattuale? Avverrebbe o no che quella parte del paese che produce sarebbe anche in questo più svalorizzata, più resa ai margini? Su questo Confindustria deve rispondere, non sul fatto di chi è più antico o più moderno, perché per noi difendere il valore delle retribuzioni, la dignità dei lavoratori e il potere dei lavoratori è – ripeto – questione fondamentale della cittadinanza moderna, non di quella del secolo scorso.

Per queste ragioni voglio dire che la nostra proposta del Patto fiscale, dell’accordo su questa materia, ha avuto, com’era inevitabile, una grande eco nel nostro congresso e nelle nostre discussioni. Naturalmente io insisto su un punto: che per noi Patto fiscale vuol dire molte cose, non una. Vuol dire partire dove è giusto che si parta per un governo che vuole cambiare in maniera forte le politiche economiche, sociali e quelle della redistribuzione. Per noi nuovo Patto fiscale vuol dire più giustizia fiscale, vuol dire lotta all’evasione, al lavoro nero, all’elusione, al lavoro irregolare. Vuol dire fondare, nel patto tra cittadino e cittadino e cittadino e Stato, una nuova idea di cittadinanza. Vuol dire sostenere le ragioni inclusive di un nuovo welfare: senza il Patto fiscale le ragioni inclusive di un nuovo welfare non avrebbero fondamento. Vuol dire dare simbolo e sostanza a un’alternativa di politica economica e di politica sociale. Questa è la forza che questo messaggio ingloba.

E abbiamo bisogno di un periodo lungo. Io l’ho chiamato un accordo che abbia un quadro di legislatura; un accordo di legislatura non per avere una gabbia (nella quale naturalmente sarei il primo a non voler entrare), ma perché mi rendo conto che, se vogliamo prendere noi un’iniziativa e mettere al centro questa questione, dobbiamo noi assumere un impegno che abbia un profilo di legislatura. Nel caso contrario avremmo due rischi: innanzi tutto, con i dati di cui parlavo prima, alla prima Finanziaria che si farà dopo le elezioni, in caso di vittoria del centro-sinistra, magari ci diranno: “Oggi no, domani vediamo”; oppure ti danno qualcosa adesso e poi si vedrà. No. Se questo deve orientare la scelta di una diversa politica economica, occorre la responsabilità di un impegno che, anno dopo anno, si sostanzia e diventa concretezza, perché anche noi abbiamo bisogno, come i tempi della ricostruzione del paese, dei tempi di un lungo periodo di risarcimento, non solo di reddito, nei confronti dei lavoratori e dei pensionati.

Per questo non dobbiamo avere paura, non dobbiamo avere timori. Dobbiamo prendere noi l’iniziativa come abbiamo fatto con le nostre tesi, e come abbiamo fatto con il nostro congresso. E io penso che per noi sia stato un grandissimo vantaggio il fatto che oggi tutti discutono del Patto fiscale e di che cosa significa, perché vuol dire che gli altri discutono delle cose che noi proponiamo.

E quando, ancora oggi, sento dire da persone anche di grande intelligenza che cosa dà in cambio la Cgil, che cosa ci mette la Cgil, mi viene ovviamente da dare tante risposte. La più semplice mi pare che in questo Patto fiscale la Cgil ci mette la propria passione verso il paese, il proprio bisogno di giustizia sociale, la voce degli ultimi che in questi anni sono rimasti indietro e che chiedono giustamente di essere rivalutati. Per questo io credo che le cose dette ieri da Romano Prodi a questa tribuna siano state cose importanti. In modo particolare voglio sottolineare un punto che, con i tempi che corriamo, non è secondario: la serietà del suo intervento. Ha parlato dei problemi, di quelli che avevamo posto, ha dato le sue risposte e quelle della sua coalizione. Io so bene – perché ho ascoltato molti giudizi anche dei nostri compagni – che, accanto a grandi aree di soddisfazione, vi è anche qualche lamentela perché questo o quel punto non è stato toccato con l’attenzione che noi magari ci aspettavamo. Ma lasciatemi dire: questo fa anche la serietà delle cose che qui Romano Prodi ha detto. Non ha fatto la fotocopia, come ho letto, della mia relazione: ha esposto i punti che ritiene fondamentali del programma con cui l’Unione chiederà il voto ai cittadini e si impegnerà a governare il paese.

Non c’è dubbio che, sul tema della centralità del lavoro, dei diritti, delle politiche di welfare, del ‘no’ ai due tempi e della volontà di reagire al declino del paese, le cose dette ieri da Romano Prodi incontrano le nostre; e le incontrano in quello che c’è di fondamentale nel ripartire dal lavoro e dai diritti, dal non rassegnarsi, dallo stare in campo, dal provare, come lui ha condiviso, il bisogno di riprogettare il paese.

Qualcuno questa mattina ha detto: “Avete fatto come a Parma”, ricordando il 2001 e quell’incontro in cui il presidente di Confindustria e quello che sarebbe diventato il presidente del Consiglio si dissero alla tribuna: “Il tuo programma è il mio; il mio programma è il tuo”. Per onestà tra di noi, il programma della Cgil è il programma della Cgil; il programma di Romano Prodi e dell’Unione è il programma di Romano Prodi e dell’Unione. Ma c’è un’altra profonda differenza. L’operazione tentata a Parma era giocata contro i lavoratori e i diritti del mondo del lavoro. Il nostro programma e quello esposto da Romano Prodi sono fondati esattamente sull’idea opposta.
E c’è ancora una terza e per me fondamentale differenza. L’operazione di Parma fu l’operazione di una lobby di interessi giocata contro gli interessi del paese; quella di Rimini è esattamente un’operazione contraria. Noi, con le cose che diciamo e le cose dette da Romano Prodi, facciamo esattamente il contrario: un atto di impegno, di rispetto e di amore verso gli interessi generali del paese, partendo da quelli che noi rappresentiamo.

Naturalmente tutto questo porta a una conseguenza. Siccome noi crediamo che, per le cose in cui ha condiviso il nostro programma e anche per gli altri punti di vista espressi, Romano Prodi abbia parlato e abbia usato il linguaggio della verità, noi gli diciamo qui che, con grande lealtà e con grande rigore, verificheremo atto dopo atto, mese dopo mese, il rispetto delle cose che qui ha annunciato. E questo perché c’è bisogno di mantenere il profilo alto della nostra autonomia.

Vedete, io non ho timori, di quelli che ogni tanto ascolto e ho ascoltato alla tribuna, rispetto a una fase nuova che si dovesse aprire. L’unico vero timore che ho è se questo vento di cambiamento non ci dovesse essere, perché di quello davvero avrei preoccupazione e paura.

Noi non dobbiamo avere paura, perché l’autonomia sta dentro di noi; autonomia che, come è stato detto, non è però mai indifferenza: è rispetto di quello che noi pensiamo e relazione con quello che avviene fuori di noi; è incontro tra la forza e la coerenza delle nostre idee e le scelte che si fanno fuori di noi. Sono convinto che, come in questi anni, anche in futuro il paese abbia bisogno di un sindacato unitario e di una Cgil dal profilo rigorosamente autonomo.

Romano Prodi ha fatto infine un passaggio molto importante, devo dire quello che mi ha colpito di più perché gli altri in parte me li aspettavo, quando ha parlato dei migranti e del diritto di cittadinanza. Ho riflettuto molto e può darsi che io mi sbagli, però se qualcuno mi dovesse chiedere: “Dimmi una sola cosa che, nel suo carattere simbolico, possa dare il segno di una svolta”, vi devo dire in tutta onestà che, prima ancora della legge Biagi, della Moratti, di tutte le cose che vogliamo siano cancellate, vi devo dire che quella avrebbe per me il valore di un simbolo straordinariamente universale e inclusivo di tutte le cose delle quali abbiamo parlato. È per questo che non sono soddisfatto della presenza dei nostri compagni e compagne migranti nel nuovo Comitato Direttivo. E per la responsabilità che porta me la prendo. Però voglio anche dire che, se il Direttivo che sarà eletto sarà d’accordo, desidero che ci sia una sessione del nostro Comitato Direttivo da preparare avente all’ordine del giorno unicamente il tema delle nostre politiche e dei lineamenti di costruzione di un sindacato realmente multietnico; e mi impegno, se saremo d’accordo, a operare quelle cooptazioni nel Comitato Direttivo che ridiano peso e forza politica a queste persone.

D’altra parte le cose che abbiamo visto in questi giorni implicano da parte nostra che ci si metta al lavoro subito finito questo congresso. Ci aspettano alcuni contratti aperti, vertenze molto difficili e dolorose, come le due compagne che hanno parlato questa mattina hanno ricordato; e ci aspetta un impegno per dare senso alle cose di cui abbiamo parlato con Scalfaro questa mattina. Noi dobbiamo impegnarci seriamente a far vivere il ‘no’ alla riforma costituzionale nei nostri territori, nei luoghi di lavoro, nelle leghe dei pensionati. Questo è per noi e per le nostre politiche, se posso dire, un appuntamento altrettanto decisivo di quello che si giocherà alle elezioni legislative; e su questo sarà misurata la forza che abbiamo messo in campo nella raccolta di firme. E anche qui, con un paradosso ma neanche tanto, vi prego di credere che io penso ancora più importante quel risultato perché, con quel risultato, potremmo bloccare la costruzione ideologica che ha puntato a svilire in altro modo i valori contenuti nella prima parte della Carta costituzionale.

Per quanto riguarda la nostra vita interna, penso davvero che, finito il congresso, dovremo cominciare a preparare la nostra conferenza di organizzazione. Naturalmente abbiamo problemi in una macchina che va sempre rinnovata e oliata. Sono questioni delle quali dobbiamo parlare. Consentitemi però di dire, con la stessa franchezza con la quale prima ho detto che non ci siamo per quanto riguarda la presenza dei migranti, delle nostre compagne e dei nostri compagni, nel Comitato Direttivo, e questa volta con un pizzico di orgoglio, che è la prima volta nella nostra storia in cui il Comitato Direttivo della Cgil è composto da più del 40 per cento da nostre compagne. E lo dico non per una soddisfazione, della quale non c’è bisogno, ma per dire che dobbiamo continuare a lavorare perché alle compagne, dai posti di lavoro in su, siano affidate sempre più postazioni e responsabilità evidenti.

Non va bene una segreteria confederale al 50 per cento e, nella maggioranza delle nostre strutture, una presenza di compagne che non è adeguata al peso e alla storia che le compagne hanno nella nostra organizzazione. Così come non c’è dubbio che dovremo riflettere e ritornare a discutere sul valore che assegniamo alla parola confederalità. Io davvero credo, non per qualche recondito pensiero, che quello che ha fatto la differenza, di fronte a questa cultura che in molti paesi ha fiaccato il sindacato e la nostra esperienza, risieda in questo. Quando siamo stati al congresso del sindacato americano, l’estate scorsa, mi ha fatto davvero amarezza vedere quello che è stato un tempo un grandissimo sindacato arrivare ad avere né più né meno gli iscritti che hanno Cgil, Cisl e Uil.

È riflettendo su quello, in modo particolare, che mi sono convinto che questa è la chiave della nostra differenza. Quando tu, come avviene lì, ti concentri solo nei luoghi di lavoro, quando anche in ragione di questo hai una legislazione che ti impedisce di iscriverti al sindacato, quando cioè il luogo dove esprimi la tua rappresentanza diretta diventa insieme l’unico perimetro nel quale tu vivi, quando cioè la concezione unionista del sindacato viene impoverita, anche per responsabilità delle controparti e di quelle politiche, è evidente che lì tu segni la tua sconfitta e soprattutto la tua subalternità; mentre dove, come da noi, abbiamo tenuto forte il valore di quello che ti fa essere nei luoghi di lavoro rappresentanza di interessi e insieme valore solidale per tante persone di ogni settore e tra generazioni, quel valore rende impossibili i tentativi di rinchiuderti in uno spazio sempre più angusto nel quale alla fine rappresenti sempre di meno.

Per questo la confederalità è il valore e il diritto di cui ogni iscritto e iscritta alla nostra organizzazione hanno piena titolarità e che non può essere requisito da nessun gruppo dirigente né di questa né di quella parte, né di sotto né di sopra, né di una Camera del Lavoro né di una categoria, né di una confederazione né dei sindacati più piccoli: è un diritto di tutti. E non ha niente a che fare con il valore del pluralismo, perché il valore del pluralismo è un valore che fonda la nostra democrazia e il nostro stare assieme.

Noi non potremmo immaginare un sindacato così grande e rappresentativo se non come un grande sindacato plurale, dove convivono tante identità, tante specificità, tanti valori, tante storie di appartenenza vecchia e antica che, insieme con le regole, si abituano a vivere e a convivere liberamente e democraticamente. Nella nostra democrazia c’è il seme della nostra forza; e nell’idea di confederalità c’è il fondamento della nostra democrazia interna.

Infine penso davvero che in questo centenario noi stiamo facendo una grande operazione culturale, quella legata alla nostra memoria, come ho detto, alla rilettura dei nostri valori, delle nostre radici. Ma dobbiamo fare però adesso – e lo dice uno che in questi mesi ha molto lavorato sul terreno della memoria – un’operazione ancora più ambiziosa: usare il nostro centenario per mettere questi valori e questa memoria al servizio di una nostra capacità sempre più estesa di governare i cambiamenti, di rappresentare i cambiamenti del lavoro e di vivere le trasformazioni necessarie.

Questo mi sembra che, da oggi in poi, noi dobbiamo fare, finito il congresso e utilizzando anche le occasioni celebrative del centenario. Questo perché, rileggendo la nostra storia, è evidente che esce fuori il quadro di un’organizzazione che è stata, tra le generazioni e tra i decenni, soprattutto una grande scuola, con maestri un po’ strani e alunni e studenti un po’ strani. Un grande luogo dove i giovani imparavano dai compagni più vecchi, dove i compagni di una fabbrica imparavano dai compagni di un’altra fabbrica, dove l’esperienza di un territorio si confrontava con l’esperienza di un territorio. Noi siamo stati una rete straordinaria di educazione civile, politica, morale e umana.

E oggi, in un momento in cui, come abbiamo detto, ritorna il bisogno di avere tante sedi di ricostruzione, di identità, di valori e di capacità di stare assieme, quella storia e quest’esempio ci dicono le cose che dobbiamo fare per il futuro. Questo naturalmente vuol dire anche avere la capacità e la responsabilità di operare con la forza e con la coerenza necessarie. Quando scorrevano le immagini, prima dell’apertura del congresso, delle cose che abbiamo fatto in questi quattro anni, non solo ho avuto la possibilità di riordinare tanti fatti e tante date ma anche di restare, come voi, impressionato dalle cose che tutti assieme abbiamo fatto, da quelle più grandi, quelle che abbiamo visto, alle tante di cui non abbiamo visto traccia ma che traccia hanno lasciato.
Riflettendo, ho pensato anche a chi e a che cosa dà a tutti noi la forza di fare tutte queste cose e di farle, se consentite, anche così bene. Ed è la stessa cosa che ho pensato di me. Quando, nel settembre del 2002, il Comitato Direttivo mi diede l’incarico di segretario generale della nostra organizzazione, devo dirvi la verità avvertii tutto il peso, soprattutto in quel momento, di questo incarico e di questa funzione. Riflettendo su di me e su quelle immagini, mi sono chiesto che cosa, in alcuni passaggi importanti, mi abbia dato la forza di prendere decisioni che io penso giuste, come è avvenuto sulle scelte che pure ci hanno diviso sul referendum, com’è avvenuto quel giorno in cui in Confindustria, alzandomi da solo, io credo davvero di aver salvato la stagione dei contratti e la prospettiva per la quale stiamo lavorando.

E c’è una sola risposta: questa forza te la dà la Cgil, le sue donne e i suoi uomini. Ed è solo per questo che, pensando alle cose che sono avvenute ieri, alle cose dette da Romano Prodi, io trovo qui davvero motivo di grande riconoscimento della forza di queste donne e di questi uomini, perché se da qui a un mese soffierà, come deve soffiare e come soffierà, il vento del cambiamento, quel vento del cambiamento avrà i contorni del nostro quadrato rosso, e cioè del cuore di tutte le nostre compagne e di tutti i nostri compagni.